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giovedì 14 febbraio 2013

Chi era S. Valentino

Il Martirologio romano, libro liturgico che ogni giorno fissa la ricorrenza del “dies natalis” dei santi e dei martiri per celebrarne la memoria, tra le 6.538 voci che lo compongono, ne riserva una proprio a San Valentino. Come vediamo il Santo è in buona compagnia, ma ben poco è stato tramandato della sua vita e della sua opera oltre un breve cenno sul suo status di ”vescovo e martire”. Valentino nacque a Terni intorno al 175 dopo Cristo, divenne il primo vescovo di quella città nel 197 e subì il martirio prima lapidato poi decapitato il 14 febbraio del 273 a 97 anni, su ordine dell’imperatore Lucio Domizio Aureliano, per aver osato introdurre la religione cristiana in un contesto sociale pagano, quando il Cristianesimo non era ancora stato riconosciuto ufficialmente. La più antica notizia di questo santo risale ad un documento ufficiale della Chiesa del quinto-sesto secolo che riporta l’anniversario della sua morte. Un altro documento dell’ottavo secolo ci narra invece alcuni particolari del suo martirio: la tortura, la decapitazione notturna, la sepoltura ad opera dei suoi discepoli.
La festa di San Valentino, per volere di papa Gelasio I nel 496 che intendeva cancellare una festività pagana piuttosto licenziosa, sostituì i giochi in onore del dio Pane e Luperco – legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità e celebrati il 15 febbraio, il giorno precedente la commemorazione del Santo. Le sue spoglie furono sepolte sulla collina di Terni, sulla Via Flaminia, nei pressi di una necropoli. Sul luogo sorse nel quarto secolo una basilica nella quale sono custodite le reliquie del santo. Ma un vasetto con il suo sangue si trova anche in un reliquiario di vetro contenente il teschio di Santa Giustina nella Chiesa di San Martino a Torre d’Arese (Pavia). Sull’autenticità di questo sangue, come del resto di moltissime altre reliquie, probabilmente dovremo fare richiamo al sangue di San Gennaro.
Dopo numerose scorrerie prima di Ungari poi Normanni e Saraceni, nel 1605 il vescovo di Terni Giovanni Antonio Onorati, in analogia con le ricerche dei primi martiri a Roma, iniziò le operazioni di ricerca del corpo del Santo. E così il corpo di San Valentino fu rinvenuto in una duplice urna di piombo e di marmo: la testa era separata dal busto, a conferma della decapitazione. Molte città e paesi, oltre Terni, invocano San Valentino come patrono: Bussolengo, Sadali (Cagliari), Abriol (Potenza), Pozzoleone (Vicenza) Vico del Gargano (Foggia)
Ma ora spazio ad alcune leggende. La figura di San Valentino è costellata di leggende che si sono tramandate nei secoli, spesso autoalimentate o addirittura alimentate dagli stessi Benedettini prima e Carmelitani poi che accudirono le spoglie di questo santo, il cui culto si diffuse rapidamente in tutta Europa già dal quinto secolo, forte del grande messaggio d’amore che recava. E l’amore, si sa, travalica mari e monti, vince barriere geografiche e pregiudizi, perché è il più forte sentimento umano.
La leggenda di Serapia e Sabino

Secondo la leggenda Valentino, già vescovo di Terni, riuscì ad unire in matrimonio la giovane cristiana Serapia, gravemente ammalata, e il centurione romano Sabino, anche se l’unione era ferocemente ostacolata dai genitori. Pare proprio che fu questo atto a far divenire San Valentino patrono degli innamorati.



La Leggenda della rosa a due fidanzati

Un giorno San Valentino vide due giovani fidanzati che stavano litigando. Regalò allora una rosa ai due e li pregò di riconciliarsi, stringendo insieme il gambo della rosa e pregando affinché il Signore mantenesse in eterno il loro amore. In seguito la giovane coppia tornò da lui per loro matrimonio. La storia si diffuse e gli abitanti iniziarono ad andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni, ormai divenuto patrono dei matrimoni, il 14 di ogni mese.
Variante della leggenda della rosa

I due giovani così riconciliati dal dono della rosa, mentre tornavano a casa videro uno stormo di piccioni e colombe che svolazzavano intorno a loro e che si scambiavano col becco segni di affetto. Questo miracolo molto probabilmente fu la causa del diffondersi dell’espressione “piccioncini” a due innamorati che stanno tubando.
La leggenda del giardino fiorito

San Valentino dalla sua finestra si beava nel vedere bambini giocare nel suo giardino anche perché, quando scendeva, tutti i bambini lo circondavano festanti. Spesso regalava loro un fiore da portare alle loro mamme: così era certo che sarebbero tornati a casa presto. Da questa leggenda deriva la tradizione di donare dei piccoli regali e fiori alle persone a cui vogliamo bene

La leggenda dei piccioni viaggiatori

Questa leggenda si innesta alla precedente: Valentino amava coltivare lui stesso il suo giardino e permetteva ai bambini di giocarci, donando poi loro un fiore. Ma un brutto giorno Valentino fu imprigionato e il giardino chiuso a chiave con grande disappunto dei bambini. Ecco allora un prodigio: i piccioni viaggiatori, che teneva nel giardino, fuggirono dalla gabbia, si posarono sulle sbarre della finestra della sua cella, Valentino li riconobbe, legò un biglietto al collo di uno e una chiave al collo dell’altro. Fu così che con quella chiave e con la benedizione di Valentino scritta sul biglietto i bambini fecero un felice ritorno nel giardino fatato.

Variante della leggenda dei piccioni viaggiatori.

Si narra che Valentino, uscito dal carcere dopo essere stato graziato, si impietosì della cecità della figlia del carceriere e compì il miracolo di ridare la vista a quella povera fanciulla. Ma poi quando l’imperatore lo condannò alla decapitazione fece recapitare quella fanciulla un messaggio di addio con le parole: «il tuo Valentino».

Nient'altro che la verità

Nel 1998, in un'estate alpina un po' hippy, conobbi due studenti del seminario (i nomi sono stati cambiati): il più giovane, Mattia, era un tipo tranquillo con un placido sorriso stampato in faccia e una pazienza infinita con i suoi ragazzi scatenati, sembrava fatto apposta per le piccole chiesette del'alto Piemonte con la loro vita sempre uguale a sè stessa, senza santità ma anche senza grossi turbamenti; Andrea, un anno in più, era all'opposto: simpaticissimo, sempre in movimento, suonava il pianoforte, si lanciava nei balli, cantava a gran voce e, come se non bastasse, quando passava anche le pietre si sarebbero girate a guardarlo.


Fu veramente molto duro accettare l'idea che l'avrei rivisto solo ogni tanto a qualche festa o al prossimo campo estivo: almeno era quel che credevo, ma anche arrampicarmi sugli specchi così mi andava bene, anche se lui era lo studente più brillante del suo corso e io ero solo una ragazzina col pallino della scienza. Non credo che Andrea si sia mai accorto di nulla.

Poco più di un anno dopo, gente balorda mi strappò via dal mio ambiente e per alcuni anni fui una schiava, non da marciapiede ma da stracci e punture, che forse a quell'età è anche peggio. Riuscii a tenere duro trasformandomi in una vipera che pensava solo alla fama e a comandare e influenzare il prossimo.

Da allora sono passati quindici anni: grazie a Dio e ad un miracolo chiamato amore oggi sono un'altra persona, anche se per motivi di salute ho dovuto rinunciare definitivamente alla montagna; uno dei compagni di allora è in Paradiso, una è diventata buddista, gli altri sono sparsi per l'Italia e per il mondo; per il colmo dell'ironia, i due studenti sono stati entrambi assegnati come parroci al paese dove vivevo, proprio quando stavo iniziando a rifarmi una vita in città e di Andrea non mi importava più nulla. Ma il bello doveva ancora venire.

Lui, il capogruppo dall'allegria incontenibile, è diventato conformista e con un pessimo carattere: se non mi fosse ormai indifferente lo prenderei a testate, ma a causa di ciò che professo non ho più motivo di averci a che fare; Mattia invece, su cui non avrei scommesso una lira, con la sua solita flemma sta dando inizio a una rivoluzione. Tanto per cominciare porta sempre l'abito lungo che non si vedeva più da circa cinquant'anni, senza scomporsi davanti ai brontolii della vecchia generazione che aveva abolito quella divisa. Inoltre accompagna i fedeli che vogliono visitare i santuari dell'una o dell'altra apparizione, ad evitare che ascoltino troppe frottole, invece di guardarli dall'alto in basso come fanno tanti altri. Poche settimane fa ha anche tentato di ripristinare il rito tridentino, una possibilità che esiste già da qualche anno ma che nessuno aveva ancora osato in una zona dove i credenti sono pochi e per lo più anziani e progressisti.

Ovviamente quasi tutto il paese ha disertato, e le occhiate sono state più gelide che mai, ma Mattia non si scompone e ha già annunciato di voler ripetere il tentativo più volte finchè la gente non si sarà abituata. Viene da chiedersi che cosa abbiano creduto e venerato queste persone, se trattano così un religioso che sta cercando di limitare almeno l'ultima parte della valanga di errori teologici che ha soffocato tutto il secondo millennio dopo Cristo: non basta la forza di un'ideologia solo umana per provocare tanta ostilità, c'è sotto dell'altro e credo che lui se ne renda conto, a rischio di farsi detestare. Mi spiace molto, perchè anche se non lo dà a vedere certo questi atteggiamenti gli stanno facendo male.

Certo restano ancora molti passi da fare perchè in quasi tutti i Paesi latini taccia la superstizione e le chiacchiere moderniste, ed entrando in una chiesa non si senta nient'altro che la verità: ma credo che il buon Dio stia apprezzando lo sforzo, e sono felice che quando lascerò per sempre quel paese che mi ha creato un mare di guai, l'ultimo ricordo sia l'immagine di quel pretino che divenne un uomo coraggioso.

mercoledì 16 gennaio 2013

Unioni civili e corti barbare

Il tema è di quelli che scottano: gay sì o gay no? le teste d’uovo della cassazione stavolta ci hanno azzeccato o hanno tirato fuori l’ennesima boutade? Metà e metà, secondo il mio debole parere.


Da un lato dico per esperienza che per un bambino qualsiasi persona anche bizzarra, ma pacifica, è meglio di un papà che alza le mani. Dall’altro non c’è bisogno di essere Freud per vedere che in questo caso le tendenze omosessuali della signora non sono innate, ma sono piuttosto una reazione di rifiuto dell’intero genere maschile e che uno squilibrio emotivo, di natura sessuale o no, non è certo la condizione ideale per educare i propri figli (in questo libro ho illustrato i potenziali danni: http://laboheme.altervista.org/ebook.html).

Quello che i magistrati e tutti i chiacchieroni di destra e di sinistra continuano a ignorare è che i parenti o sono amati, o non sono parenti e non ha senso tenere in piedi un legame che è solo di sangue. Il mondo è pieno di fratelli che non si parlano da vent’anni, di separati in casa che sperano di diventare presto vedovi, di poveri diavoli che hanno rinunciato ad una loro famiglia perchè gli era stato sbolognato l’infermo di turno senza che avessero la minima attitudine da crocerossine. E’ cosiì terribile l’idea di siogliere questi legami non voluti in maniera ragionevole, a colpi di carte bollate e non più di coltello e senza mandare nessuno al repartino?

Tornando al caso di cronaca, questo bambino probabilmente non amerà nessuno dei due, ma tra quarant’anni si troverà sulle spalle l’obbligo di assistenza verso entrambi. E’ questa la famiglia in cui i giudici e i politici credono? Non è che la questione delle coppie gay sia solo usata come un paravento per nascondere la loro confusione mentale?
Si parla tanto di convivenza more uxorio, ma esistono anche persone di ogni età che si sono sempre amate come fratelli e onn possono essere riconosciute come tali perchè la legge prevede l’adozione solo a titolo di figli e solo con almeno diciott’anni di differenza. Se ad uno di loro capitasse qualcosa gli altri non potrebbero prendersi cura di lui e dovrebbero cedere il passo a dei parenti legittimi che magari non si sono mai visti prima e non si conoscono: idem per le successioni. Quando qualche genio tira in campo il cristianesimo per giustificare e prolungare questo stato di cose, gli metterei di fronte il ricordo di quella formidabile coppia di amici fraterni che vivevano ad Assisi e proprio in nome della loro fede piantarono in asso casa, famiglia, titolo e bottega: si arrangiassero tutti quanti.

Per rendere l’idea, e perchè non mi si scambi per una misantropa furiosa, se questo fosse un paese civile io mi chiamerei veramente Elisabetta Spada, da anni figlia di N.N. ma con alcuni fratelli adottivi, e vivrei con l’unica persona sulla terra cui ho mai voluto dedicare tutta la vita e che dividerei con altre mille senza batter ciglio, pur di essergli vicino.

lunedì 17 ottobre 2011

Ridere, ridere, ridere ancora

Tra mille impegni che affollano le mie giornate, neanche avevo fatto caso che manca poco alle giornate dei santi e dei morti, e che come ogni anno si sarebbe riproposta la polemica sui festeggiamenti di Halloween. Vale la stessa logica che valeva qualche anno fa per la gran tamarrata del Codice Da Vinci: se qualcuno teme che la fede sia in pericolo perchè ti mascheri con un lenzuolo in testa, quello di poca fede è lui e non tu.
Chiunque sia stato prossimo all'arresto cardiaco lo sa bene: nè tunnel luminosi, nè visioni infernali annunciano il passaggio imminente, ma solo un sonno profondo: e ci vuole una ragione veramente forte, un figlio o un amore da ritrovare, per convincersi a respirare ancora e a sforzarsi di tenere gli occhi aperti, che ancora non ci si può permettere il lusso di riposare.
Certo il mondo è pieno di leggende che narrano di mostri, spettri e ogni sorta di orrori, e sarebbe ingenuo pensare che tante e e tali tradizioni siano solo opera di una massa di idioti o di ignoranti: quando la vita era dominata dagli idoli, certi episodi potevano anche capitare. Ma se Cristo ha vinto la morte e gli inferi, non c'è più nulla di cui avere timore. Ciò che noi vediamo come un corpo sfigurato, agli occhi del suo creatore non è altro che materia ammassata in attesa di riprendere vita: Dio non conosce lo schifo, il panico o l'orrore.
Chi ha paura dei presunti revenants, cade in un inganno diabolico e bestemmia contro la resurrezione: ma chi ride e si prende gioco delle immagini dell'inferno, coglie il diavolo alla sprovvista! Se pretendono di farti credere a leggende inquietanti, ridi; se ti dicono che qualcuno o qualcosa porta sfortuna, rispondi con una benedizione; se ti vogliono insinuare il dubbio o la depressione spacciandoli per filosofia, ignora i loro sproloqui e canta la prima cosa che ti viene in mente: ti prenderanno per matto, ma almeno ti lasceranno in pace.
Purtroppo, però, c'è un fondo di verità in tante chiacchiere fasulle; esistono davvero alcuni che non sono nè vivi nè morti, ma non sono creature di fantasia: sono quei malcapitati che per un incidente o una malattia sono collegati forzatamente a delle macchine, anche per anni, trasformati in esperimenti senza rispetto alcuno da parte di ignoranti patentati che si ostinano a definirla vita, mentre la loro anima è già lassù davanti al suo Creatore, lo ringrazia e prega per coloro che ha amato, e ride della stupidità del mondo.

mercoledì 10 marzo 2010

A proposito di donne: la mano di Fatima

Chiamato “hamsa”, o “khamsa” questo amuleto a forma di palmo aperto è considerato una potente protezione contro le malvagità, il malocchio, la gelosia ed i cattivi pensieri in tutto il territorio del nord Africa e di parte del Medio Oriente.
La parola “Hamsa” (o khamsa) significa “cinque”, che nella religione musulmana ed ebraica riveste un valore sacro: cinque sono infatti i sacri libri della Torah, e ricorda anche la quinta lettera dell'alfabeto ebraico : “Heh”, uno dei nomi sacri di Dio; per i Sunniti rappresenta i cinque pilastri della fede, mentre gli Sciiti vi riconoscono l'autorità dei “cinque uomini con il turbante”, figure religiose inviate direttamente dal Profeta.
La definizione di “Mano di Fatima” è stata assunta per commemorare Fatima, la figlia del Profeta Maometto andata in sposa ad Ali, nipote del padre. A lei sono stati riconosciuti molti miracoli: si racconta infatti che quando si recava a pregare nel deserto, la sua fede era talmente forte e potente da riuscire a far piovere, facendo sbocciare nella sabbia del deserto una gran moltitudine di splendidi fiori.La leggenda racconta che una sera Fatima stava preparando la cena, quando vide rientrare il marito, di cui era perdutamente innamorata, con una concubina (la religione islamica permette la poligamia maschile, e l'uomo si può sposare fino a quattro volte). Profondamente amareggiata dall'arrivo di questa donna Fatima non si accorse di aver lasciato cadere il cucchiaio di legno con cui stava cuocendo il semolino, e continuò a mescolare la cena con la mano, senza sentire dolore. Il dolore che provava nel cuore era talmente forte da non farle sentire il bruciore alla mano.
Arrivò il marito, che la trovò in quello stato e quando le chiese “Fatima, cosa stai facendo ?”, lei si riscosse in quel momento, accorgendosi solo allora della bruciatura e del forte dolore alla mano.
Ali si prese cura di lei, ma poi le disse che avrebbe passato la notte con la nuova sposa.
Fatima accettò la volontà del marito, ma quando egli si recò nella camera con la concubina, Fatima li spiò da una fessura tra le assi di legno della parete della camera. Si dice che quando vide Ali baciare la nuova moglie, una lacrima uscì dagli occhi di Fatima, per andarsi ad appoggiare sulla spalla di Ali, facendogli capire l'amore che la moglie provava per lui, e convincendolo a rinunciare alla nuova concubina.
Da questa leggenda le giovani donne arabe ed islamiche traggono l'importante simbolgia che accompagna il pendente dedicato a Fatima: le donne che lo indossano, infatti riceveranno il dono della pazienza, che porterà loro gioia, fortuna e ricchezza.
Molte sono le culture in cui il pendente “Mano di Fatima” viene indossato o regalato come portafortuna, ma anche per ricordare a chi la indossa che la fede in Dio va espressa attraverso tutti e cinque i sensi; spesso le ricche decorazioni presenti sul pendente vengono completate con il disegno di un occhio centrale, per alcuni l'occhio di Dio che vigila sui fedeli, per altri un potente talismano che allontana il malocchio.
Si dice inoltre che la “Mano di Fatima”, per donare gioia, pace e prosperità, possa essere indossata sia con la punta delle dita rivolta verso il basso sia con la punta rivolta verso l'alto. In realtà la “Mano di Fatima” indossata con la punta verso l'alto è considerata un potentissimo talismano e significa che ci si sta proteggendo da influssi negativi, gelosie o malocchio.
Il pendente “Mano di Fatima” creato solo in Argento (il metallo del Profeta), è realizzato in due modi: il più popolare presenta la mano con tre dita aperte e due pollici simmetrici ai lati, mentre nell'altro la mano viene rappresentata con tutte e cinque le dita aperte. Leggenda vuole che, in ricordo della lacrima di Fatima che fece ravvedere il marito, le cinque dita ricordino, nella forma, quella lacrima sacra.

lunedì 8 marzo 2010

Auguri un corno

Ho un diavolo per capello.
(Succede anche a chi scrive blog sugli angeli.)
Incazzata come una biscia. Non solo per la mia vita privata distrutta, né per l'ennesimo sintomo bizzarro dovuto all'inquinamento sempre più diffuso, e ben celato all'opinione pubblica, della zona in cui sono costretta a vivere.
Detesto l'8 marzo, ecco il motivo. Lo detesto come e forse più del Natale trasformato in fiera del commercio: perché stavolta non è solo Dio a essere preso in giro, cosa che può non interessare chi non crede, ma siamo tutti noi, che ogni benedetto 8 marzo facciamo o riceviamo una fiumana di auguri che in realtà sono solo insulti.
Insulti verso quelle povere criste di operaie che andarono a fuoco centodue anni fa per aver osato protestare contro il loro sfruttamento e che non sarebbero morte se solo qualcuno, a partire dalle loro stesse famiglie su su fino al governo, le avesse aiutate a restare a casa anziché spedirle in fabbrica.
Altri insulti verso tutte noi che fin da piccole siamo state obbligate a ripetere come tante pappagalle che per essere felice devi essere trattata come i maschi, devi comandare, devi fare carriera in giacca e pantaloni e stare al lavoro tutto il santo giorno senza neanche il tempo di farti una maglia o prepararti un té, devi fare pochi figli e possibilmente nessuno perché costano e ingombrano, devi fare la zitella per essere indipendente, eccetera ... e per un bel po' di tempo ci abbiamo pure creduto. Io stessa, che scrivo, ho collaborato con il St.Catherine College di Londra, e solo l'amore mi ha aperto gli occhi, anche se non sono stata capace di dimostrarlo e me ne pento ogni volta che respiro fino a sentire la testa che scoppia. Considero un segno della Provvidenza che l'indirizzo mail che usavo allora sia andato bruciato per un phishing quando ho cambiato vita, rendendomi così impossibile da rintracciare.
Un'altra sfilza di insulti contro i nostri uomini, che siano papà, fratelli, mariti, amici o vicini di casa, dipinti a seconda dei casi come sfruttatori violenti o come minorati mentali con un cervello incapace di pensare due cose nello stesso momento: ogni volta che sento dire certe fesserie mi vengono in mente, chissà perché, Leonardo da Vinci e Gandhi...
Infine, tanto per cambiare, insulti e bestemmie contro Dio trattato come uno stupido o un poco di buono (pure Lui!) per avere osato crearci diversi, e per averci "offese" in maniera gravissima assegnando ad Eva la sfida di dare alla luce i suoi tanti figli anziché mandare anche lei a zappare e sollevare pesi sudando a più non posso.
Ecco, chi vuole proprio festeggiare l'8 marzo usi come regalo un bel serpentone come quello che fu la causa di tutto il putiferio: e lasciate sulla pianta il ramo di mimosa, simpatica e delicata piantina che non ha mai fatto male a nessuno ed è stata trasformata, suo malgrado, nel simbolo di una colossale presa in giro

venerdì 13 novembre 2009

Lettera aperta a Maria Stella Gelmini

«Neppure un giorno a casa», promette sorridendo il ministro Mariastella Gelmini, annunciando la sua prossima maternità. È la tendenza fra le nuove madri professioniste o dirigenti, superimpegnate in un lavoro che le appassiona, e in grado di pagare le migliori tate: «Neppure un giorno a casa». Libere di fare come preferiscono. Tuttavia, però, vorremmo solo dire a queste donne, in amicizia, una cosa: vi perdete, in quest’ansia di tornare a "produrre", qualcosa di molto grande. Vi perdete le vostre ore più belle. È un privilegio ormai, in questi tempi di precariato, potersi concedere di fermarsi per un figlio. È quasi un lusso. Ma a mia figlia, quando sarà grande, direi: prenditi tutto il tempo che puoi, consuma questi giorni in pace. Guardati, abbracciati il tuo bambino. Queste ore non torneranno.

Prenditi il tempo di stringertelo addosso: guarda come istintivamente ti si rannicchia fra le braccia, cercando ancora l’eco del battito del tuo cuore. Guardalo, e lasciati riempire di stupore: nove mesi fa non c’era, e ora è un uomo. Non è sbalorditivo? Germinato da un seme invisibile. Perfetto, e sì che tu di lui non avresti saputo fare neanche un capello. Trattieni il fiato: quel tuo figlio fra le braccia, è un mistero.

Annusalo: sa di latte, di cucciolo. Ma già fra pochi giorni il suo sguardo si illuminerà incontrando i tuoi occhi. Non lasciarti rubare quello sguardo da nessuno. Niente vale quel suo primo riconoscerti, quel tacito dirti: eri tu, quel buio morbido che mi abbracciava.
Guardalo. Guardagli le mani, così incredibilmente piccole; e senti come afferra e stringe forte il tuo dito, come ci si avvinghia. Impara come lo calma la tua voce, e come la ninna nanna che ti cantava tua madre, trent’anni dopo, naturalmente ti torna alla memoria.

Guardalo ancora. A chi somiglia? Ritrovargli negli occhi lo stesso cipiglio di tuo padre, o nei capelli il rosso fulvo di un nonno che neanche hai conosciuto. I geni che arcanamente si declinano, memori, nel tuo bambino. E lui, lui che – è straordinario – è te, e insieme l’uomo che ami.
Piange. Ha fame a tutte le ore. Ti avranno detto: un figlio, che fatica. Ti avranno detto delle notti in bianco. Vero, ma non si parla mai del resto: di cos’è, di quanto è grande stringersi addosso questo piccolo straniero. Se la fa addosso, urla, ha bisogno di tutto. Ma te ne innamorerai pazzamente. Non perdere i primi giorni di un grande amore.

Succhia, avido, e poi crolla addormentato. Tientelo stretto ancora un momento. Fermati a scoprire con meraviglia che ogni uomo al mondo è stato, un giorno, come tuo figlio stanotte: un bambino inerme fra le braccia di una donna. Ognuno, pensa: tutti i guerrieri e tutti i soldati, e gli assassini e gli eroi, tutti i morti di tutte le guerre del mondo sono stati, un giorno, uguali a tuo figlio stanotte: come lui innocenti, come lui abbandonati. Se lo capisci, non guardi più agli altri come prima. Sei quasi sottilmente cambiata. È un’altra donna, quella che incroci allo specchio con quel neonato fra le braccia. Come avendo per un istante sperimentato cos’è, la misericordia; che vuol dire, in ebraico, "amare con viscere materne".

Gusta gli attimi, non avere fretta, contempla ciò che ti è accaduto. Hai avuto un dono. Esserne felice è già il principio di una gratitudine. (E chi è grato, è lieto).

Questo dirò a mia figlia, quando sarà grande. Le dirò che il lavoro è una cosa bellissima, è una cosa importante. Ma non lo è tanto da rinunciare ai primi mesi con tuo figlio. Sono tuoi, ti appartengono. Sono un privilegio – sì, privilegio, anche se oggi non si usa dirlo – delle donne: la straordinaria gioia di mettere al mondo, dalla propria carne, noi capaci di nulla, un uomo.
Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore.
Avvenire, 12 novembre 2009