Amatore di Dio è quegli, che tutte le cose naturali usa e participa sanza peccato, e secondo la sua virtù non è negligente a niuno bene. (S. Giovanni Climaco)
venerdì 24 gennaio 2014
Note sulla scultura religiosa
E' proprio questo senso immediato di parentela uno dei motivi (gli altri li spiego in un libro, che è ancora in alto mare) per cui io nella mia ignoranza dico sì all'uso delle sculture in casa dei fedeli, purchè siano fatte con buonsenso e non diano luogo a fantasticherie. Non parlo di sculture come la Madonna di Oropa o il san Pietro che c'è nella basilica di Roma, autentiche icone a tre dimensioni che per la loro solennità possono stare solo in una chiesa, fosse pure la più spoglia cappelletta di montagna. Men che meno di quelle statue issate su un piedistallo, dalla posa teatrale e dall'espressione stravolta, tali da confondere le idee a chi non è pratico di psicologia, vale a dire la grande maggioranza dei battezzati. Tra i due estremi c'è una miriade di opere della devozione popolare, semplici, composte, tanto più preziose quanto più rimaste immuni dalla baraonda postridentina, non necessariamente antiche.
Nell'associazione che mi ospitava c'era una madonnina simile a questa (http://www.apostolatoliturgico.it/Prodotti/oggetti-per-la-pieta-dei-fedeli/statue/nostra-signora-di-misericordia/r-01-2908l.aspx), grande all'incirca un metro e mezzo, senza mantelli di broccato, corone o altre simili smancerie: era di resina, neanche di terracotta, ma per chi volesse veramente concentrarsi a pregare sembrava una perla rara, nel bel mezzo di una città barocca. Una statua simile non vale nè più nè meno di un'icona, è una cosa diversa: non da accendere lumini o da cantare inni ma da parlarci spontaneamente, faccia a faccia, magari con un rosario tra le mani.
Al momento di sgomberare i locali, la statua fu spedita ad un monastero, che se non sbaglio era da ricostruire dopo il terremoto in Abruzzo, ma oggi penso a quanto starebbe bene qualcosa di simile all'interno del futuro Centro Studi: non tanto per me o per gli altri operatori, quanto per i piccoli pazienti in sala d'attesa.
giovedì 2 maggio 2013
Sono bambini, non sono cretini
Io li ho scoperti molto tardi perchè vent'anni fa ero atea, e con delle basi del genere forse sarei diventata pure laicista. Se oggi sono all'opposto, lo devo a una nonna senza troppa istruzione ma con le idee chiare, che aveva in casa dei libretti di devozione popolare scritti tra Ottocento e Novecento, e poichè non ci vedeva più tanto bene mi chiedeva di leggerle a voce alta qualche brano in latino, spiegandomelo poi in dialetto. Ora io non credo di essere un genio, ma neanche di aver bisogno di libretti per capire un rito che, proprio perchè sacro, sfugge ad ogni spiegazione: o si crede, o non si crede, si possono anche avere dubbi ma è l'esperienza che li chiarisce, non certo un manuale.
Questo vale a tutte le età, basti pensare a tanti che a causa della loro fede hanno perso la vita: Tarcisio, Agnese, Filoteia... tutti ragazzini, che forse non avevano mai imparato a leggere ma sapevano bene cosa era la Verità e cosa no. Anche senza scomodare i santi, fino a cinquant'anni fa i ragazzi, almeno in Italia, iniziavano il seminario intorno ai dieci anni, e se loro imparavano a dire la Messa in latino, perchè mai quelli di oggi non dovrebbero essere capaci ad ascoltarla in italiano?
Fino a prova contraria, i nati di questo secolo non sono stati tutti colpiti da un fulmine, e allora perchè trattarli come dei rimbambiti? La realtà è che i bambini sono molto più intelligenti di quanto si pensa, hanno solo bisogno delle condizioni adatte per dimostrarlo.
giovedì 11 aprile 2013
La febbre nei bambini
Si parla di febbre quando si ha un aumento della temperatura corporea superiore a 38° C ( o 38,5°C per via rettale). Vi stupirò dicendovi che non è una malattia, ma un sintomo che qualcosa non va nell’organismo: è una reazione di difesa contro batteri e virus.
La macchina meravigliosamente perfetta che è il nostro corpo fa salire la temperatura per inibire la riproduzione di virus e batteri. E’ per questo che bisogna lasciarla “sfogare” anzichè “bloccarla”, abbassandola solo quando è effettivamente necessario farlo.
Prima di tutto è importante monitorare la temperatura del bambino per via rettale (sotto i 2 anni) o ascellare ( bambini più grandi o in caso di diarrea), ma mai al risveglio o dopo un pasto. Se si ha difficoltà nel misurare la temperatura nei due modi precedenti, si può optare per i termometri a infrarossi auricolari, che sono molto precisi: l’unica accortezza deve essere quella di tenerli nella stessa stanza dove alloggia il bambino e dove si misura la temperatura da almeno mezz’ora, per acclimatarli.
Ora, se la febbre non supera i 38°C, se il bambino ha più di sei mesi ed è comunque un bambino normalmente in buone condizioni di salute, si può tranquillamente agire nel seguente modo:
- non coprire il bimbo eccessivamente;
- fargli bere tanti liquidi (acqua, succhi di frutta preparati in casa o da agricoltura biologica, spremute, tisane non zuccherate) ed evitare di nutrirlo controvoglia: in caso abbia appetito, preferire brodi vegetali e alimenti leggeri (niente proteine animali, niente zuccheri raffinati);
- inumidirgli fronte e polsi con pezzuole bagnate in acqua tiepida (non ghiacciata o fredda, perchè un brusco abbassamento della temperatura potrebbe portare a un collasso!).
Quando, però, la febbre è elevata (39°C) e non si abbassa nell’arco di 24-48 ore, quando compaiono manifestazioni evidenti a carico di un organo (esempio otite, infezioni intestinali, macchie sulla pelle, ecc…) o altri sintomi (rigidità del collo, stato confusionale, difficoltà a respirare), è consigliabile consultare il proprio pediatra.
Ora vediamo come può aiutarci la nostra amica omeopatia, ma mi raccomando: non mi stancherò mai di dirvi che questi consigli non vogliono in alcun modo sostituirsi al rapporto con il proprio pediatra o medico, a cui anche una telefonatina non guasta mai e, soprattutto, rende tranquilli i genitori più ansiosi.
In ogni caso consiglio sempre e comunque l’ANAS BARBARIAE 200K[1] tubi dose (per bambini fino a 18 mesi) o il preparato più complesso contenete anche Vincetoxynum, Influenzinum, Echinacea, Rame e Belladonna[2], sempre in tubi dose (per bambini oltre i 18mesi e per adulti), da assumersi con le seguenti modalità:
- il primo[1],1 t.d.ogni 6 ore, fino a un massimo 3 somministrazioni nel primo giorno, poi 1 t.d. ogni 12 ore nei successivi 2-3 giorni;
- il secondo[2], 1 t.d. suddiviso in piccole prese (6-8) da ripetere ogni 2 ore nel primo giorno e, il giorno dopo , 1 presa ogni 12 ore per 2-3 giorni.
A questi preparati si abbinano, per i primi stadi della febbre, ACONITUM NAPELLUS e BELLADONNA, indicati entrambi per febbre a esordio improvviso ed elevata: il primo è più indicato se la febbre si aggrava intorno alle 24 e la pelle è secca; il secondo per febbre che, in genere, si accompagna a stati infiammatori e si presenta con pelle arrossata e sudata.
Vanno somministrati entrambi nella dose di 3 granuli 5 CH anche ogni mezz’ora, fino a miglioramento dei sintomi, poi ogni 2-3 ore oppure, per bambini più piccoli, 10 granuli diluiti in c.ca 100ml di acqua e di questa soluzione 1 sorso ogni ora
DULCAMARA è invece il rimedio della febbre da freddo umido, da pioggia, non molto alta: 3 granuli 5CH ogni 2-3 ore fino a miglioramento
In tutti i casi bisogna sospendere la terapia 24 ore dopo il miglioramento.
Se si ha difficoltà a individuare la causa della febbre, esiste in commercio un preparato contenete ACONITUM, BRYONIA, EUPATORIUM, GELSEMIUM, PHOSPHORUS, in grado di contrastare i diversi tipi di febbre, anche quella da sindrome influenzale: ai primi sintomi, 5-7 globuli sciolti in bocca o in poca acqua ogni 30 minuti, poi diradare fino a 3 volte al giorno.
Ricordo, inoltre, che tutti i rimedi omeopatici in granuli, globuli, gocce, fiale bevibili vanno assunti a digiuno, mezz’ora prima o 2 ore dopo i pasti e lontano dai sapori forti.
Per chi volesse, esistono delle supposte a cui sono molto affezionata e che trovo validissime. Sono composte da CHAMOMILLA, BELLADONNA, DULCAMARA, PLANTAGO MAJOR, PULSATILLA, CALCIUM CARBONICUM e sono molto efficaci per gli stati febbrili accompagnati da eccitazione, pianto, dolori da dentizione o colichette: 1 supposta (1/2 per lattanti fino a 6 mesi) ogni 6 ore (massimo 3 volte al giorno).
Non dimenticate una bella integrazione di vitamina C con olivello spinoso e, magari, tante spremute di arancia (solo per bambini dai 10 mesi in poi).
E se sono mamma e papà ad ammalarsi? Tutto quanto detto e illustrato finora va bene anche per noi adulti, ma con una “coccola” in più: delle belle tisane “scaccia-febbre” a base di tiglio, verbena o eucalipto. In commercio se ne trovano di ottime già pronte e provenienti da agricoltura biologica oppure potete chiedere al vostro erborista di fiducia una composizione adatta allo scopo.
mercoledì 16 gennaio 2013
Unioni civili e corti barbare
Da un lato dico per esperienza che per un bambino qualsiasi persona anche bizzarra, ma pacifica, è meglio di un papà che alza le mani. Dall’altro non c’è bisogno di essere Freud per vedere che in questo caso le tendenze omosessuali della signora non sono innate, ma sono piuttosto una reazione di rifiuto dell’intero genere maschile e che uno squilibrio emotivo, di natura sessuale o no, non è certo la condizione ideale per educare i propri figli (in questo libro ho illustrato i potenziali danni: http://laboheme.altervista.org/ebook.html).
Quello che i magistrati e tutti i chiacchieroni di destra e di sinistra continuano a ignorare è che i parenti o sono amati, o non sono parenti e non ha senso tenere in piedi un legame che è solo di sangue. Il mondo è pieno di fratelli che non si parlano da vent’anni, di separati in casa che sperano di diventare presto vedovi, di poveri diavoli che hanno rinunciato ad una loro famiglia perchè gli era stato sbolognato l’infermo di turno senza che avessero la minima attitudine da crocerossine. E’ cosiì terribile l’idea di siogliere questi legami non voluti in maniera ragionevole, a colpi di carte bollate e non più di coltello e senza mandare nessuno al repartino?
Tornando al caso di cronaca, questo bambino probabilmente non amerà nessuno dei due, ma tra quarant’anni si troverà sulle spalle l’obbligo di assistenza verso entrambi. E’ questa la famiglia in cui i giudici e i politici credono? Non è che la questione delle coppie gay sia solo usata come un paravento per nascondere la loro confusione mentale?
Si parla tanto di convivenza more uxorio, ma esistono anche persone di ogni età che si sono sempre amate come fratelli e onn possono essere riconosciute come tali perchè la legge prevede l’adozione solo a titolo di figli e solo con almeno diciott’anni di differenza. Se ad uno di loro capitasse qualcosa gli altri non potrebbero prendersi cura di lui e dovrebbero cedere il passo a dei parenti legittimi che magari non si sono mai visti prima e non si conoscono: idem per le successioni. Quando qualche genio tira in campo il cristianesimo per giustificare e prolungare questo stato di cose, gli metterei di fronte il ricordo di quella formidabile coppia di amici fraterni che vivevano ad Assisi e proprio in nome della loro fede piantarono in asso casa, famiglia, titolo e bottega: si arrangiassero tutti quanti.
Per rendere l’idea, e perchè non mi si scambi per una misantropa furiosa, se questo fosse un paese civile io mi chiamerei veramente Elisabetta Spada, da anni figlia di N.N. ma con alcuni fratelli adottivi, e vivrei con l’unica persona sulla terra cui ho mai voluto dedicare tutta la vita e che dividerei con altre mille senza batter ciglio, pur di essergli vicino.
mercoledì 18 maggio 2011
“Metodo Estivill”, nessun valore scientifico e minaccia per lo sviluppo affettivo dei bambini
I risvegli notturni dei bambini dai sei mesi in poi rientrerebbero tra questi comportamenti e i genitori dovrebbero applicare questo metodo per assicurare a se stessi e ai propri neonati notti intere senza risvegli.
È quantomeno curioso notare come in fondo al libro in questione non ci sia neanche un rigo di bibliografia e come dalla sua pubblicazione ad oggi gli autori non abbiano pubblicato neanche uno studio scientifico sull’applicazione del “loro” metodo.
Al contrario, autorevoli associazioni mondiali hanno prodotto documenti ufficiali in cui si mette in guardia dai possibili rischi collegati a questo metodo. Vediamone alcuni:
Esiste una nota pubblicata dall’Associazione Australiana per la Salute Mentale Infantile (2) (AAIMHI) sugli effetti dannosi del lasciar piangere i bambini durante l’addormentamento o ai loro risvegli. L’articolo in questione si riferisce al pianto associato al sonno e ai metodi che pretendono di far dormire i bambini utilizzando l’estinzione graduale, cioè una tecnica comportamentale diretta a modificare i comportamenti considerati patogeni.
Il pianto, quindi, rientrerebbe tra questi comportamenti indesiderati e modificabili attraverso apprendimenti che gradualmente lo renderebbero inutile. Infatti è proprio questo che i metodi in questione provocano: non che il bambino non si svegli, bensì che non usi più il pianto per richiamare il genitore in caso di necessità.
La nota dell’AAIMHI afferma che:
- Il pianto dei bambini è sempre un’indicazione di stress o di disagio emotivo. Non rispondere al pianto dei bambini (ovvero evitare di confortarli) insegna ai bambini a non cercare conforto emotivo quando sono in una situazione di disagio. Questo vuol dire che perdono fiducia nelle figure parentali e nella relazione che si instaura con loro.
- Intorno ai sei mesi di vita i bambini sperimentano l’ansia da separazione. Questo vuol dire che devono elaborare il concetto che se la madre (o altra figura parentale di riferimento) si allontana poi ritornerà e loro non verranno lasciati soli. Questo processo di elaborazione può durare diversi mesi, ma è essenziale per il loro equilibrio anche in età adulta.
- I bambini normalmente hanno bisogno dei genitori per essere confortati di notte fin circa ai tre/quattro anni (alcuni prima, altri dopo, dipenderà dal bambino) e questo non può essere etichettato come disturbo del sonno.
- I bambini svilupperanno un attaccamento più sicuro quanto più la loro richiesta di conforto e rassicurazione verrà soddisfatta dai genitori, sia di giorno che di notte.
- Per un genitore sentire il proprio figlio che piange in maniera incontrollata e non intervenire per calmarlo e rassicurarlo è una grossa fonte di stress.
Da un punto di vista psicologico, il pianto ignorato rappresenta una mancanza di efficacia del segnale che i bambini da sempre utilizzano per comunicare coi propri genitori o con chi si prende cura di loro, e può creare in loro sensazioni di inadeguatezza circa la propria capacità di esprimere paure e disagi, ricevendone regolazione emotiva dall’adulto.
A questo proposito la psicologa Sue Gerhardt (3) illustra l’effetto che il pianto prolungato dei bambini ha sul loro sistema endocrino: “l’essere costantemente ignorati quando si piange è particolarmente pericoloso perché alti livelli di cortisolo (un ormone prodotto in situazioni di stress) nei primi mesi possono anche incidere sullo sviluppo di altri sistemi di neurotrasmettitori i cui percorsi devono ancora essere stabiliti. Essi sono ancora immaturi e non pienamente sviluppati persino dopo lo svezzamento. Infatti il ritmo normale di produzione di cortisolo ha un picco la mattina al risveglio e ci vuole quasi tutta la prima infanzia (fino ai 4 anni circa) per stabilire un andamento adulto della quantità di cortisolo, alta la mattina e bassa la sera”.
Inoltre, sempre la stessa autrice fa notare come: “si è scoperto che coloro che hanno avuto un costante contatto fisico, sono stati spesso tenuti in braccio e hanno ricevuto molta attenzione durante la prima infanzia, da adulti hanno un’abbondanza di recettori del cortisolo. Ciò significa che possono facilmente gestire lo stress.”
Anche le ricerche di Prescott (4), neuropsicologo americano, effettuate su 49 culture del mondo, hanno dimostrato come esista una correlazione tra soddisfazione del bisogno del contatto da piccoli e aggressività da adulti. Questo autore evidenzia quanto minori sono le espressioni tattili di un popolo come abitudine di accudimento dei bambini, maggiori sono i tassi di aggressività degli adulti. Questo dimostra come sia la cultura di appartenenza che condiziona le modalità di accudimento dei bambini, in quanto i loro bisogni sono sempre gli stessi.
Anche l’ACP (Associazione Culturale Pediatri italiana) si è espressa a sfavore del metodo dell’estinzione graduale (5) concludendo che questo metodo è efficace a breve ma non a lungo termine. Inoltre concorda con la posizione appena esposta dell’AAIMHI circa le possibili conseguenze psicologiche negative.
Alcune ricerche americane affermano che stress protratti nei bambini possono addirittura provocare danni cerebrali (6).
Anche la psicologa inglese Margot Sunderland (7) direttrice del Center for Child Mental Health di Londra mette in guardia dai possibili danni neurologici che possono riscontrarsi in bambini costretti a piangere a lungo. Questa autrice parla proprio del ruolo dell’accudimento genitoriale in relazione alla crescita e allo sviluppo dell’architettura cerebrale dei neonati e dei bambini.
In conclusione, siamo davanti ad una operazione commerciale molto ben riuscita ma priva di valore scientifico e per giunta non scevra di gravi rischi per i nostri bambini.I lettori comprano, regalano e utilizzano questo libro pensando di risolvere un falso problema in quanto i risvegli notturni dei bambini fino circa al terzo anno di età rientrano nel normale sviluppo fisiologico delle loro cellule nervose (8).
Purtroppo i rischi correlati a questo metodo circa lo sviluppo affettivo dei bambini non sono sufficientemente noti alla maggior parte dei genitori e degli operatori che lo consigliano.
Il bisogno di contatto e di rassicurazione dei bambini non va mai ignorato né di giorno, né di notte, solo così avremo bambini oggi e adulti domani capaci di dare valore agli aspetti legati al mondo affettivo degli esseri umani.
Alessandra Bortolotti
La cura dei denti da latte
Ovviamente è fondamentale abituare i bambini fin da subito ad usare lo spazzolino, che svolge un’azione pulente di tipo meccanico, ma altrettanto importante è abituarli a sciacquarsi la bocca dopo l’assunzione di determinati alimenti.
La formazione della carie è infatti favorita da un ambiente acido, che ad esempio si crea dopo l’assunzione di zuccheri, ed è sufficiente un buon risciacquo con acqua per aiutare il ripristino del giusto PH della cavo orale.
Il dentifricio invece è assolutamente da evitare nei primi tre anni di vita, dato che i bambini lo mangiano!, e comunque sconsigliato fino al cambio dei denti.
Un’alternativa efficace ed economica che possiamo facilmente produrre in casa è un soluzione satura di bicarbonato di sodio: ad un bicchiere pieno d’acqua aggiungiamo pian piano del bicarbonato, mescolando finché non comincia a depositarsi sul fondo. A questo punto la soluzione è pronta e volendo possiamo aggiungervi due gocce di olio essenziale: gli agrumi sono perfetti.
Il bicarbonato disciolto in acqua ci garantisce un PH equilibrato e ha un ottimo potere pulente senza abradere lo smalto, ma molti dentisti indottrinati dalle industrie cosmetiche ne osteggiano l’uso…
Se proprio vogliamo acquistare un dentifricio scegliamolo naturalmente tra quelli eco-bio ma facendo attenzione che:
- l’agente abrasivo sia la silice idrata, carbonato di calcio e caolino sono troppo aggressivi per i denti da latte
- non contenga fluoro, il cui uso è molto dibattuto e che comunque secondo un decreto europeo deve essere utilizzato fino ai 6 anni con grande attenzione data la pericolosità della sua ingestione.
- non contenga tensioattivi, sono assolutamente inutili all’interno della bocca e di certo è meglio non vi entrino.
Elena Suppo
sabato 2 ottobre 2010
Scuola verso la militarizzazione?
Un preoccupante affresco di quanto prospettato dalla tanto voluta riforma della scuola...
Con un accordo Gelmini-La Russa via a un corso che prevede la divisione degli studenti in "pattuglie", lezioni di tiro con la pistola ad aria compressa e percorsi "ginnico-militari".
Si chiama "allenati per la vita". E' il corso teorico e pratico, valido come credito formativo scolastico, rivolto agli studenti delle scuole superiori, frutto di un protocollo tra ministero dell'Istruzione e della Difesa. E che cosa serve a un ragazzo per allenarsi per la vita? Esperienze di condivisione sociale, culturale e sportive , informa la circolare del comando militare lombardo rivolta ai professori della regione.
Dopo le lezioni teoriche "che possono essere inserite nell'attività scolastica di "Diritto e Costituzione" seguiranno corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e "orienteering", vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, (ma l'autore della circolare scrive orientiring, coniando un neologismo). Non solo, ma agli studenti si insegnerà a tirare con l'arco e a sparare con la pistola (ad aria compressa). E in più "percorsi ginnico-militari".
Il perché bisogna insegnare la vita e la Costituzione a uno studente liceale facendolo sparare con una pistola ad aria compressa viene spiegato nella stessa circolare: "Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso".
Secondo il progetto Gelmini-La Russa, che ha già sollevato perplessità tra i professori che hanno ricevuto la circolare, "la pratica del mondo sportivo militare, veicolata all'interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la "conoscenza e l'apprendimento" della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l'importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al "bullismo" grazie al lavoro di squadra che determina l'aumento dell'autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo".
Seguirà, a fine corso, "una gara pratica tra pattuglie di studenti (il termine è proprio pattuglie, recita la circolare, termine che ha fatto storcere il naso a molti docenti, ndr)". Intanto si è aperto il dibattito: è giusto trasformare la scuola pubblica in un collegio militare? O è solo un'opportunità in più per i ragazzi di avvicinarsi a organismi e istituzioni come protezione civile, esercito e croce rossa?
Fonte: Famiglia Cristiana.it
Argilla: la terra curativa
Ecco un interessante articolo sull'argilla e sulle numerose proprietà di questa terra curativa.
Chi non ha mai sentito parlare dell'argilla? E chi non conosce le maschere all'argilla per farsi belli?
Sicuramente voi tutti saprete di cosa sto parlando. L'argilla, questa polvere di terra che mischiata all'acqua ci dona ... fango! Già, fango che però ha proprietà fenomenali, cosmetiche ma soprattutto terapeutiche. Certo, l'estetica ha la sua importanza, ma sono dell'opinione che se non si sta bene dentro non si può stare bene nemmeno fuori
E quindi mettiamo da parte, almeno per il momento, tutte le qualità cosmetiche proprie dell'argilla e consideriamo invece il suo potere curativo e di prevenzione concentrandoci sulle applicazioni che possono essere d'aiuto ai nostri bambini, ma anche alle donne in dolce attesa e, ovviamente, a noi tutti.
L'argilla non si presenta mai allo stato puro, ma sempre mescolata con dei minerali come ferro, calcio, magnesio, potassio, sodio, ecc. che ne aumentano il potere curativo (e sono proprio loro a donarle le varie tonalità di colore creando l'argilla verde, bianca, rossa).
In genere si utilizza (ed è di più facile reperibilità in tutte le erboristerie e nei negozi di alimentazione naturale) l'argilla verde ventilata ed essiccata al sole. Il processo di ventilazione la carica ulteriormente di energia vitale, mentre l'essicazione al sole e all'aria la arricchisce di energie biocosmiche.
Questa sensazionale terra può essere utilizzata sia per uso interno che per uso esterno e in entrambi i casi le sue proprietà sono principalmente quelle disintossicanti, decongestionanti, rimineralizzanti, antianemiche, disinfettanti, cicatrizzanti, antidolorifiche, antinfiammatorie ...
Ma come funziona l'argilla? E' possibile farne degli impacchi, degli sciacqui o ancora delle bevande. Il suo principio di funzionamento è sempre lo stesso: l'argilla ha la miracolosa capacità di attrarre ed assorbire le tossine e le scorie organiche presenti nel nostro corpo e di cedere una quantità dei minerali in essa contenuta. Insomma, uno scambio perfetto e che a noi porta un gran giovamento!
Proprio per questo motivo non è possibile utilizzare per due volte la stessa argilla e nemmeno utilizzarla per più di 20-30 minuti: dopo questo tempo, infatti, tende ad agire nel modo inverso restituendoci le tossine e le scorie precedentemente assorbite.
Ma vediamo ora qualche modo per utilizzare questa terra dalle mille proprietà.
USO INTERNO:
Un sensibile ed efficace modo per depurare il nostro organismo agendo dall'interno è dato dalla bevanda all'argilla.
Essa è ottima anche contro l'anemia e la demineralizzazione della donna in dolce attesa (e non). Si mette in ammollo per una notte 1 cucchiaino di argilla verde ventilata essiccata al sole (si presenta sotto forma di una polvere impalpabile) in mezzo bicchiere d'acqua (evitando di lasciare il cucchiaino di metallo a contatto con l'argilla). Al mattino, a digiuno, si beve la bevanda lasciando sul fondo del bicchiere il residuo depositato.
Tenere presente che l'argilla, presa in più giorni consecutivi, può portare stitichezza. In questo caso è opportuno diluire l'argilla con più acqua oppure bere subito dopo una tazza di acqua calda.
Questa bevanda è inoltre galattogoga (cioè capace di aumentare la produzione di latte materno). A questa si può abbinare un profumato infuso di semi di finocchio e anice per enfatizzare ulteriormente le sue proprietà.
Attenzione: non utilizzare l'argilla per via orale nei casi di tendenza all'occlusione intestinale, o allo strozzamento di un'ernia. Limitarne l'uso a una volta alla settimana nei casi di ipertensione arteriosa.
USO ESTERNO:
In caso di ferite è possibile utilizzare l'argilla in polvere come se fosse un talco direttamente sul taglio: ne favorisce la rapida cicatrizzazione (molto meglio che il classico cicatrene!).
Si può fare la stessa cosa per la cura dell'ombelico del neonato appena nato: l'argilla aiuterà il piccolo ombelico ad asciugarsi più velocemente evitando allo stesso tempo che si infetti.
In caso di bernoccoli, distorsioni, contusioni e fratture mettere 1 cucchiaio di argilla in un recipiente di vetro o di coccio (o comunque di un materiale inossidabile) con un po' d'acqua fredda; quindi mescolare con un cucchiaio di legno fino a creare una pasta morbida, ma che non cola. L'ideale sarebbe poter aggiungere qualche goccia di tintura madre di arnica.
Spalmare il composto sulla parte interessata, avvolgere il tutto con della pellicola trasparente per alimenti e mantenere l'impacco per 20-30 minuti.
Lo stesso cataplasma, ma questa volta creato con l'acqua calda (ma non bollita), porta giovamento anche nei casi di artrite, artrosi, reumatismi e sciatica e nei dolori alla bassa schiena che si possono presentare nell'ultimo periodo di una gravidanza. O ancora nei casi di dolore alle orecchie posizionando l'impasto direttamente dietro il padiglione auricolare e rinnovando l'impacco circa ogni ora.
Questi impacchi di argilla sono eccezionali anche nei casi di facilità dellinsorgere di ingorghi mammari nel primo periodo di allattamento al seno. Basta spalmare l'impasto sul seno con movimenti circolari evitando di coprire capezzolo ed areola mammaria, quindi "impacchettarsi" con la pellicola trasparente per alimenti facendo il giro sulla schiena.
Ricordarsi di tagliare la pellicola in corrispondenza del capezzolo in modo che possa prendere aria e che sia disponibile in caso il neonato abbia necessità o voglia di una poppata!
Mantenere l'impacco per mezz'ora circa e ripetere per 3-4 volte al giorno o finché l'ingorgo mammario svanisce.
Un'ultima curiosità sull'argilla: una profumata ricetta per fare un bagno contro il raffreddore si ottiene mettendo nella vasca da bagno 1 cucchiaio di argilla verde, 1 cucchiaio di bicarbonato, 1 cucchiaio di miele e 3 gocce di olio essenziale di eucalipto, 2 di timo, 10 di tea tree e 10 di limone.
Nei bambini al di sotto dei 3 anni è bene dimezzare la quantità degli oli essenziali oppure metterli, anziché nella vasca, in un diffusore in modo che i vapori si propaghino nell'ambiente.
Federica Scropetta
Massaggio infantile e svezzamento
Invece è questa l'occasione per riportare l'attenzione sul famosissimo esperimento condotto da Harry Harlow nel 1958 sulle scimmie Rhesus e da qui far seguire alcune considerazioni.
Harlow era uno psicologo americano che diventò famoso per alcuni esperimenti, condotti peraltro con procedure etiche oggi del tutto discutibili, volti a studiare gli effetti dell'isolamento sociale sulle scimmie.
Il suo più famoso esperimento riguarda la separazione di alcune scimmiette Reshus dalla madre: le scimmiette, chiuse in una gabbia con due sostituti materni, uno di peluche caldo e morbido che però non forniva latte e l'altro freddo e duro, fatto con fil di ferro ma in grado di erogare latte, dimostrarono di preferire il surrogato di madre di peluche quando si sentivano minacciate e avevano bisogno di conforto mentre ricorrevano alla madre di fil di ferro solo per andare a soddisfare i propri bisogni alimentari per poi ritornare subito alla madre morbida.
Venne così dimostrato che la necessità di contatto fisico è un bisogno primario e indipendente da quello relativo al soddisfacimento dei bisogni fisiologici, e che il legame di attaccamento madre-figlio è qualcosa di più che l'esito di un rapporto strumentale finalizzato all'ottenimento di cibo.
Allo stesso modo i neonati degli orfanotrofi si ammalavano e morivano se, pur puliti e nutriti a dovere, venivano lasciati nei loro lettini senza sufficiente contatto e coccole.
In una celebre affermazione Frédrik Leboyer afferma che essere cullati, accarezzati, massaggiati, toccati sono tutti nutrimenti importanti e indispensabili ai bambini come le vitamine, i sali minerali, le proteine,... se non di più.
Sulla base di questi spunti si torna ancora una volta a considerare quanto il gesto dell'offrire cibo e quello dell'offrire protezione, calore e relazione siano intimamente interconnessi e imprescindibili per la crescita del cucciolo d'uomo.
Ogni mamma sa bene che allattare il proprio bambino rappresenta la sintesi sublime di quei gesti di cura e di amore indispensabili alla vita.
E allora vorrei portare la riflessione su un momento critico e importante che caratterizza la relazione madre-figlio nel primo anno di vita: lo svezzamento.
Come noto, si tratta di un passaggio evolutivo di enorme importanza nella crescita del cucciolo che, per quanto condotto in maniera graduale e per alcuni mesi sempre "fiancheggiato" dall'allattamento al seno (nei casi in cui non sia necessario l' allattamento artificiale che implica considerazioni un po' diverse), di fatto avvia un primo processo di separazione o meglio, ridefinizione dell'unità simbiotica madre-figlio.
Nella fase dello svezzamento l'attenzione delle mamme moderne tende a polarizzarsi in maniera evidente sull'aspetto funzionale dell'alimentazione: con quali alimenti comincio, cosa posso introdurre, gli piace/non gli piace, quali quantità, quale cucchiaino...Tantissimi quesiti occupano non solo la mente ma anche il tempo delle mamme.
Accade così che se prima il cucciolo riceveva allattamento al seno e massaggio quotidiano, intorno ai 6-7 mesi, spesso proprio a causa di questi cambiamenti di ordine "operativo" nella relazione madre-figlio, la pratica quotidiana del massaggio tende a cadere un po' in disuso. E invece è proprio in questa fase e soprattutto (ma non solo) con quei piccoli che non manifestano clamorosi entusiasmi di fronte alla prospettiva di sostituire/integrare il seno con il cibo solido, che la pratica quotidiana del massaggio al bambino rappresenta una leva di grandissima efficacia per il sostegno della unità madre-figlio in evoluzione.
Il massaggio infatti, ricreando nello spazio ad esso dedicato quel concentrato di sguardi, contatto, calore, vocalizzi, stimolazione neurosensoriale e soprattutto comunicazione ad altissima intensità, rappresenta una bellissima modalità per modulare i vissuti del bambino e quindi per rilassarlo, contenerlo, rassicurarlo e continuare a nutrirlo sul piano affettivo PROPRIO NEL MOMENTO IN CUI su quello strettamente funzionale della nutrizione fisica si affrontano i necessari cambiamenti evolutivi.
Pertanto quelle mamme che hanno inziato già nei primissimi mesi a massaggiare il piccolo non abbandonino ma intensifichino e/o mantengano viva la pratica nel periodo dello svezzamento e quelle mamme che per tante ragioni non l'hanno fatto prima trovino in questo periodo una motivazione importante per sostenere la crescita.
Daniela Iurilli
venerdì 7 maggio 2010
Latte materno: toccasana anche per la mamma
Che allattare al seno avesse vantaggi per il neonato è già noto da tempo, ma dall'America arriva ora la scoperta che l'allattamento è utile non solo per la salute delle mamme, ma anche per la loro linea.
Non solo diffusione di amore direttamente dal cuore quindi, ma anche benessere fisico sia per chi lo riceve sia per chi lo dà!
Ebbene sì, allattare pare riduca davvero il girovita delle mamme: le donne che hanno la possibilità di farlo hanno, infatti, ridotto notevolmente la quantità di grasso addominale. E non solo nei mesi delle poppate, ma anche dopo molti anni.
Lo studio è stato presentato a un convegno dell'American Heart Association per la salute cardiovascolare a San Francisco, e ha messo in luce che le donne di mezza età che avevano allattato i loro figli costantemente al seno hanno davvero un vitino da vespa - in media di 6.6 centimetri minore rispetto a quelle che ricorrono a latte artificiale.
La spesa extra di calorie dovuta all'allattamento al seno aiuterebbe le mamme non solo a tenersi in linea ma a mantenersi in salute prevenendo malattie quali il diabete e disfunzioni cardiache.
La ricerca ha infatti ribadito non solo i benefici del latte materno per i neonati già assodati - diminuzione del rischio di infezioni dell'orecchio, asma, problemi di stomaco, malattie respiratorie, allergie della pelle, diabete e sindrome della morte improvvisa del lattante - ma ha anche dimostrato i benefici sulla salute delle mamme: l'allattamento al seno potrebbe infatti ridurre il rischio di contrarre il diabete di tipo 2, cancro al seno, il cancro alle ovaie, malattie cardiache, la depressione post parto e appunto la sindrome metabolica. Si crede che sia proprio il fatto di allattare al seno a contribuire a perdere grasso addominale, riducendo così il rischio di malattie cardiache.
Lo studio è stato condotto su 351 donne che avevano già partecipato a una precedente indagine del Women's Health Across the Nation Heart Study, condotto dal 2001 al 2003, che aveva svelato come la spesa extra di calorie di cui sopra permettesse di perdere i chili in eccesso accumulati in gravidanza: sarebbe questo ad avere effetti positivi sui livelli di zuccheri nel sangue, sulla massa grassa corporea e sulla distribuzione del grasso nel corpo, riducendo nettamente la possibilità di malattie legate, appunto, all'accumulo di grassi.
Il latte materno quindi non solo è fondamentale per i bimbi - tanto più che la stessa Organizzazione mondiale della sanità definisce "l'allattamento materno come il modo migliore per nutrire il bimbo e assicurargli tutto ciò di cui ha bisogno per crescere sano" - ma è davvero prezioso anche per le donne.
Si ricordi inoltre che il latte materno da solo è sufficiente al bimbo, senza l'aggiunta di altri liquidi o alimenti fino allo svezzamento: è dissetante come l'acqua, calmante molto più della camomilla, digestivo molto più del finocchio.
Quindi, in poche parole, è l'unica cosa da dare al bambino, per far crescere sano lui e mantenere in salute e in linea la mamma!
Fonte: Wellme.it
Homeschooling: boom dell'istruzione a domicilio
Si chiama "homeschooling" la risposta familiare alla scuola, diffusa in tutto il mondo e ora sempre più frequente anche in Italia.
Si tratta della cosiddetta istruzione a domicilio, fuori dalle strutture scolastiche. A impartire le lezioni ai bambini sono dunque i genitori, oppure istitutori privati, come si faceva una volta.
Questa tendenza, proibita in Paesi come la Germania, è ormai un'abitudine in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Gran Bretagna, se si pensa che negli Usa sono ormai 2 milioni i bambini che studiano con i genitori, 20 mila in Inghilterra e almeno 3 mila in Francia.
Ora anche l'Italia sta seguendo l'esempio mondiale: nel nostro Paese - rileva un'inchiesta del quotidiano la Repubblica seguita da Paola Coppola - sono quasi 200 i casi di "istruzione parentale" rilevati, secondo i dati della Rete italiana scuola famigliare.
Sono centinaia le mamme che fanno lezione ai loro figli e si scambiano consiglio sul web. Altrettante le famiglie che si confrontano ormai da tempo sulle novità in merito a questa nuova "moda", che può essere considerata forse un campanello d'allarme per l'istruzione del nostro Paese. In altre parole, la scuola è in crisi e i genitori preferiscono istruire i propri figli in casa.
"La scuola non è obbligatoria, l'istruzione sì", spiega chi ha deciso di compiere questa scelta, prevista dalla Costituzione e dalle leggi. Questi genitori ritengono, infatti, sia un'opzione che tiene lontani i bambini dal bullismo e offre loro il meglio, allontanandoli da una scuola noiosa e standardizzata.
Una decisione discutibile, invece, secondo Sandra Chistolini, ordinario di pedagogia all'Università Roma 3 , secondo la quale "la diffusione dell'educazione parentale priva i ragazzi del contesto sociale" offerto dalla scuola.
"La scuola pubblica per l'Italia è stata un'importante conquista sociale, la diffusione di quella parentale disperde questo patrimonio", sottolinea la docente Chistolini, che avverte "da noi questo tipo di istruzione non è gestita dall'autorità didattica come in altri paesi, non c'è controllo".
Fonte: Blitz Quotidiano.it
Utile supporto o aggeggio malefico?
Il tiralatte (detto anche mastosuttore) è un apparecchio che serve a estrarre il latte dal seno di una madre.
Ne esistono di vari tipi: ognuno è indicato per particolari esigenze e non è indicato per altre.
Nella maggior parte delle "liste di nascita" (quegli elenchi di oggetti "indispensabili" per le future mamme) è indicato anche il tiralatte, come se non si potesse farne a meno. In realtà consigliare a tutte le mamme in maniera indiscriminata il tiralatte è più che altro un modo per farvi spendere soldi inutilmente (eh, già, l'allattamento ha il difetto che non vi obbliga a spendere soldi, e quindi bisogna trovare qualche altra maniera per farvi mettere mano al portafoglio!).
Innanzitutto esiste la spremitura manuale del seno, per la quale vi bastano le vostre mani e nulla più. E' molto importante che ogni donna sappia spremersi manualmente il latte, dato che situazioni di "emergenza" possono capitare in qualunque momento dell'allattamento (ad esempio, un seno troppo pieno che provoca fastidio o dolore, causato dal fatto che il vostro bambino sta facendo una pausa più lunga del solito tra le poppate).
In fondo all'articolo potete trovare i riferimenti per capire come si esegue la spremitura manuale.
Le ragioni per cui può servire un tiralatte sono essenzialmente tre:
- somministrare latte materno a un bambino quando non può farlo direttamente la madre dal seno (separazione madre - bambino, ad esempio per motivi di salute di uno dei due o per il rientro a lavoro della madre).
- aumento e/o mantenimento della produzione di latte (bambino prematuro, ricoverato, con difficoltà ad attaccarsi al seno, stimolazione supplementare del seno se la produzione di latte è inadeguata, rilattazione o allattamento di bambino adottivo, mantenimento della produzione se la madre non può allattare per un periodo a causa di farmaci controindicati).
- drenaggio del seno (nel caso in cui, come dall'esempio della spremitura manuale, il seno è troppo pieno e oltre a far male può rendere difficoltoso l'attacco per il bambino, quindi anche nel caso di ingorgo o mastite).
Si tratta di utilizzi del tiralatte molto diversi che, come vedete dagli esempi, possono essere occasionali o che durano per più tempo.
Per questa ragione esistono diversi modelli di tiralatte:
- Tiralatte manuale: è economico ed è l'ideale per un uso saltuario, ad esempio per crearsi una piccola scorta di latte se la mamma si deve assentare o per alleviare un seno troppo pieno.
- Tiralatte mini-elettrico: si può noleggiare in una farmacia o acquistare, è di dimensioni contenute e spesso funziona a batterie. E' ideale per un uso più intenso rispetto al tiralatte manuale, ad esempio quando è necessario tirarsi il latte più volte al giorno.
- Tiralatte elettrico: si trova solo a noleggio ed è grande come una valigetta (è un modello professionale) e i migliori hanno un doppio attacco, cioè si può estrarre contemporaneamente il latte dai due seni. Questo, oltre a ridurre i tempi, porta a un'efficacia maggiore. E' particolarmente indicato nei casi in cui bisogna usare molto spesso e per periodi più lunghi il tiralatte, ad esempio per aumentare la produzione di latte o per mantenerla in caso di separazione madre - bambino.
Come detto in altri articoli, il tiralatte non è il vostro bambino quindi non sarà efficace quanto lui nell'estrarre il latte. Alcune madri infatti, pur avendo una produzione di latte adeguata, non riescono a estrarne un grammo con il tiralatte.
Con il tiralatte inoltre, per il fatto che possiamo osservare direttamente il latte che esce, ci sentiamo "sotto esame" e aumenta il livello di stress: questo inibisce l'ossitocina, l'ormone che permette al latte di uscire. Questa è la ragione per cui alcune madri pensano di non avere latte a sufficienza, proprio perché facendo la "prova del tiralatte" non ne vedono uscire.
Alcuni accorgimenti possono favorire l'estrazione del latte, sia con il tiralatte sia con la spremitura manuale.
- Rilassarsi nella maniera preferita (musica, tisana, doccia o bagno caldo eccetera).
- Tenere vicino a sé il bambino o, se non è possibile, una sua fotografia.
- Massaggiare delicatamente il seno prima e durante la spremitura.
- Rigirare il capezzolo tra le dita per favorire il rilascio di ossitocina prima della spremitura.
Se dovete tirarvi il latte perché non potete stare con il vostro bambino, dovreste cercare di riprodurre il più possibile il ritmo delle poppate, quindi almeno ogni 2-3 ore e possibilmente qualche volta anche di notte (la stimolazione del seno durante le ore notturne è molto efficace per la produzione di latte).
Se dovete aumentare la produzione di latte perché è realmente scarsa, il metodo più efficace è attaccare più spesso il vostro bambino (almeno 8-10 volte nelle 24 ore) ma se questo non fosse possibile allora potrete utilizzare anche il tiralatte negli intervalli tra le poppate e in particolare quando presumete che il vostro bambino farà una pausa relativamente lunga tra le poppate.
Ovviamente nel caso in cui abbiate la necessità di drenare il seno, lo farete quando ne sentirete la necessità, molto probabilmente prima della poppata per ammorbidire il seno e rendere più agevole l'attacco, e subito dopo nel caso in cui sentiate il seno ancora troppo pieno.
Un equivoco che spesso si crea sull'uso del tiralatte è la durata dell'applicazione. Specialmente quando si desidera aumentare la produzione di latte molte volte le madri utilizzano il tiralatte per tempi lunghissimi nella speranza di far uscire più latte. Il risultato più comune invece è quello di provocare dolore al seno e di non vedere uscire una goccia di latte, aumentando la sfiducia nella propria capacità di produrre latte.
E' sufficiente utilizzare il tiralatte circa 15 minuti per seno alla volta, tempi più lunghi non favoriranno la produzione. Sono infinitamente più efficaci quattro sessioni distanziate da 15 minuti l'una (per parte) che non un'unica sessione da un'ora (per parte).
Ovviamente con un tiralatte doppio i tempi si dimezzano perché utilizzerete il tiralatte per 15 minuti alla volta in totale, visto che si attacca in contemporanea ai due seni, e non quindi per mezz'ora in totale (15 minuti per parte).
L'indicazione sulla durata della sessione di tiraggio andrà adattata alla situazione: se la madre ha il seno troppo pieno e desidera "alleggerirlo" e dopo 15 minuti il seno è ancora molto pieno e continua a uscire abbondante latte, potrà prolungare un po' la sessione. Se invece dopo pochi minuti il seno è già più soffice potrà interrompersi (anche perché una stimolazione maggiore darebbe al cervello il messaggio di produrre ancor più latte).
In particolare per aumentare la produzione di latte, è utile cambiare spesso seno se non si usa il tiralatte doppio (si tira il latte fino a quando non ne esce più o quasi, si passa all'altro seno, quando anche da questo non esce più si ripassa al primo e così via fino ad arrivare a circa 30 minuti in totale tra i due seni).
Anche se non si vede uscire il latte, la stimolazione c'è comunque e, per i motivi esposti prima, il vostro bambino beneficerà comunque di questa maggior stimolazione dato che lui riuscirà a estrarre il latte che non avete visto uscire con il tiralatte. E' anche molto efficace tirarsi il latte da un seno mentre il bambino poppa dall'altro.
Se dovete usare il tiralatte in modo continuativo, vi conviene rivolgervi a una persona esperta per creare un vero e proprio piano basato sul motivo per cui dovete tirarvi il latte e in base alle vostre esigenze.
In tutti gli altri casi è un oggetto che si può tranquillamente evitare di acquistare o che eventualmente potete noleggiare a prezzi molto contenuti.
Un'ultima nota: in molti cataloghi di prodotti per la puericultura il tiralatte viene proposto come simbolo di "libertà" per la madre che allatta al seno, per cui trovate frasi come "allattare può essere difficoltoso e costringe a restare in casa, la soluzione è il tiralatte" oppure "tiratevi il latte per condividere con il papà la meravigliosa esperienza dell'allattamento".
Trovo queste affermazioni alquanto discutibili e come sempre sono un pretesto per farvi comprare oggetti il più delle volte inutili. A parte che allattare al seno non significa assolutamente doversi barricare in casa, non è così vero che tirare i latte "allevia" il lavoro della mamma che allatta, anzi, semmai ne crea di più: dovete trovare il tempo per tirarvi il latte, conservarlo correttamente (ne parleremo la prossima volta), sterilizzare tutto quello che viene a contatto con il latte (parti del tiralatte, contenitori ecc...). Insomma, se la mamma non deve per forza assentarsi per qualche motivo e quindi non ha alternative, personalmente non la trovo una gran "libertà"... così come mi sembra assurdo voler per forza "condividere" l'allattamento con il papà. Un conto è se per cause di forza maggiore il papà debba somministrare il latte al bambino, ma farlo di proposito trovo sia una gran complicazione.
da www.bambinonaturale.it
La vita si alimenta con la vita
Quest'argomento potrebbe risultare apparentemente estraneo al mondo dei bambini, ma in realtà interessa noi tutti, grandi e piccoli, per salvaguardare e mantenere un buon stato di salute fisica ed energetica.
Vi parlo ancora una volta della potenza della Natura... Vi parlo della magia che si crea partendo da un semplicissimo seme a cui vengono aggiunti ingredienti vitali come l'acqua, la luce, l'ossigeno e il tepore dei primi raggi del sole primaverile. Pochi ingredienti capaci di creare un cibo perfetto, ricco di Vita e di sostanze preziose al nostro corpo. Vi parlo dei germogli...
L'idea che da un seme anche di piccole dimensioni e apparentemente privo di vita possa nascere una pianta, dovrebbe farci pensare a quanto è potente la Natura e a quante cose essa è disposta ad offrirci per rendere più salutare e migliore la nostra vita...
I germogli sono la prima fase della nascita di una pianta ed è proprio in questa fase che si concentrano le sostanze più preziose per il nostro organismo. Dai germogli sarebbe dovuta nascere una nuova pianta e quella forza e quell'energia, necessarie a farla nascere e crescere, nutrono il corpo e lo spirito di chi se ne ciba. L'energia potenziale presente nel seme si libera al momento della germinazione e si trasforma in energia effettiva, rappresentata dal germoglio stesso che diventa così l'alimento più "vivo" che si possa immaginare e che più di ogni altro cibo rende omaggio alla massima che governa ogni sano regime alimentare secondo cui "la Vita si alimenta con la Vita"...
Il punto di partenza del germoglio è quindi il seme. Questo piccolo chicco che ai nostri occhi sembra privo di vita, in realtà custodisce amorevolmente un prezioso bagaglio di informazioni genetiche e sostanze nutritive che verrà utilizzato nel momento giusto (e nelle condizioni giuste) per generare una nuova vita. Di tutto il seme, la parte responsabile della germinazione è chiamata germe e rappresenta solo il 3% del seme intero, ma è la parte più ricca di sostanze nutritive come enzimi, proteine, vitamine, sali minerali, vitamina E (e che, ahimè, è proprio la parte che viene eliminata nel processo di raffinazione dei cereali...).
Ma perché è importante introdurre nella nostra alimentazione i germogli? Solo il processo della germinazione ci permette di mangiare i semi nel loro stato crudo fornendo al nostro corpo un alimento ricco, vitale e nutriente. La preziosa vita interna del seme viene assimilata dal nostro organismo solo tramite i germogli dei semi stessi.
Durante la germinazione accade un vero e proprio "risveglio biologico": le proteine raddoppiano e diventano più assimilabili dal corpo in quanto predigerite dagli enzimi (e ciò rende il germoglio un alimento sano e ad alta digeribilità capace di nutrire mente e corpo); aumentano le vitamine rispetto la pianta adulta (la vitamina C, ad esempio, può aumentare del 600%) e tra i vari tipi di vitamine vi è presente anche la B12 (rarissima nel mondo vegetale e quindi di fondamentale importanza nelle diete vegetariane e ancor più in quelle vegane dove non si introduce alcun alimento di origine animale) che può crescere dal 200 al 700%. Inoltre il germoglio è un'ottima fonte di sali minerali (come calcio, ferro, fosforo e magnesio) e di oligoelementi (zinco e selenio) facilmente assimilabili.
È davvero facile ottenere dei germogli nelle nostre cucine. In commercio esistono i "germogliatori" in plastica o in terracotta composti da più piani di vaschette tonde o quadrate sovrapposte tra loro il cui fondo pieno di buchini permette all'acqua che si utilizza per innaffiare i chicchi, di passare di piano in piano e bagnare i semi sistemati in ogni vaschetta. Questo sistema permette di far germogliare più specie di semi diversi nello stesso momento, ma se vogliamo risparmiare e avere comunque degli ottimi e squisiti germogli, basterà fornirsi di semplici recipienti in vetro, un retina di nylon ed un elastico.
Prima di tutto è importante scegliere la specie del seme: un cereale (riso, orzo, miglio, avena, segale, quinoa, grano saraceno,...), un legume (ceci, lenticchie, soia, fagioli, azuki,...), semi oleaginosi (sesamo, girasole, zucca, lino,...) oppure semi come fieno greco, barbabietola rossa, senape, alfa-alfa, crescione, rucola...
I semi devono essere di origine biologica e accuratamente selezionati scartando quelli imperfetti o rotti che non germogliano; quindi si sciacquano e si immergono in acqua per una notte in una ciotola di vetro.
Al mattino si noterà che i chicchi hanno iniziato a gonfiarsi e la pelle a spaccarsi: è l'inizio della germinazione. Si sistema una retina in nylon fermata con un elastico sul collo del recipiente quindi si scola l'acqua (inoltre in questo modo l'aria può circolare e i semi possono respirare).
Sciacquare per un paio di volte i semi quindi lasciarli alla luce e senza acqua. Ricordarsi di sciacquare i chicchi per 2-3 volte al giorno. Al secondo-terzo giorno si inizieranno a vedere i primi germogli: i semi sviluppano una piccola radice e un fusticino più o meno lungo a seconda del seme scelto. Al quarto giorno circa (dipende sempre dalla specie del seme) i germogli sono pronti, ma prima di cibarsene sarebbe meglio metterli alla luce diretta del sole per un paio di ore in modo che si sviluppino le foglioline verdi che arricchiscono i germogli della preziosa clorofilla.
Il prossimo ed ultimo procedimento è la raccolta: in genere si può dire che i germogli dei cereali raggiungano una lunghezza di circa 1-3 cm, mentre quelli dei legumi arrivano anche a 3-6 cm. Si tolgono dal recipiente e si puliscono dai tegumenti (la pellicina esterna) dei semi ormai vuoti immergendoli in una ciotola piena di acqua e muovendoli con le mani per staccarli dal germoglio. È però possibile (a chi piace) consumare il germoglio con tutto il tegumento in quanto ricco di fibre.
I germogli possono essere consumati da soli a crudo e conditi con gomasio e tamari (o con olio e sale), o aggiunti nelle insalate, nelle minestre, nei risotti, nello yogurt, con cereali, nelle paste,... Essi si conservano in frigorifero in un vaso di vetro (che evita la formazione delle muffe) con chiusura ermetica per circa 1 settimana.
Alcune precisazioni: tutti i semi possono esser utilizzati per fare i germogli, tranne quelli del pomodoro, delle melanzane e del peperone perché contengono sostanze tossiche (gli alcaloidi) per il nostro organismo se assunte in elevate quantità. Ricordo inoltre che bisogna scottare i germogli dei legumi in una padella con poco olio extra-vergine d'oliva prima di mangiarli per eliminare le sostanze nocive.
Utilizzare regolarmente germogli nella propria alimentazione dona al corpo vigore e nuova energia per fabbricare cellule sane. Essi inoltre ritardano il processo di invecchiamento (contengono ormoni maschili e femminili facilmente assimilabili e quindi risultano ottimi per le donne in menopausa); hanno proprietà antiinfiammatorie e rafforzanti per l'organismo; sono efficaci contro stress, stanchezza, caduta dei capelli e fragilità delle unghie. I germogli di frumento sono consigliati nei casi di demineralizzazione, anemia, debolezza, gravidanza ed allattamento.
Essendo ricchi di enzimi, proteine vegetali di ottima qualità e di vitamine, sono consigliatissimi sia per le donne in dolce attesa, che per le donne che allattano (e che spesso presentano stanchezza), ma anche per i piccoli bimbi già svezzati che troveranno in questo prezioso cibo una sana carica di energia e di vitalità.
Federica Scropetta
mercoledì 24 marzo 2010
Proprietà del timo
Quest'anno l'inverno sembra non volersene andare e lasciar spazio ai primi caldi primaverili: neve e vento hanno invaso non molti giorni fa gran parte delle regioni italiane. E tra sbalzi di temperatura e correnti d'aria, non si è ancora al sicuro da influenze e raffreddamenti.
In questi giorni mi è capitato più volte di sentire mamme costrette nelle proprie abitazioni a causa della forte tosse dei loro bimbi. Purtroppo la tosse è un sintomo piuttosto comune in età pediatrica e si può presentare in vari modi e in momenti diversi della giornata.
Quindi vediamo come possiamo aiutare i nostri piccoli (ma anche il resto della famiglia) con semplici e sani accorgimenti.
Per prima cosa è necessario umidificare l'aria della casa, ma soprattutto della stanza del bambino (o dove è sua abitudine dormire) in modo da non rendere secca l'aria respirabile che potrebbe irritare ulteriormente le mucose respiratorie. Basterà sistemare sui caloriferi dei piccoli recipienti pieni d'acqua e, se il bambino ha già raggiunto l'età dei 2 anni, sarà possibile aggiungere alcune gocce di olio essenziale al timo, eucalipto e menta capaci di donare un tocco balsamico all'ambiente. Evitiamo però di utilizzare gli oli essenziali di notte e nelle camere da letto.
In aggiunta all'umidificazione dell'aria della casa, è utile far fare al piccolo un suffumigio servendosi di una bacinella di acqua calda e qualche goccia di olio essenziale di timo (Thymus vulgaris) e fargli respirare profondamente quei profumatissimi vapori. Mettere un asciugamano sopra la testa sarebbe ancora più utile, ma potrebbe risultare un'impresa piuttosto ardua per i bambini! È possibile rendere i fumi ancora più gradevoli aggiungendo dell'olio di lavanda o di limone.
Anche il massaggio può tornare utile: accarezzare il piccolo corpicino del nostro bimbo lo allevierà dai fastidiosi colpi di tosse e lo aiuterà a tranquillizzarsi ricordandosi che al suo fianco ci sono mamma e papà che si prendono cura di lui in modo affettuoso ed amorevole. Inoltre il semplice tocco delle mani dei genitori ha effetti benefici anche sul sistema nervoso centrale del bambino ed è un ottimo metodo per rafforzare il legame affettivo con i propri figli.
Il massaggio può essere fatto con prodotti balsamici che noi tutti possiamo facilmente creare in casa con le nostre mani, senza essere costretti a spendere un sacco di soldi nelle farmacie! È sufficiente un semplice olio di mandorle dolci (o ancor meglio dell'olio di jojoba, ma è più costoso) a cui si aggiungono un paio di gocce di olio essenziale di timo che, grazie alle sue proprietà antisettiche, toniche e antiparassitarie, è consigliato in tutte le malattie delle vie respiratorie in quanto è un forte battericida. Il massaggio andrà fatto sulla zona del petto e della schiena alta, nonché sulla zona della gola.
Per i più piccini (sotto l'anno di età) è sconsigliabile eccedere nell'utilizzo degli oli essenziali (anche se naturali) in quanto sono un puro concentrato di piante e risultano essere troppo invasivi ed irritanti. Invece di massaggiare il corpo del piccolo, limitiamoci ad accarezzargli le piante dei piedini, sempre con dell'olio di mandorle e una goccia di olio essenziale di timo.
Massaggiare i piedi potrebbe non avere alcun senso e nessun nesso logico con la tosse, ma non è così! La riflessologia plantare, infatti, ci insegna che tutti gli organi e tutti i sistemi del nostro organismo sono "riflessi" sulla pianta dei nostri piedi con una specifica posizione ricreando su questa zona del corpo piuttosto limitata una mappa esatta di tutto il corpo. Senza entrare nei particolari di questa affascinante pratica, possiamo coccolare i piccoli piedini portando l'attenzione alla zona compresa tra alluce e melluce (il secondo dito del piede) e su tutta la parte superiore della pianta del piede.
Un altro semplice modo per liberare i polmoni e le vie respiratorie è quello di mettere alcune gocce di olio essenziale di timo su un fazzoletto di stoffa e ... inalare a volontà!
Gli oli essenziali che si utilizzano devono assolutamente essere di ottima qualità e quindi naturali e preferibilmente da agricoltura biologica, senza aggiunta di conservanti, coloranti e sostanze sintetiche. Questi oli, essendo ricavati con procedimenti particolari direttamente dalla pianta, avranno un certo prezzo (ma comunque accessibile): diffidiamo quindi dai "falsi" oli (che sono per lo più sintetici e creati in laboratorio) che riempono gli scaffali di supermercati e grandi magazzini e che costano pochi euro.
Ricordiamoci che gli oli essenziali entrano nel nostro organismo (e in quello dei nostri piccoli) sia tramite la pelle che per inalazione... Respiriamo quindi prodotti sani e benefici per la nostra salute!
Riguardo l'olio essenziale di timo ricordo che esso non deve assolutamente essere utilizzato puro direttamente sulla pelle, ma sempre diluito con un olio vegetale. Non può inoltre essere utilizzato in caso di tendenze epilettiche, di iperfunzionalità tiroidea e in gravidanza.
Federica Scropetta
mercoledì 10 marzo 2010
Dalla parte del bambino
Diego nasce alla 38° settimana di gestazione da taglio cesareo elettivo, la mamma è una precesarizzata. Fino a quel momento Diego aveva fatto il suo dovere, mettendosi in posizione cefalica, ma senza fretta, perché non aveva avvertito alcun segnale che gli indicava di doversi impegnare. Nessun avvertimento biochimico o ormonale, nessun segnale meccanico, nessuna comunicazione tra lui e la placenta, nessun vero dialogo tra il suo cervello e quello della mamma. Lui non poteva sapere che quel cerchiolino sul calendario in cucina stava ad indicare che mercoledì mattina alle 8, in una moderna sala operatoria, il suo mondo sarebbe definitivamente cambiato. Quando la mano guantata lo estrae con attenzione, ma senza chiedere il permesso, il suo viso è una enorme unica smorfia; esce come da un sifone trascinandosi tutto il suo liquido (è proprio suo, l’ha prodotto lui). Come giustamente si usa dire: Diego viene alla luce; la luce della vita? No, la luce della scialitica (anzi due, di fabbricazione tedesca).
Con gesti rapidi e sicuri viene immediatamente separato dalla sua placenta; ‘la placenta è l’unico organo del corpo che si butta via’.
L’Apgar si dà al termine del primo minuto, ma Diego inizia a respirare al terzo secondo, e a otto secondi mostra già tutti i dieci punti. E continua a piangere; ma, ‘neonato che piange, anestesista che ride’. In effetti tutti ridono e si complimentano a vicenda; anche Diego riceve molti complimenti, ma lui non gradisce e continua a piangere. L’ostetrica che l’ha preso per portarlo sul lettino tenta di calmarlo asciugandolo e avvolgendolo con un telo tiepido. Respira già bene e quindi non viene aspirato; anche la luce del lettino viene spenta per non disturbarlo inutilmente, ma lui continua a piangere. E’ così arrabbiato da inarcarsi in opistotono, anche gli arti sono rigidi. Fortunatamente questo atteggiamento dura poco, altrimenti anche il respiro avrebbe cominciato a farsi difficoltoso.
Viene avvolto più stretto nel telino per dargli un confine e una sponda di appoggio, ma lui continua a piangere. L’anestesista ora non ride più ed è stupito da questa disperazione ‘perché fa così? cosa c’è di meno traumatico che nascere da cesareo senza neppure la fatica del travaglio?’. Queste parole mi colpiscono, anche se dal punto di vista del medico, o semplicemente di un adulto, sono logiche. E’ dal punto di vista di Diego che invece sono prive di senso.
Cerchiamo di capire perché.
Tecnicamente Diego nasce con un parto precipitoso; non è possibile concepire un modo per nascere più veloce di questo. Senza travaglio non gli è stata possibile alcuna preparazione e neppure alcuna partecipazione. Soltanto aspettando l’inizio spontaneo del travaglio avremmo potuto capire quando Diego era pronto per nascere. E’ anche per questo che i nati a termine da taglio cesareo senza travaglio, hanno un rischio di patologia respiratoria da difficoltoso adattamento circa sette volte maggiore dei nati da parto spontaneo.
La mancata partecipazione fisica ed emotiva al travaglio e al parto, impediscono l’attivazione di quei raffinati movimenti fetali di locomozione e propulsione che Milani Comparetti identificava come repertorio innato del feto, in grado di dare inizio agli automatismi primari (cioè quelle competenze geneticamente programmate che attivate dall’esperienza e dall’ambiente danno origine a importanti funzioni adattive).
Cerchiamo di immaginare come Diego ha vissuto fino a pochi secondi dalla nascita.
Avvolto dal liquido, in assenza di gravità, massaggiato continuamente dalle pareti morbide, lisce e pulsanti dell’utero, accompagnato da suoni continui (interni ed esterni al corpo materno), in perenne e ritmico dondolio. Diego come tutti i feti per nove mesi è un bambino ‘viziato’; in utero infatti il bisogno viene soddisfatto prima ancora di essere percepito, in quello stato è assente la percezione di mancanza. La fame e la sete vengono annullate da una placenta prodiga, simile alla manna del racconto biblico, un nutrimento pronto e non conservabile, in una posologia definibile quanto basta.
Se approfondiamo il nostro sforzo di immaginare la vita fetale di Diego, riusciamo a intuire che per lui (ancora privo di individualità consapevole) mondo interno e mondo esterno coincidono; lui è anche la sua placenta, ma anche il suo utero, e anche la sua mamma. Per alcuni mesi dopo il parto Diego non avrà una mamma, perché la mamma continuerà ancora per un po’ ad essere percepita come una parte di sé. In utero ha vissuto buona parte del suo tempo in una sorta di dormiveglia, in sonno attivo (e questo ha favorito il suo sviluppo cerebrale). In realtà Diego non è in grado di distinguere tra la veglia e il sonno, tra la realtà e il sogno; e poiché quando sogna non sa di sognare, vivrà il suo sogno con la stessa intensità della veglia attiva.
Diego fino al momento della nascita ha vissuto soltanto il tempo uterino, che è un non-tempo, con caratteristiche di costanza e prevedibilità, dove il ritmo è dato dalla periodicità biologica dell’organismo materno e fetale. E’ proprio questa coerenza dell’esistenza fetale a caratterizzare il mondo uterino, dove la coscienza emozionale è rappresentata da una percezione sensoriale globale, nella quale la dimensione cognitiva ed affettiva coincidono.
Come ogni feto Diego è un soggetto sinestesico, incapace di separare e catalogare con un pensiero razionale e simbolico la natura delle proprie percezioni ed emozioni. Lui è il suo corpo, ma questo corpo comprende anche l’ambiente nel quale è inserito, e il suo ambiente arriva fin dove la sua capacità percettiva è capace di giungere.
Quando Diego nasce è quindi un bambino ‘viziato’ che non può fare a meno dell’esperienza fatta in utero, un’esperienza che potremmo definire di ‘relazione-senza relazione’ (dove appunto 1+1 fa esattamente 1); nel momento in cui nasce deve iniziare a sperimentare una nuova forma di esistenza (e a questo punto nella logica della nascita 1-1 farà 2). Adesso occorre costruire una relazione vera tra due o più individui, ma a Diego occorreranno mesi per capire o intuire questa difficile verità.
Ritorniamo ancora a Milani Comparetti che oltre vent’anni fa, con profetica lucidità, definiva la nascita ‘un evento che agisce come organizzatore di nuovi e diversificati fattori biologici e relazionali’, e sottolineava la ‘continuità del processo evolutivo ontogenetico’ nel quale ogni nascita è inserita.
Il dialogo biologico e psicologico, che caratterizza la relazione madre-bambino iniziata in utero, con la nascita non si interrompe, ma si riconverte e si riorganizza; madre e bambino iniziano un rapporto nel quale ognuno di loro è contemporaneamente soggetto e oggetto.
La voce della mamma rappresenta il primo forte collegamento con la vita prenatale; sappiamo che per buona parte della vita fetale l’udito appare ben sviluppato e attivo, permettendo quella che viene definita memoria intrinseca o evocativa. Il timbro, il tono e la musicalità della voce materna può essere considerato la prima forma di collegamento tra l’endo e l’esogestazione. Ogni altro suono sarà nuovo, sconosciuto, disturbante, incapace di evocare alcunché.
Studi di neurofisiologia hanno mostrato la diversa attivazione cerebrale prodotta nel neonato dalla voce materna – il motherese - rispetto alla comune voce dell’adulto, dimostrando che il neonato, fin dal settimo mese di gestazione, è capace di processare la qualità dei suoni discriminando le componenti linguistiche.
Quando il neonato si rilassa, ritrova un nuovo equilibrio sensoriale e una nuova dimensione cinestesica, arrivando ad aprire gli occhi. Inizialmente ‘vedrà senza guardare’ non potendo vedere nulla di noto (neppure il volto materno); occorrerà un po’ di tempo per mettere in collegamento il volto della madre con la sua voce, il suo odore, il suo tocco, il suo seno, il suo latte, ….
Il contatto col seno riporta il neonato alla prevedibilità e alla coerenza uterina. Per lui la realtà è ancora sinestesica: quando succhia il seno, con la bocca beve il latte e con lo sguardo beve il viso della mamma; intanto annusa, tocca ed è toccato. Durante l’allattamento i suoi sensi sono particolarmente attivi e sinergici; così nel momento della poppata sono tantissimi i bisogni che vengono contemporaneamente soddisfatti: fame, sete, calore, contenimento, contatto, visione, …e per un po’ si realizza una nuova rassicurante omeostasi.
Durante la suzione del seno il neonato riesce ad addormentarsi direttamente in sonno REM, cominciando immediatamente a sognare; ma a sognare cosa? probabilmente sogna di poppare oppure di essere tornato nella pancia ‘dove ogni bisogno è soddisfatto prima di poter essere percepito’.
Il passaggio da feto a neonato è un processo biologico e psicologio che coinvolge principalmente il SNC (gli altri organi e apparati sono coinvolti solo secondariamente). Nelle ultime settimane di gravidanza il tronco cerebrale ha terminato la sua maturazione e la corteccia ha iniziato ad integrarsi con le strutture sottocorticali permettendo l’elaborazione delle esperienze sensoriali. Attraverso la plasticità cerebrale, le stimolazioni e le interazioni con l’ambiente producono condizionamenti e modifiche strutturali sulla maturazione cerebrale, sia nell’ultimo periodo fetale che nei primi mesi di vita.
Il percorso da feto a neonato potrebbe essere considerato una forma di ‘ricerca di senso’, inizialmente di coerenza ed equilibrio e subito dopo di maggiore organizzazione.
Potremmo anche paragonare il neonato ad un adolescente, entrambi vivono infatti una faticosa e stimolante esperienza di transizione tra un mondo definitivamente perduto e un altro completamente nuovo da costruire.
Ma come aiutare questo ‘adolescente’ privo di coscienza e pensiero simbolico, innamorato folle della propria madre? Come aiutare questo individuo incapace di riconosce la realtà, ma che nella realtà si trova a vivere completamente esposto, privo di filtri e difese?
La nostra specie vive il primo semestre di vita mantenendo funzioni di natura fetali, e per questo parliamo di esogestazione. Per Winnicott il neonato al momento della nascita non è ancora pronto per nascere e Selma Fraiberg ha osservato che ‘gli avvenimenti della sua vita sono senza connessione’.
Se vogliamo rendere più facile al neonato la sua disperata ricerca di equilibrio, dobbiamo mettere ordine e coerenza nella ‘confusione’ delle sue percezioni, ricordando, come osservava J. Korzack, che egli pensa per ‘emozioni e sentimento’.
Diego ha mostrato in modo eclatante tutto il suo bisogno di adattamento, ma anche la sua mamma e il suo papà non sono esenti da bisogni speciali ed emotivamente importanti.
Il loro primo bisogno nasce dalla necessità di vedere, di ascoltare e di toccare il bambino, di sentirlo vivo (a noi medici invece interessa la sua vitalità,… non è la stessa cosa). Ma subito dopo compare il bisogno di essere visti da lui, e poi di essere toccati, fino ad arrivare ad essere ‘mangiati’ da lui (anche se inizialmente è solo un piccolo assaggio).
In un attimo compare il bambino reale, quello vero, che sostituisce quello immaginato; ma il neonato immaginato è anche un po’ temuto, e quindi occorre che una persona di fiducia dichiari esplicitamente: è sano e sta bene (anche se la cosa fosse già di per se evidente).
Il tenere in braccio rappresenta il termine della fatica della gravidanza e lo scopo del dolore del parto, ma è anche l’inizio vero e proprio di un progetto esistenziale che può essere guardato e toccato. In questo momento si colma, in maniera quasi automatica e inconscia, quel senso di vuoto di una pancia disabitata, dove improvvisamente non avvengono più movimenti e azioni.
Questo processo può essere rapidissimo, oppure può durare a lungo se il neonato viene portato via, se il bambino invisibile della pancia non si mantiene in continuità col bambino tenuto in braccio; il bambino che ritorna lavato e vestito, può essere percepito come un altro bambino.
Ha scritto una mamma: il risveglio dall’anestesia del cesareo è stato strano, non c’era più la pancia e non c’era più mia figlia (…) Era tutto talmente doloroso, un vero incubo, era come se non avessi partorito, mi comportavo come se mio figlio non fosse mai nato, come se non fossi mai stata incinta, altrimenti non avrei retto quel distacco innaturale (…)
E’ molto difficile per il personale ospedaliero aiutare un neonato disorientato, lo dimostra la facilità con la quale viene accettato il suo pianto. Il pianto non è una semplice forma espressiva (altrimenti i neonati canterebbero!) e neppure una ginnastica respiratoria (sic), il pianto serve per sperimentare la consolazione. Quando noi restiamo senza reagire a urla e pianti insistenti siamo come giornalisti inviati di guerra che al fronte, in poco tempo, assumono atteggiamenti distaccati e cinici; il nostro è un normale atteggiamento di difesa, ma il rischio è di creare un ambiente anaffettivo, dove anche i genitori per condizionamento e imitazione possono vedere prosciugarsi o bloccarsi la loro sensibilità e affettività inconscie.
Come operatori sanitari possiamo invece aiutare i genitori a essere emotivamente disponibili, favorendo la loro predisposizione all’accudimento, incoraggiando il fare, rassicurando e rispondendo ai dubbi e se necessario prevenendo i pregiudizi inespressi: ‘signora, forse il bambino vuole essere preso in braccio e coccolato, provi a prenderlo con sé, adesso che è ancora piccolo non corre nessun rischio di viziarlo’.
Dobbiamo anche evitare di confondere la puericultura con il maternage: la puericultura riguarda le prassi e le modalità di comportamento degli operatori, mentre il maternage comprende l’insieme delle azioni e degli atteggiamenti che permettono alla madre di prendersi cura del bambino. La puericultura può essere standardizzata e normata da protocolli, mentre il maternage è sempre e solo personale, unico, dinamico e creativo.
I due ambiti possono contaminarsi positivamente: gli operatori possono personalizzare il loro agire e migliorare la loro sensibilità, i genitori possono acquisire un saper fare facilitato e più fiducioso. Occorre però evitare incoerenza e confusione tra i ruoli: la mamma che diventa una brava e precisa infermiera del figlio, l’operatore che sostituisce la madre in mansioni che esprimono un’importante valenza relazionale, come ad esempio l’alimentazione o il tenere in braccio (scriveva con un po’ di perfidia Winnicott: non lasciate che una persona prenda in braccio il vostro bambino, se capite che ciò non ha alcun significato per lei).
Come operatori dobbiamo puntare ad affinare sensibilità e attenzione nel cogliere le sfumature tra la relazione genitori-figlio, ‘pulendo’ il nostro linguaggio, favorendo intimità e rassicurazione; dobbiamo crescere nella consapevolezza che qualunque nostra procedura o azione non potrà mai essere neutra e, se non necessaria, diventerà immediatamente un ostacolo ai processi di adattamento e di bonding.
Usando per un attimo la prospettiva del neonato, proviamo a chiederci: alla nascita il neonato si aspetta di essere messo in una culla o di essere preso in braccio? Tenere in incubatrice per alcune ore dopo il parto un neonato che non ne ha bisogno, significa sostituire il dialogo uterino che si è improvvisamente interrotto, con un ambiente neutro e anaffettivo, che il neonato non è in grado di comprendere e di gestire; l’incubatrice è un oggetto col quale non è possibile interagire e che impedisce ad un neonato reattivo di organizzare una relazione primaria, minando così la sua ricerca di equilibrio col nuovo ambiente.
Sono ormai numerose le evidenze che mostrano la superiorità del contatto pelle a pelle rispetto all’incubatrice per stabilizzare la termoregolazione nell’immediato postpartum. Come già evidenziato per l’allattamento, anche il contatto madre-bambino subito dopo il parto assume molteplici valenze, coinvolgendo l’insieme delle componenti psicofisiche del neonato e producendo effetti di gran lunga superiori alla pratica tout court.
Siamo tutti consapevoli che il primo periodo dopo la nascita rappresenta un momento privilegiato per la costruzione dei processi di attaccamento tra i genitori e il bambino. La teoria di Bowlby è stata definita una teoria ‘spaziale’, nel senso che necessita di contatto diretto e vicinanza costanti, a mio avviso è anche una teoria ‘temporale’ che richiede tempi e modi privilegiati, il cui riferimento sono il ritmo e la periodicità uterine. In questa fase sarebbe quindi particolarmente utile posticipare gli interventi non strettamente o immediatamente necessari.
Occorre che riscopriamo e affiniamo un saper fare che promuova la normalità (Milani Comparetti parlava di semeiotica positiva) affinché la fisiologia possa rimanere tale e la cultura del nascere non venga contaminata da mansioni e procedure che non le appartengono.
Salvaguardare la ‘normalità’ di un neonato significa non aspirarlo se sputa e tossisce, significa interrompere il bagnetto se questo lo fa piangere, vuol dire attivarsi per portarlo rapidamente ad uno stato di tranquillità (Apgar 12?), posticipando la profilassi antiemorragica e oftalmica almeno di una paio d’ore dopo la nascita.
Anche sul neonato è possibile fare azione di empowerment, al fine di canalizzare e finalizzare le risorse e le energie di cui la natura lo ha fornito.
Siamo stati capaci di portare la ‘mortalità perinatale’ a percentuali bassissime, ma adesso a quali percentuali pensiamo di riuscire a portare la ’felicità perinatale’?
Come operatori possiamo chiedere a noi stessi di farci educare dalle nascite e dai neonati che incontriamo ogni giorno; ma un cammino educativo presuppone la disponibilità ad un costante cambiamento, sia individuale che di gruppo.
Ai genitori invece spetta il compito di attivare sentimenti forti ed empatici, come scrive Winnicott, per ‘presentare al bambino il mondo in un modo che abbia senso per lui’. Inizialmente soltanto la mamma (l’ambiente uterino da poco abbandonato) è in grado di fare da filtro col ‘mondo esterno’ minimizzando stimoli ed esperienze per il neonato incomprensibili e poco tollerabili, facilitando invece i necessari adattamenti per riconquistare l’equilibrio perduto.
In un certo senso un neonato separato dalla madre è un neonato ‘malformato’, perché privo di qualcosa di essenziale; egli può essere considerato un sistema omeostatico aperto, regolato dai processi di attaccamento e di interazione con la mamma. La regolazione che la madre esercita su di lui è definitiva e potrà riattivarsi anche nella vita adulta ogni volta che si realizzeranno condizioni e bisogni primari.
Attraverso l’allattamento la madre è in grado di tramutarsi da nutrimento biologico a nutrimento emotivo, trasformandosi in esperienza totalizzante. Così come dalla placenta per nove mesi sono passati i nutrienti per vivere e per crescere, dopo la nascita è il seno a fornire sostanze vitali che, come il sangue placentare, hanno origine direttamente dal corpo materno.
Già Ludovico Dolce nel 1547 definiva il latte di donna ‘sangue bianco’ e spiegava: ‘provide la natura alla nudritura de fanciulli, convertendo con meraviglioso artificio il sangue in latte, affine che quello aspetto non spaventasse’. Effettivamente il latte della mamma mantiene il neonato in stretta dipendenza biologica, permettendogli di continuare a cibarsi di lei. La separazione dal corpo materno è resa lenta e progressiva, limitando così il ‘trauma’ di una nascita inevitabilmente sempre troppo veloce.
Nel 1794 nel suo Discorso sopra l’allattamento de’ bambini Antonio Fantini osservava che ‘porgendo il seno al figlio la madre sente una porzione della sua esistenza passare in quella di lui’, e questo intimo senso di comunicazione d’esistenza è così forte e così coinvolgente ‘che essa di tutto si scorda in un momento, e da tutti i legami più cari si stacca; ella si chiude in casa sua, né sa più vivere che per suo figlio, che le tien luogo di tutti’; dopo oltre due secoli è arrivata la nostra scienza moderna a farci scoprire bonding e reverie materna.
Anche le attuali discussioni sul rooming-in e l’attaccamento precoce al seno sono state oggetto di riflessione già molti decenni orsono (almeno fin dagli anni ’40) e un pediatra milanese poco noto, Ferdinando Cislaghi, nel 1956 aveva il coraggio di scrivere: la nursery è comoda per molti, meno che al neonato. A quando una seria e onesta discussione sulla inutilità e sul danno iatrogeno prodotto per decenni dai nidi delle nostre maternità ?
Per terminare la storia della nascita di Diego, con la quale abbiamo iniziato questa riflessione, dobbiamo raccontare che quel suo pianto insistente e inconsolabile si è interrotto per pochi minuti soltanto quando è stato portato vicino alla mamma (ancora sul lettino operatorio) e ha potuto ascoltare la sua voce.
Mentre per noi operatori il mercoledì mattina in cui Diego è nato rappresenta un comune e feriale giorno lavorativo, per lui quello è stato il giorno più importante della sua vita; per sperimentare ancora un cambiamento esistenziale tanto impegnativo e significativo dovrà aspettare l’ultimo secondo della sua vita.
Alessandro Volta, pediatra