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giovedì 17 aprile 2014

Secondo Ponzio Pilato

Qualche tempo fa mi capitò di vedere un film datato 1983 con Nino Manfredi in un ruolo che, a pensarci, non avrebbe potuto essere di nessun altro. Solo lui, che aveva osato rispondere con una battuta a un papa, poteva fare la parte di Ponzio Pilato senza scadere nel "peplum".
Pur essendo nata e cresciuta qua in Italia dove certe cose abbondano,non ho grande simpatia per le vie crucis e le immagini più o meno ben fatte della Pietà (ho già spiegato qui le mie ragioni). Quanto al film di Mel Gibson, lo trovo perfino un po' insulso. Qui invece, a parte un paio di anacronismi veniali, il regista e tutti gli attori devono essersi avvicinati molto alla realtà portando in scena un Gesù di Nazaret credibile, dal passo lento, gli occhi sereni e non patito per i molti digiuni, dato che dalla Scrittura ci risulta che ne abbia fatto uno solo:tutte le altre austerità e penitenze che costellano la storia del cristianesimo derivano dal pensiero greco che vedeva il corpo umano come un fardello ignobile, non certo da chi lo ha destinato alla vita eterna.
C'è voluto un bel coraggio, con una parte del genere nel film, a lasciar parlare come protagonista quell'altro, il burocrate e codardo per definizione. Già il titolo a prima vista poteva sembrare blasfemo, quando mai se avviene un delitto si va a intervistare l'omicida? eppure qualcuno l'aveva già fatto: le vicende del film non sono inventate ma tratte fedelmente da un blocco di testi apocrifi noto proprio come "ciclo di Pilato". Se uno lo legge a mente fredda non ci crede: tutti i dialoghi sembrano sconnessi, assemblati ad arte, è un resoconto che non convince. Ecco però che basta una cosa da niente perchè la scena di duemila anni riprenda vita: una cadenza familiare, un caldo da far ammattire, una sguattera senz'altra colpa se non di essere pettegola e ottusa che finisce ammazzata in una strage: nel film è quella del 70 dopo Cristo realmente accaduta, ma per tutti gli dei come si fa, bisogna proprio essere di pietra, a non restare di colpo senza fiato e fare finta che sia solo storia antica.
Sulla fine di Pilato gli apocrifi non sono chiari: alcuni dicono che si suicidò, altri che morì in un incidente, altri che fu decapitato. Luigi Magni ha voluto seguire quest'ultima versione lasciando in vita la moglie Claudia per farne, genialmente, la prima santa tra i divorziati e mostrando il governatore per come probabilmente è stato: convinto dall'evidenza, ma vigliacco fino alla fine.

giovedì 14 febbraio 2013

Davanti alla Sindone

Qualche settimana fa ho comprato per me e per un'amica due ciondoli con l'immagine del volto della Sindone così come appare nei primi negativi realizzati a fine Ottocento: non che sia del tutto certa della sua autenticità, di cui ho invece molti dubbi da quando la vidi con i miei occhi nel 2010 (per inciso le persone risorte sono state solo due, e se il telo di Gesù è devotamente custodito a Torino, che fine ha fatto l'altro di sua madre?). Il motivo è ben diverso: il Salvatore ci ha resi fratelli suoi, ma non ne abbiamo nessun ricordo che non sia sotto forma di icona: nessuno, per quel che sappiamo, si è mai preso la briga di fargli il ritratto, e oggi quel lenzuolo funebre può essere l'unica immagine credibile che abbiamo di un fratello che non vediamo da venti secoli: come un'istantanea scattata nel momento peggiore,ma se c'è anche una minima possibilità che il telo sia autentico, allora vale la pena di osservarlo e lasciare i dubbi da parte.


Dico questo per fare appello ai mei concittadini, e a chiunque si imbatte in quell'ormai celebre negativo, di finirla una buona volta con le sceneggiate lugubri e i santini pietosi che fanno solo girare l'immaginazione a vuoto ed esaltano la stupidità e la violenza umana anzichè la potenza di Dio: tra questo http://www.artinvest2000.com/masaccio_crocifissione-big.htm e questo http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/grunewald/crucifixion/crucifixion.jpg c'è una differenza che va ben oltre lo stile. Quando Dio fece l'uomo a sua immagine, lo fece pieno di alute e di vitalità e tale doveva sembrare suo Figlio quando girava in compagnia dei bevitori, facendo vita di strada senza prendersi mai neanche un raffreddore (lo diranno più tardi gli amici: quando mai ti abbiamo visto malato, da doverti visitare?): un personaggio non comune, se fece impressione anche a quello zotico del governatore. Quella è l'immagine cui la gente dovrebbe tendere, invece di lasciarsi trarre in inganno dalle fantasie malate del proprio inconscio.

Anche l'uomo della Sindone, benchè segnato da mille percosse, non presenta smorfie o contratture e non dà segno di essere esausto: al contrrio, quegli occhi chiusi sono molto più incisivi delle facce stordite di tanta gente viva che in quel volto riesce a vedere solo il dolore. Per questo viene il dubbio che quel reperto sia vero, checchè ne dica la scienza ufficiale: per comprendere il suo vero significato gli studi non servono, basta osservare l'immagine di quel nostro ratello (chiunque egli sia realmente) senza pregiudizi e senza smancerie, venerando l'immagine di Dio e non la debolezza dell'uomo.

sabato 1 agosto 2009

San Giuda Taddeo, l’apostolo della Sindone

Un panno, il Mandylion (fazzoletto), sul quale era impressa l’immagine del volto di Gesù. Un viaggio dal percorso incerto. Copie riprodotte su monete e su icone. Una storia che si intreccia con quella della Sindone.Documenti che indicano nell’apostolo S. Giuda Taddeo colui che portò ad Edessa (l’attuale Urfa, in Turchia) l’immagine che conserva «la fisionomia della forma umana di Gesù». Testimonianze che permettono di identificare il Mandylion proprio con il telo custodito nel duomo di Torino. Emanuela Marinelli, di professione insegnante, sindonologa dal 1977 con anni di corsi formativi, di libri e di studi accurati sulle spalle, ripercorre questo viaggio e questa storia, accompagnandola con la proiezione di diapositive.Siamo nella chiesa di San Giuda Taddeo ai Cessati Spiriti, nel quartiere Appio-Latino, quattro giorni prima della festa patronale, che viene celebrata oggi, quando la Chiesa ricorda il suo martirio. Niente aria di scoop o sensazionalismo, premette il parroco, don Attilio Nostro. Ma l’intento di «valorizzare la devozione al Santo, che invita a contemplare il volto di Cristo. Propone Gesù, attraverso la memoria della sua gloriosa risurrezione». Ed è proprio in questo contesto che la parrocchia ha appena inaugurato, e collocato accanto all’altare della chiesa, una statua che raffigura Giuda Taddeo, dal volto radioso, con un panno tra le mani che reca impresso il volto di Gesù. «Non chiede venerazione per se stesso - precisa la Marinelli - ma per Cristo». Giuda detto Taddeo - cioè «dal petto largo», ovvero «magnanimo» - che era fratello di Giacomo (apostolo anch’egli, figlio di Alfeo e di Maria di Cleofe), evangelizzatore nella Persia e in altre regioni. Patrono delle «cause impossibili» per le preghiere esaudite in modo miracoloso, anche quando la domanda ad ogni umana previsione sembra senza speranza. Che viene invocato ora, da Emanuela Marinelli, anche come patrono dei sindonologi, perché avrebbe contribuito a salvare la Sindone.Secondo le informazioni fornite dagli autori siriaci, l’attività apostolica di Giuda Taddeo è arrivata ad Edessa: in un testo del XIII secolo gli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo sono chiamati «i nostri primi illuminatori». E là arriva il Mandylion, come testimonia nell’ottavo secolo Giorgio il Monaco: «C’è nella città l’immagine di Cristo non fatta da mano d’uomo, che opera stupefacenti meraviglie. Il Signore stesso, dopo aver impresso in un "soudarion" l’aspetto della sua forma, mandò l’immagine che conserva la fisionomia della sua forma umana per l’intermediario Taddeo apostolo ad Abgar, toparca della città degli Edesseni, e guarì la sua malattia».Dello stesso periodo un altro documento, del segretario del patriarca Tarasio, che narra l’arrivo di Taddeo ad Edessa e la venerazione degli abitanti alla «fisionomia del Signore non fatta da mano d’uomo». Un panno piccolo, così appare, ma la Marinelli rileva che si tratta di «un telo ripiegato». E sottolinea l’identità tra il volto della Sindone e le copie del Mandylion, per esempio quelle sulle icone a partire dal VI secolo: oltre un centinaio i punti di congruenza, di sovrapponibilità cioè fra due figure.

Pensieri sulla Sindone

La semplicità della sepoltura del Signore condanna le pretese dei ricchi, che non possono portare con sé le loro ricchezze fin nelle loro tombe. Ecco quello che noi possiamo comprendere in senso spirituale: il corpo del Signore non deve essere avvolto nell'oro, nelle perle o nella seta, ma in un lino puro. Inoltre c'è un altro possibile significato. Colui che avvolge Gesù in un lenzuolo bianco è colui che l'ha ricevuto con un cuore puro. San Girolamo - Su S. Matteo 27,59, (441-459)

E il giusto avvolge il corpo di Cristo in un lenzuolo, l’innocente lo unge con il profumo; troviamo che queste precisazioni non sono superflue, poiché la giustizia veste la Chiesa e l’innocenza somministra la grazia. Perciò rivesti anche tu della sua gloria il corpo del Signore, in modo da essere anche tu giusto, e sebbene lo giudichi morto, coprilo con la pienezza della sua divinità. Ungilo di mirra e di aloe, affinché tu sia il buon profumo di Cristo. Giuseppe, l’uomo giusto, adoperò un eccellente lenzuolo: probabilmente era quello che Pietro vide calare verso di sé dal cielo, pieno di ogni genere di quadrupede e di fiere per rappresentare i pagani (At 10,11). Pertanto la Chiesa viene con Lui seppellita in quell’unguento mistico, autentico, perché in essa ha riunito insieme le diversità dei popoli comunicando loro la sua fede.
Ambrogio - Esposizione del Vangelo secondo Luca X, 137

Come a Giuseppe d'Arimatea, il discepolo giusto e santo, accordami il tuo corpo come dono di grazia, Tu che distribuisci a tutti la vita.
In un lenzuolo puro Tu sei stato avvolto, in una tomba nuova Tu sei stato posto; non permettere mai che io sia simile a coloro che discendono negli inferi.
Donami di far morire la mia anima al vizio, rendila viva con lo Spirito, a causa del mistero della santa mirra e dell'incenso puro dal profumo soave.
Tu che dai cori angelici in maniera invisibile sei onorato con timore, Tu il medesimo, Tu sei stato vegliato dai soldati, o guardiano vigilante d'Israele. Proteggimi con la legge, e affidami all'Angelo santo, affinché di notte mi mantenga sano e salvo nel combattimento spirituale.
Tu sei stato sigillato con l'anello della guardia sacerdotale dissoluta; Tu che sei tesoro di vita immortale, Tu sei stato sigillato nel cuore della terra.
Le porte del mio spirito e dei miei sensi, dove si trovano bene e male, sigillale con il segno della tua Croce, e stabilisci in me il bene.
Nerses Snorhali - Gesù unico Figlio del Puro, 758-764

venerdì 31 luglio 2009

LITANIE DEL SANTO VOLTO

Signore, pietà.
Cristo, pietà.
Signore, pietà.
Cristo, ascoltaci.
Cristo, esaudiscici.
Padre celeste, Dio, pietà di noi.
Figlio, Redentore del mondo, Dio, pietà di noi.
Spirito Santo, Dio, pietà di noi.
Santa Trinità, unico Dio, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, splendore del Padre, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, candore di luce eterna, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, sole di giustizia, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, specchio di virtù, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, amabilissimo, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, delizia di Maria e di Giuseppe, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, adorato dai pastori e dai magi, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, risplendente sul monte Tabor, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, pietoso con la Maddalena, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, piangente sopra Lazzaro, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, prostrato a terra nel Getsemani, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, baciato a tradimento nell'Orto, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, colpito dagli schiaffi, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, sputacchiato, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, ricoperto di uno straccio, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, intriso di sangue, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, che guardasti Pietro, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, rifulgente nell'Ascensione, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, che tornerai nel giorno del Giudizio, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, unico nostro bene, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, sollievo dei miseri, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, speranza degli infermi, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, gaudio degli Angeli, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, desiderio dei Patriarchi, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, luce dei Profeti, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, fiamma degli Apostoli, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, fortezza dei Martiri, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, vita dei Confessori, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, profumo dei Vergini, pietà di noi.
Volto adorabile di Gesù, delizia di tutti i Santi, pietà di noi.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, esaudiscici, o Signore.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, pietà di noi, o Signore.
- In Cristo Gesù il Padre ci ha benedetti: e ha fatto brillare il suo Volto.
Preghiamo: O Padre, che con la Passione di Cristo hai liberato l'umanità dalla morte, ereditata col peccato, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio, perché, cancellata la nativa immagine del vecchio Adamo, rifulga in noi con la tua grazia l'immagine del celeste Adamo, Gesù Cristo nostro Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

IL SANTO VOLTO

E' nota l'antichissima tradizione, orma fissata nella sesta stazione della Via Crucis, di quella pia donna di nome Veronica che, vedendo Gesù in mezzo al lugubre corteo salire stentatamente verso il Calvario oppresso dalla pesante Croce, e, osservando il Suo Volto livido, sfigurato dai colpi, tutto coperto di polvere, di sputi, di sudore, di ferite e di sangue, dallo sguardo dolorosamente triste, si commuove, s'intenerisce, ne sente viva pietà e subito pensa e vuole recare un po' di conforto al Suo Divin Maestro.
Istintivamente, in un attimo, con intrepido coraggio s'inoltra, si confonde con quella folla forsennata, sfida il furore dei soldati, si avvicina a Gesù, gli si prostra innanzi e poi, con gesto delicato, per meglio esprimerGli tutto il suo amore e la sua compassione, asciuga il Volto della Vittima Divina.
Gesù gradisce quel gesto. La ringrazia con dolce sguardo e la premia imprimendo le meste Sue sembianze in quel candido lino.
La donna portò con se, come ricordo, il S. Volto impresso miracolosamente in quel sudario, che ora si venera a Roma, in S. Pietro.
Il Santo Volto è Gesù: il Redentore Gesù che si imprime e si rivela nella Santa Sindone. Si imprime col sudore e col sangue, con gli sputi e con gli aromi. Rivela le trafitture delle mani, dei piedi e del costato. Rivela numerati i colpi della flagellazione. Rivela sulla nuca, i rivoli di sangue della coronazione di spine. Rivela sulla spalla i segni del pesante legno della Croce. Rivela il pudore delle Sue braccia incrociate e, dal fondo dei secoli, rivela il suo Volto Santo... Fronte segnata dal sangue, occhi chiusi, naso colpito, guance gonfie, labbra serrate, barba strappata, capelli inzuppati di sangue. Fissare gli occhi in quel Volto è come vederlo ancora tradi­to con un bacio, legato con funi, percosso, schiaffeggiato, velato, coperto di sputi e d'insul­ti senza nome.
Gesù rivela nel Suo Volto Santo il Volto del Padre, perché chi vede Lui vede il Padre. Il Santo Volto è il Segno di ogni dolore del Figlio dell'Uomo: Figlio di Dio e Figlio di Maria.
I primi scritti sul Volto di Cristo hanno per argo­mento la bellezza e la sofferenza del Volto di Gesù e sono dei Santi Padri.
Essi commentano il versetto del Salmo 44,3: "Bellissimo fra tutti i figli degli uomini Gesù fù bello e glorioso ad un tempo, come apparve nel giorno della trasfigurazione sul Tabor: bello e sofferente, vittima innocente per i peccati del mondo.
La proibizione delle immagini, come si ha dalla storia, ebbe origine per l'eccessivo timore d'idolatria. Tale paura svanì gradatamente e il culto delle immagini rifiorì quando il Concilio di Nicea (A. 787), giustificò solennemente il culto delle sacre immagini.
Da quel tempo inizia l'era aurea del Sacro Volto di Cristo e se ne dilata e approfondisce la devozione per tutta la Cristianità.
A Lucca, in Toscana, si dà il nome di Santo Volto, a un Crocifisso in legno intagliato, la cui figura di una meravigliosa bellezza è oggetto particolare della pubblica venerazione. Sono mille e duecento anni che si onora il Santo Volto.
Questo Crocifisso viene attribuito a Nicodemo che fu discepolo del Divin Maestro e con Giuseppe d'Arimatea lo calò dalla Croce dopo la Sua morte e gli rese gli onori della sepoltura.
Avendo Nicodemo esercitato l'arte d'inta­gliatore si accinse a riprodurre coll'intaglio il mistero dell'Uomo-Dio sospeso ed elevato in Croce. Per riprodurre la forma del Cristo non doveva che riferirsi alle sue recenti memorie. Egli aveva reso gli estremi uffici al corpo adora­bile del Redentore, lo aveva toccato con le sue mani, staccato dalla croce e deposto nel sepol­cro. I lineamenti del Divin Crocifisso contuso e sfigurato dalla morte e dai patimenti, erano restati profondamente impressi nella sua memo­ria. Egli volle rappresentarlo come lo aveva veduto con i suoi occhi. La tradizione racconta che avendo terminate le altri parti del Crocefisso, ad eccezione del capo, il valente artista si sentì in difficoltà a modellare questa parte del Corpo Divino che era la più importan­te di tutte. Certamente egli aveva nello spirito e nel cuore i lineamenti incancellabili del suo diletto Maestro, tuttavia disperava di uscirne bene e allora ricorse a una fervorosa preghiera. Improvvisamente fu preso dal sonno e quan­do si svegliò corse a guardare il suo lavoro e con grande meraviglia e commozione constatò che il Volto era stato modellato e condotto a termine "dalla mano di un Angelo". Esso è meravigliosa­mente intagliato e riproduce la Maestà, il dolore e la misericordia dell'Uomo-Dio sulla Croce.

giovedì 30 luglio 2009

L'uomo davanti al Volto della Sindone

di Vladimir Zelinskij

IL VOLTO E IL VERBO
Oltre ad essere un oggetto della ricerca scientifica, la Sindone è anche un avvenimento spirituale che ci tocca come persone, ci coinvolge come avvenimento spirituale in un modo o in un altro. Non sono uno studioso della Sindone, perciò il tema della mia riflessione sarà proprio questo incontro con il Volto espostoci davanti, ma, in un certo senso, rivelatoci anche dentro di noi. Da quest’incontro usciamo sempre diversi, cambiati, segnati dal contatto col mistero che ci attira e ci supera. Il Volto della Sindone già nel momento del primo contatto rappresenta un appello che ci chiama alla contemplazione ed anche alla riscoperta di ciò che si trova nel fondamento di noi stessi. Noi ci riscopriamo come cristiani, ma anche come esseri umani, quando entriamo nella contemplazione di quel mistero con il Volto umano. Proviamo a fermarci davanti a questo Volto e ad accoglierlo come un appello, un messaggio personale.
La prima cosa che ci colpisce nel Volto della Sindone è il suo linguaggio espressivo e comunicativo. Sembra che il Volto entri in contatto con la parte nascosta e più profonda del nostro essere. Cosa ci dice? Cerchiamo di leggere questo messaggio, anche se in modo incompleto, parziale, troppo libero e poco scientifico. Cominciamo con una breve riflessione di san Gregorio di Nissa (dal suo trattato “La creazione dell’uomo”) che può servire come chiave della nostra lettura.
«Dice san Paolo : ‘Chi mai ha conosciuto lo Spirito del Signore?’ (Rm 11, 34). Io aggiungo: e chi mai ha conosciuto il proprio spirito? Quelli che si ritengono capaci di comprendere Dio, farebbero bene a guardare dentro se stessi: hanno forse compreso lo spirito che è in loro?
A mio parere, bisogna tenere presente la parola di Dio: “facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”.
La natura divina ha come caratteristica l'incomprensibilità: la sua immagine deve somigliare anche in questo…
Di fatto, noi non arriviamo a comprendere la natura del nostro spirito. Perché esso è ad immagine del suo Creatore ed ha uguaglianza col suo Signore, reca l'impronta della natura incomprensibile, custodisce il mistero».
Il nucleo del messaggio: che lo spirito umano custodisce in sé il mistero dell’immagine. Ma quel mistero è illuminato dall’impronta del Verbo. L’immagine riflette in sé la rivelazione del Verbo, perché il Verbo che si fa carne diventa icona. E l’icona porta il messaggio del mistero dell’immagine. La prima cosa che vediamo con uno sguardo non fuggente sulla Sindone è che il suo Volto rappresenta un prototipo delle icone, con la sua espressività specifica della tradizione orientale. L’icona, però, prima di nascere come opera d’arte, è concepita nella contemplazione, nell’esperienza spirituale. Dio creò l’uomo a sua immagine, cioè secondo un modello preesistito - e questo modello fu il Verbo che era presso di Lui. L’immagine uscita dal Verbo diventa una realtà fisica, visibile e questa realtà si mantiene, dura, rimane con noi. Il compito dell’icona è di rendere visibile il perenne mistero del Verbo, il miracolo dell’Incarnazione. Proviamo, però, a rischiare nel porre una domanda: è davvero possibile trovare qualche legame comune fra il Volto ed il Verbo, fra l’immagine di Dio e la raffigurazione della Sindone? Sotto un’altra forma, la stessa domanda se la ponevano anche i Padri della Chiesa. Alcuni di loro rispondevano in modo affermativo: sì, l’uomo fu creato su “modello” del Cristo, nella previsione dell’Incarnazione. L’atto di fede nel Verbo che si è fatto carne suggerisce anche che il Verbo si sia fatto Volto. E non un qualsiasi volto umano, ma in un certo senso il Volto modello, il Volto archetipo.
Cosa vuol dire archetipo in questo contesto? Per i cristiani l’incontro con il Volto come Verbo prima di tutto è un avvenimento di riconoscenza. La riconoscenza è uno degli atti costitutivi della nostra fede. Crediamo in ciò che riconosciamo. Riconosciamo ciò che troviamo adatto alla nostra visione, simile al nostro pensiero. Non conosciamo e non conosceremo mai l’essenza di Dio, ma possiamo conoscere la Sua manifestazione nella Vita e nel Volto dell’Uomo. E quell’Uomo esprime l’incomprensibile essenza del Padre. Ma anche il Volto - questo è la nostra ipotesi o, piuttosto, intuizione - parla dell’essenza del Padre, perché anche il Volto del Figlio esprime ciò che il Padre ci dice.
Ricordiamo quel brano famoso del Vangelo di San Giovanni: “Se conoscete Me, conoscete anche il Padre; fin da ora Lo conoscete e Lo avete veduto. Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”: Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto Me ha visto il Padre” (Gv. 14,9).
Cosa dice il Padre con il Volto del Figlio ucciso? Il Padre parla con il silenzio, con il tormento del Figlio Unico, con le tracce della morte sulla croce, con la morte che promette la vita. Il Volto non è sfigurato, anzi, è ancora bello, stupendo. Il Volto che tace è anche il Verbo che continua a parlare con noi, anche con la lingua del suo silenzio e della sua bellezza. La bellezza del Volto porta anche un suo messaggio, quello della bontà della santità umana. Così il Padre parla di noi stessi.
Se facessimo un bilancio dell’antropologia ortodossa in una riga, essa consisterebbe nel ritorno a questa bellezza iniziale, persa dopo la caduta. La bellezza vuol dire la santità dell’uomo appena creato con il Verbo di Dio e per il Verbo. La santità è il ritorno all’autentica natura umana creata per Cristo, in Cristo e con Cristo. Questo punto è importante; per l’Ortodossia, non è l’uomo com’è nella sua condizione empirica, macchiata dal peccato, un vero uomo, ma solo colui che è stato concepito e plasmato nell’amore di Dio. In altre parole, la vera natura umana è l’icona dell’uomo, la sua somiglianza con Dio, che va ricercata, restituita e manifestata. Perciò l’antropologia cristiana porta in sé anche la soteriologia.
Prima di tutto l’uomo riconosce nel Volto il suo modello perduto, il nucleo del suo proprio “io”, come lui riconosce il Verbo nella sua fede. Il Verbo con il Volto di Dio martirizzato si trova alla radice della nostra vera personalità. Il Verbo si è fatto Volto di Colui che si è sacrificato per noi e questo Volto rimane l’espressione della rivelazione del Padre, la rivelazione che continua e che si manifesta anche come opera d’arte. Anche l’arte - nel senso primordiale - è il ritorno al mondo buono (in senso biblico), vale a dire, bello e santo, creato e voluto da Dio. L’arte ecclesiale è quella che non soltanto porta in sé la memoria nostalgica “dell’originale del mondo”, ma anche ha la coscienza chiara della sua nostalgia.
Perciò il messaggio della contemplazione del Volto è quello della nostalgia e della similitudine. Similia similibus cognoscuntur. Tutta la famiglia umana partecipa all’Incarnazione perché ogni uomo ha una particella del Verbo, il raggio del Logos, nella sua umanità. Troviamo questa intuizione, dopo il suo sviluppo nella teologia patristica, soprattutto nella “liturgia cosmica” di San Massimo il Confessore che parla dei logoi delle cose nel loro insieme che celebrano il Logos di Dio che si è fatto Uomo.
Concludiamo questa prima parte con il kondakion della domenica dell’Ortodossia:
“L’indescrivibile Verbo del Padre, incarnandosi da Te, Madre di Dio, è stato circoscritto e riportata all’antica forma l’immagine deturpata, l’ha fusa con la divina bellezza. Noi dunque, proclamando la salvezza a fatti e a parole vogliamo descriverla”.
Questo Volto ci riporta all’immagine, al Modello inciso nello spirito umano, all’arte come immagine dello spirito. La sindone è come un’icona del Verbo, che ci parla e si trova in comunione con lo spirito che ci fu dato.
Sì, possiamo parlare del Volto della Sindone come dell’avvenimento della comunione spirituale al Corpo di Cristo, poiché il Volto diventa Verbo che si offre nei santi misteri celebrati dalla Chiesa.
L’atto della comunione a questa icona include un messaggio l i t u r g i c o, come glorificazione del Verbo che si è fatto Volto.
Questo avvenimento contiene anche un messaggio p e n i t e n z i a l e, cioè la purificazione del cuore davanti al Dio crocefisso.
La Sindone ci parla anche della "k e n o s i s", nella quale ricordiamo che Cristo ha rinunciato alla natura divina (vd. Fil 2,6). La kénosis fa l’uomo partecipe della natura di Cristo, nel suo sacrificio fino al rifiuto della vita stessa nel martirio.
Un altro messaggio della Sindone è il ricordo e u c a r i s t i c o, perché la contemplazione del Volto contiene in sé l'unione del nostro spirito con Cristo. Da qui si chiarisce il senso della santità perfetta come sacramento dell'unione, che trasfigura il nostro corpo, riempito dal fuoco nascosto dell'Eucaristia.
Leggiamo qui anche un messaggio a p o f a t i c o, perché il Volto parla del mistero che non potremo mai decifrare.
Nonché un messaggio e s c a t o l o g i c o: il Volto morto promette la vita in abbondanza.
Un altro messaggio del Volto è quello della t e s t i m o n i a n z a; tutto ciò che è santo è testimone di un altro Regno davanti agli uomini.
Ma la Sindone porta anche un messaggio e t i c o: nella luce del Volto possiamo vedere anche il volto di un altro uomo.
"Tu hai visto il volto del tuo prossimo, disse un santo antico, tu hai visto il volto del tuo Dio". E questo amore si esprime sempre come servizio, come libero sacrificio per lui. La libertà senza amore porta alla schiavitù, all'ideologia che impone il suo giogo. La libertà penetrata dall'amore è sempre personale, essa è destinata a scoprire il mistero e l’unicità di un'altra persona, a scoprire l'amore di Dio riversato su di lei. Attraverso questo amore da persona a persona noi scopriamo anche la "personalità" della creazione del mondo in Dio.
Ma ogni personalità è dotata di un volto.
IL VOLTO COME LUCE
“Alla Tua luce vediamo la Luce”, esclama Davide (Ps. 35, 10) e la gioia e la nostalgia di questo grido fa la grandezza e il dramma del Primo Testamento. Dio entra nel mondo da Lui creato e nello stesso tempo rifiuta la sua rivelazione, “perché il Signore ha deciso di abitare sulla nube” (1 Re, 8, 12). Manifestandosi nel roveto ardente, negli Angeli, nella legge, e sotto tante altre immagini, Egli rimane tuttavia al di là di questi e del mondo umano.
Nel momento in cui il Signore ha deciso di rivelare il Suo volto nel volto umano, l’aurora è spuntata e “il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce” (Mt. 4, 12). Questa luce che Cristo ha portato ha la stessa “sostanza” della luce che illumina le genti ed ogni uomo. Dio entra nel nostro mondo oscuro, rivela il Suo nome, non nasconde più il Suo volto. La storia di questa rivelazione, raccontata nel Vangelo come con una linea tratteggiata, raggiunge la piena chiarezza in quel brano profetico che parla della trasfigurazione. Qui traspare una delle tracce che mostrano la strada al mistero della similitudine del volto divino ed umano. Proviamo a rileggere quest’episodio e a meditarlo nello spirito della fedeltà alla tradizione cristiana orientale.
“...Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” – dice san Matteo (17, 1-2). Il tropario bizantino cantato durante la celebrazione liturgica nel giorno della festa della Trasfigurazione dà la sua interpretazione di questo racconto: “Ti trasfigurasti sul monte, o Cristo Dio, mostrando ai tuoi discepoli la tua gloria, per come potevano. Fa' splendere anche a noi peccatori, la luce tua eterna, per l'intercessione della Deìpara, o datore di luce: gloria a te!”. Il contenuto è lo stesso, ma la storia della Trasfigurazione si trasforma nella preghiera e nella speranza. “Fa' splendere anche a noi peccatori, la luce tua eterna”, perché questa luce ci porterà alla vera conoscenza di Dio nella sua manifestazione accessibile agli uomini o nella Sua “energia”, come dice Gregorio Palamas.
Cristo mostra la Sua gloria, ma non avviene in lui alcun cambiamento perché - dice - è: “quella gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse” (Gv. 17, 5); ciò che cambia è la percezione umana. La Trasfigurazione, secondo l’interpretazione ortodossa, prima di tutto apre le occhi agli apostoli, trasforma la loro anima e la loro vista, rivelando anche l’autentica natura umana.
Ma il messaggio di Giovanni, come quello di Pietro, di Paolo e degli altri apostoli è non soltanto già un frutto della vera visione, della perfetta conoscenza di Dio “come Egli è” (1 Gv. 3,2), ma anche la testimonianza discreta degli uomini come essi sono. Vedere Dio “come è” significa raggiungere la somiglianza con Dio e vedere nello spirito ciò che non può essere visto, toccare nel pensiero ciò che non può essere toccato. L’Invisibile apre il suo volto, perché, come dice Sant’Ireneo di Lione, “Cristo è il visibile di Dio”, ma lo stesso Cristo - Verbo, Vita e Volto - è anche l’invisibile dell’uomo. E lo Spirito Santo quando l’uomo Lo cerca, fa nascere, apparire, manifestare l’invisibile nel cuore umano.
Tutta la Scrittura ci porta alla rivelazione della luce nella quale si chiarisce anche tutto ciò “che c’è in ogni uomo” (Gv. 2,25). Perché in Cristo ogni uomo, anche se immerso nelle tenebre, si avvolge della luce che non perde il suo carattere ineffabile. Dal momento della sua creazione ad immagine di Dio, dal suo concepimento per l’amore del Signore, ogni uomo è cristico, penetrato dallo splendore del Verbo. Ma il mistero dello splendore, nell’uomo “naturale”, è quasi introvabile, brucia appena e ha bisogno di essere acceso dalla fede, dalla scelta umana, da quella scintilla che illumina il Volto con la luce di cui ogni uomo è dotato. L’uomo lo riceve come dono e lo rivela in sé con lo sforzo, e così la vita della sua fede può diventare un avvenimento permanente della teofania interiore.
All’inizio di questa teofania si trova un’esperienza dell’incontro, del Volto rivelato. Non si tratta qui di un’esperienza psicologica o sentimentale, ma spirituale in senso ontologico: nell’”anima mia” (Ps. 102,1) lo Spirito Santo dipinge l’immagine del Figlio che rivela il Padre che è “nei cieli” - ma sono “cieli” aperti nel cuore umano. La rivelazione porta in sè la presenza reale e vivificante del Volto del Figlio di Dio, “ricordato” e manifestato dallo Spirito Santo, e il Figlio di Dio e lo Spirito Santo rivelano il Padre come unica fonte del mistero trinitario. Così il mistero si rivolge a noi, si apre a noi e si rivela dentro di noi e noi assistiamo alla sua teofania, in cui Dio mostra nell’anima dell’uomo la gloria del Suo volto trasfigurato. Il luogo della teofania è la fede stessa, la conoscenza di Dio, la celebrazione, l’icona, la santità, il martirio, la bellezza, tutta la creazione.
“Dio è Luce, - dice San Simeone il Teologo, - e coloro che Egli rende degni lo vedono come Luce; quelli che lo hanno ricevuto lo hanno ricevuto come luce. La luce della sua gloria anticipa infatti il suo volto ed è impossibile che Egli appaia altrimenti che nella luce.”
Da questa luce nasce anche la santità umana che è, in un certo senso, la “processione” dal Regno promesso (che si trova dentro di noi) a quello che si apre fuori di noi, dalla luce invisibile al visibile. L’irradiazione del Regno, che si può vedere a volte negli occhi del cittadino del Regno, in modo impercettibile penetra e avvolge tutto ciò che lo circonda: il suo deserto o il suo bosco, la sua famiglia o la sua comunità, le sue parole o il suo silenzio, la sua missione o il suo eremitaggio, anche il suo corpo mortale o la memoria che lui lascia dopo la morte. La memoria di lui si cristallizza nella sua immagine dipinta che esprime l’idea o il mistero del volto umano che è sempre quello di Cristo, incarnato, crocefisso, risorto...
Perché “è Dio che disse, - scrive san Paolo, - Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor. 4,6).