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lunedì 16 maggio 2011

Frecce lanciate verso il Cielo

Il termine “preghiera scoccata” (come fosse una freccia) o giaculatoria fu coniato da Sant’Agostino per descrivere delle brevi preghiere che ebbero origine nella tradizione monastica copta tra il IV e il V sec. Il termine stesso giaculatoria, infatti, deriva dal latino jaculum che vuol dire dardo, freccia. Nella lettera 130, cap. X, si legge:
Dicono che in Egitto i fratelli fanno preghiere frequenti sì, ma brevissime, e in certo modo scoccate al volo [raptim iaculatas], affinché la tensione vigile e fervida, sommamente necessaria a chi prega, non svanisca e perda efficacia attraverso lassi di tempo un po’ troppo lunghi. E con ciò essi dimostrano che la tensione, come non dev’essere smorzata se non può durare a lungo, così non dev’essere interrotta subito se potrà persistere. Siano bandite dall’orazione le troppe parole ma non venga meno il supplicare insistente, sempre che perduri il fervore della tensione. Usare troppe parole nella preghiera è fare con parole superflue una cosa necessaria: il pregare molto invece è bussare con un continuo e devoto fervore del cuore al cuore di Colui al quale rivolgiamo la preghiera. Di solito la preghiera si fa più coi gemiti che con le parole, più con le lagrime che con le formule. Iddio pone le nostre lagrime al suo cospetto e il nostro gemito non è nascosto a lui, che tutto ha creato per mezzo del Verbo e non ha bisogno di parole umane.
Molto brevemente, le preghiere scoccate sono preghiere brevi composte da una sola frase che si prestano a una ripetizione ritmica che facilita la meditazione e la pace interiore. Spostando l’attenzione alla funzione contemplativa di mente e anima, le preghiere-freccia aiutano a potenziare la propria comunione con Dio e la propria accessibilità a tutte le benedizioni che discendono dalla Sua Grazia Divina: purificazione, virtù, conoscenza, protezione dagli inganni dei nostri avversari spirituali, guarigione dell’anima ecc.
Le preghiere-freccia/giaculatorie sono un tentativo pratico per realizzare il comandamento di San Paolo di “pregare incessantemente” (1Te 5,17) poiché possono essere facilmente memorizzate e ripetute nel cuore in qualasiasi circostanza e in qualsiasi momento.

Piccola raccolta di preghiere scoccate

O Dio,abbi pietà di me peccatore
Abba Ammonas (IV sec.) (Preghiera del pubblicano (Lu 18,13))

Signore Gesù Cristoabbi pietà di me
Abba Barsanufio (V-VI sec.)

Abbi pietà di me, o Dio nella tua grande misericordia,nella moltitudine delle tue compassioni cancella il mio delitto
Abba Lucio (V sec.) (Salmo 50,1)

Signore, come vuoi come sai abbi misericordia di me
Abba Macario il Grande (IV sec.)

Signore,aiutami
Abba Macario il Grande (IV sec.)

O Dio, vieni in mio aiuto;Signore, vieni presto ad aiutarmi
Abba Isacco (IV sec.) (Salmo 69,2)

Io ho peccato, perché sono uomo,ma tu che sei Dio,perdonami
Abba Apollo (IV sec.)

Signore Gesù Cristo salvami!
Abba Barsanufio (V-VI sec.)

Gesù aiutami
Abba Barsanufio (V-VI sec.)

Sovrano Gesù,proteggimi e vieni in aiuto alla mia debolezza
Abba Barsanufio (V-VI sec.)

Rinnovatore del tempo rinnova anche mee adornami ancora
Narses il Grande (IV sec.)

O Tu che non sei incline all’ira non adirarTi ma abbi misericordia della Tua creazione
San Michele Arcangelo
(nota: questa preghiera ci è stata trasmessa dal Sinassario copto nel giorno della commemorazione dell’Arcangelo Michele nel santo mese di Kiahk.)

Salvezza dei viaggiatori salvami e guidami al tuo Regno
Igumeno Yusif As’ad (1944-1993)

lunedì 22 febbraio 2010

Sui pensieri

Secondo Evagrio Pontico (+ 399) “la preghiera è un mettere da parte i pensieri”.

Mettere da parte: non un conflitto selvaggio, non una furiosa repressione, ma una qualche, sia pure costante, azione di distacco. Attraverso la ripetizione del Nome, siamo aiutati a “mettere da parte”, a lasciare andare le nostre futili e dannose immaginazioni e sostituire ad esse il pensiero di Gesù [...]

Quando per la prima volta iniziate la Preghiera di Gesù, non preoccupatevi troppo di eliminare pensieri e immagini mentali. Come abbiamo già detto, lasciate che vostra strategia sia positiva, non negativa. Richiamate alla mente non ciò che deve essere escluso ma ciò che deve essere presente. Non fermatevi sui vostri pensieri e su come eliminarli: pensate a Gesù.

Concentrate il vostro intero io, tutto il vostro ardore e devozione sulla persona del Salvatore; sentite la sua presenza; parlategli con amore. Se l’attenzione divaga, come indubbiamente accadrà, non scoraggiatevi: con gentilezza, senza esasperazione o rabbia interiore, riportatela indietro. Se essa vaga di nuovo, di nuovo riportatela indietro. Ritornate al centro, il centro vitale e personale che è Gesù Cristo.

Guardate all’invocazione, non tanto come preghiera vuota di pensieri, ma come preghiera piena dell’Amato. Lasciate che sia, nel senso più ricco della parola, una preghiera di affetto – sebbene non di eccitamento emotivo autoindotto. Poiché, mentre la Preghiera di Gesù è certamente molto più che una preghiera affettiva, nel senso tecnico occidentale, è con sentimento di amore che noi dobbiamo correttamente iniziare. Il nostro atteggiamento interiore, quando incominciamo l’invocazione, è quello di S. Riccardo di Chichester:

O mio misericordioso Redentore,
amico e fratello,
possa vederTi più chiaramente,
amarTi più teneramente,
e seguirTi più da vicino

Kallistos Ware, La potenza del nome, Il leone verde

giovedì 8 ottobre 2009

Come pregare

Noi non offriamo venerazione volgendoci verso Oriente superficialmente o a caso. Ma poiché siamo composti di natura visibile e invisibile, ossia intellettuale e sensibile, presentiamo al Creatore anche una duplice venerazione: così come cantiamo con la mente e con le labbra, siamo battezzati con l?acqua e con lo Spirito, e siamo uniti al Cristo in modo duplice partecipando ai sacramenti e alla grazia dello Spirito.
Quindi, poiché "Dio è luce" intellettuale e poichè Cristo è chiamato nelle Scritture sole di giustizia e Oriente, occorre dedicargli l'Oriente per la venerazione. Infatti bisogna dedicare ogni cosa bella a Dio, dal quale ogni cosa è resa buona.

Anche il divino Davide dice: Cieli della terra, cantate a Dio, cantate inni al Signore, che cavalca sul cielo dei cieli, ad Oriente. E ancora la Scrittura dice: Dio piantò un giardino in Eden, ad Oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato; ma poi lo scacciò dopo che aveva trasgredito, e lo fece abitare di fronte al giardino delle delizie, cioè ad Occidente.
Perciò noi veneriamo Dio desiderando l'antica patria e volgendo gli occhi ad essa. E la tenda di Mosè aveva il velo e il propiziatorio ad Oriente. La tribù di Giuda, come più onorevole, si accampava ad Oriente. Nel famoso tempio di Salomone la porta del Signore era posta ad Oriente. Invece il Signore, quando era in croce, guardava verso Occidente e così noi prestiamo venerazione volgendo lo sguardo verso di lui.
Mentre era assunto in alto fu portato verso Oriente, e così gli apostoli lo venerarono: e così egli verrà nel modo con cui fu visto andare in cielo, come il Signore stesso disse: Come la folgore viene da oriente e brilla fino ad occidente, così sarà la venuta del Figlio dell?uomo. E quindi noi aspettandolo prestiamo venerazione verso Oriente.
Questa è la tradizione non scritta degli apostoli: infatti molte cose essi ci hanno tramandato senza scriverle.
S. Giovanni Damasceno

lunedì 5 ottobre 2009

Una preghiera per tutti

Di S. Nersete Armeno (XII secolo)
Invocazione per tutti i Cristiani, per i grandi e per i piccoli, per gli uomini e per le donne, che è opportuno che ciascuno impari e pratichi, e che l’un l’altro reciprocamente si insegnino. E precisamente il sacerdote l’insegni al popolo, il padre ai figli, alle figlie la madre, l’amico all’amico; e la recitino quotidianamente suddivisa in cinque parti; dodici volte genuflettendosi, all’alba, all’ora del pasto, a mezzodì, al vespro, e all’ora del riposo. Ma se qualcuno fosse pigro, e lo infastidisse recitarla cinque volte, la reciti quattro volte, o tre, o due, o una volta sola al giorno; affinché da ciò sia fatto palese ch’egli è cristiano, e lui stesso riconosca se stesso quale creatura di Dio, e suo adoratore. Ma se invero qualcuno avesse fastidio di apprendere a memoria tutte le parole di tale invocazione (vengono appresi tuttavia con grandissima applicazione i canti diabolici), ne apprenda la metà, o meno; infatti anche se avrà imparato di questa orazione solo tre versetti, e tre volte in quel tempo genuflettendosi li avrà recitati, ciò sarà accetto al cospetto di Dio. Ma se qualcuno tra i Cristiani avrà trascurato affatto di apprenderla e recitarla, sia confuso dalle genti di Maometto, che non omettono l’orazione ch’egli insegnò loro neppure in tempo di guerra, tanto meno dunque in tempo di pace. Invero le genti nostre fuor dell’oratorio non si ricordano neppure del nome di Dio, giacché non cercano, così come quelle, la devozione nell’orazione, bensì amano la loquacità piuttosto che le preghiere; e talvolta, se si appressano per pregare ai Sacerdoti, o se ne stanno a bocca chiusa, o l’un con l’altro confabulano, ché davvero non hanno mai appreso le parole d’invocazione, né hanno fatto caso mai ai Salmi e agli altri riti dei Sacerdoti.
Per questo abbiamo composto questa invocazione con parole semplici e chiare, affinché venga agevolmente intesa dagli ignoranti nelle loro orazioni. La quale invocazione è breve quanto a parole, contenendo ventiquattro versetti, proprio come le ore del dì e della notte, e concordando con i libri dei Profeti; ma pure è potente quanto alle cose che vi sono intese; include infatti la richiesta a Dio di molte cose delle quali manchiamo. D’altra parte l’abbiamo data alle nostre genti da imparare, affinché tutte le anime cristiane la conoscano e, ovunque dovessero essere all’ora dell’orazione, parlino a Dio per suo mezzo, sia in Chiesa, sia a casa, sia nel campo, sia quando sono presi dagli affari, sia per la via. Riguardo a quelli poi che l’imparano e recitano attentamente con cuore devoto e con lacrime, tutte le richieste che in essa sono scritte saranno soddisfatte, tanto in questa vita quanto dopo la morte. Coloro che invero la disprezzano e non l’apprendono né la recitano, vedano di persona; lungi ogni colpa da noi dacché abbiamo composto questa invocazione; né quindi proferiscano la fittizia giustificazione, che appunto perché non sanno bene a memoria le preghiere, perciò non pregano. Invero sappiano costoro che il diavolo non fa tanta fatica ad impedire altre buone opere quanta ne fa per impedire l’orazione; egli sa infatti che per tramite delle orazioni nostre egli viene scacciato da noi, e in noi prende dimora Dio.
Noi frattanto invochiamo Dio creatore di tutte le cose buone, che apra a tutti gli occhi della mente perché di buon animo la imparino e recitino con fede, e perché da lui siano esauditi. Recitando questa poi ricordatevi in Cristo di Gregorio, Catholicos degli Armeni, e di suo fratello Nersete, che ha composto quest’invocazione.
Voi, poi, che la trascrivete nei libri, scrivete anche queste parole di esortazione: e coloro che l’avranno scritta, loro stessi siano scritti nel registro della vita eterna; e coloro che l’avranno appresa e recitata, trovino misericordia dal Cristo. Coloro poi che l’avranno insegnata all’amico, ricevano la ricompensa da Dio; e coloro che l’avranno scritta, non aggiungano o tolgano neppure una parola o una sillaba, all’infuori di quanto scrivemmo; affinché non sussistano esemplari che differiscano, ma siano tutti simili, ovunque vengano scritti. Coloro poi che non sono abili a scrivere, la facciano trascrivere da coloro che correttamente l’hanno appresa, affinché sia scritta senza errore.
1
In fede confesso e adoro te, Padre e Figlio e Spirito Santo; increata e immortale natura, creatrice degli Angeli e degli uomini e di tutti gli esseri.
Abbi misericordia delle tue creature.
2
In fede confesso e adoro te, indivisibile Luce, Santa consustanziale Trinità e unica Deità, creatrice della luce e dissipatrice delle tenebre; espelli dal mio spirito le tenebre dei peccati e dell’ignoranza, e illumina in quest’ora la mia mente, affinché ti preghi secondo il tuo beneplacito, e da te riceva le cose da me richieste.
Abbi inoltre misericordia di me sommo peccatore
3
Padre celeste, Dio vero, che il tuo Figlio diletto hai mandato a cercare la pecora smarrita: ho peccato verso il cielo e al tuo cospetto; sollevami come il figliuol prodigo,e rivestimi di quella prima veste che persi attraverso il peccato.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
4
Figlio di Dio, Dio vero, che dal seno paterno ti umiliasti e per la nostra salvezza prendesti corpo dalla Santa Vergine Maria, fosti crocifisso e sepolto, e sorgesti dai morti, e ascendesti al Padre: ho peccato verso il cielo e al tuo cospetto; ricordati di me così come del Ladrone, quando verrai nel tuo regno.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
5
Spirito di Dio, Dio vero, che scendesti nel Giordano, e nel Cenacolo, e m’illuminasti con il lavacro del Battesimo: ho peccato verso il cielo e al tuo cospetto; purificami nuovamente col tuo fuoco divino, così come con le lingue di fuoco gli Apostoli.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
6
Increata Natura: ho peccato contro di te con la mia mente, lo spirito e il mio corpo; per il tuo Santo Nome non ricordarti delle mie antiche iniquità.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
7
Osservatore di tutte le cose: ho peccato contro di te col pensiero la parola e l’opera: cancella il resoconto dei miei delitti, e scrivi il mio nome nel registro della vita.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
8
Scrutatore dei pensieri segreti: ho peccato contro di te volontariamente e involontariamente, consciamente e inconsciamente: accorda il perdono a me peccatore, infatti dacché rinacqui a mezzo del lavacro fino al giorno d’oggi ho peccato al cospetto della tua Divinità con i miei sensi e con tutte le membra del corpo.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
9
O provveditore di tutto, Signore: poni il santo timore di te come custodia ai miei occhi, che non vedano cose sconvenienti; e alle mie orecchie, che non ascoltino discorsi cattivi; e alle mie labbra, perché non proferiscano menzogne; e al mio cuore, perché non mediti il male; e alle mie mani, che non operino l’ingiustizia; e ai miei piedi, che non percorrano la strada dell’iniquità; ma dirigi il loro moto affinché siano in ogni cosa conformi ai tuoi precetti.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
10
Fuoco ardente, Cristo: accendi nella mia anima il fuoco del tuo amore che riversasti sulla terra; affinché consumi le scorie del mio spirito, e purifichi la mia coscienza, e cancelli i peccati del mio corpo e accenda nel mio cuore la luce della tua sapienza.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
11
Gesù, sapienza del Padre: dammi sapienza di pensiero e di parola e bontà d’azione al tuo cospetto, sempre: liberami dai cattivi pensieri, parole e opere.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
12
O Signore che vuoi il bene, e dirigi la volontà: non permettere che io proceda secondo i miei desideri; ma guidami ad adempiere la tua volontà, che ama il giusto.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
13
Re celeste: dammi il tuo regno, giacché ai diligenti ti sei promesso; e rafforza il mio cuore perché aborra dai peccati, e ami te solo, ed esegua la tua volontà.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
14
O provveditore delle creature: tramite il segno della tua Croce custodisci lo spirito e il mio corpo dal fascino del peccato, dalle tentazioni dei demoni, dagli uomini iniqui, e da tutti i pericoli dell’anima e del corpo.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
15
Custode di tutte le cose, Cristo: la tua destra mi protegga dì e notte, mentre dimoro in casa e mentre sono in cammino, quando dormo e quando m’alzo; perché io non vacilli .
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
16
Mio Dio: che apri la tua mano e riempi ogni creatura della tua misericordia, ti raccomando l’anima mia: abbi tu cura e prepara il necessario per lo spirito e per il mio corpo a partire da adesso e fino al secolo futuro.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
17
Tu che riconduci gli erranti: riconducimi dalle mie cattive consuetudini alle buone abitudini; e imprimi nel mio spirito il tremendo giorno della morte, e il timore dell’inferno, e l’amore per il tuo Regno; affinché io faccia penitenza dei peccati, e operi la giustizia.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
18
Fonte immortale: fa’ fluire dal mio cuore, come dalla peccatrice, lacrime di penitenza; per lavare i miei peccati prima di andarmene da questo mondo.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
19
Largitore di misericordia: concedimi che io venga a te attraverso la fede ortodossa, attraverso le buone opere e per la santa comunione del tuo corpo e del tuo sangue.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
20
Signore benefico: affidami al buon Angelo, perché io renda l’anima mia soavemente, e passi incolume attraverso la malizia dei demoni che stanno sotto il cielo.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
Luce vera, Cristo; rendi il mio spirito degno, che nel giorno della chiamata esso veda festante la luce della tua gloria, e fino al gran giorno del tuo avvento riposi nella speranza dei buoni, nella dimora dei giusti.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
22
O giusto Giudice: quando sarai venuto con la gloria del Padre a giudicare i vivi e i morti, non entrare in giudizio col tuo servo; ma liberami dal fuoco eterno, e fa’ che io oda la beata chiamata dei giusti al tuo regno celeste.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
23
Signore misericordioso: abbi misericordia di tutti coloro che credono in te, dei miei e degli estranei, dei noti e degli ignoti,dei vivi e dei morti: concedi anche ai miei nemici ed avversari il perdono per i torti che mi hanno fatto, e convertili dall’ingiustizia che mostrano verso di me, affinché siano anch’essi degni della tua misericordia.
Ed abbi misericordia delle tue creature, e di me grandissimo peccatore.
24
Signore gloriosissimo: accogli queste preghiere del tuo servo, e benignamente corrispondi alle mie richieste per l’intercessione della Santa Deipara e di Giovanni Battista e di Santo Stefano protomartire e del nostro San Gregorio l’Illuminatore e dei santi Apostoli e Profeti e Dottori e Martiri e santi Patriarchi ed Eremiti e Vergini e di tutti i tuoi Santi del cielo e della terra.
E a te, santa e indivisibile Trinità, gloria e adorazione nei secoli dei secoli. Amen.
da www.natidallospirito.it

venerdì 2 ottobre 2009

Lotta spirituale

Più di cinquant’anni fa una nota guida spirituale della tradizione anglicana, padre Algy Robertson (della Society of Saint Francis), che passava ogni settimana molte ore ascoltando le confessioni, mi disse con una nota di tedio nella sua voce: “Che peccato che non esistano nuovi peccati!”. Al contrario del punto di vista secolare prevalente, non è la santità ma è il peccato che è spento e ripetitivo. Il male è fondamentalmente non creativo e monotono, mentre i santi presentano una varietà e un’originalità inesauribili.
Se il peccato è essenzialmente ripetitivo, ne consegue che la lotta lotta spirituale, compresa come guerra invisibile contro i nostri pensieri malvagi e le nostre passioni peccaminose, continua a essere la stessa nel mondo contemporaneo così come è sempre stata nel passato. La forma esteriore può cambiare, ma il carattere interiore resta invariato. Un libro quale La scala del paradiso di Giovanni Climaco può essere un manuale pratico nel ventunesimo secolo così come lo fu nel settimo secolo. Oggi come nel passato il nostro avversario il diavolo si aggira come leone ruggente cercando chi divorare. Oggi come ieri satana si trasforma in un angelo della luce. Oggi come ieri Dio ci chiama a quello spirito di vigilanza sintetizzato dai padri ascetici dell’oriente cristiano con il termine nepsis, cioè “sobrietà”, “vigilanza”.
“Mortificare” o “trasfiguarare”?
Nei nostri colloqui di questi giorni abbiamo parlato spesso di passioni: ma che cosa si intende precisamente con questo termine? Ahimé, la parola inglese “passion”, che è solitamente usata per tradurre il termine pathos, è del tutto insufficiente per rendere il ventaglio di significati presenti nel termine greco. Collegato al verbo paschein, “soffrire”, pathos indica fondamentalmente uno stato passivo, in contrasto con dynamis, una forza attiva; esso indica qualcosa subito da una persona o da una cosa, un evento o uno stato vissuto passivamente; pertanto il sonno e la morte sono definiti pathos da Clemente di Alessandria, mentre Gregorio di Nazianzo descrive le due facce della luna come pathe. Applicate alla nostra vita interiore, pathos ha quindi il significato di un sentimento o di un’emozione patita o subita da una persona.
Due differenti atteggiamenti nei confronti delle passioni possono essere distinti già nella filosofia greca antecedente il periodo patristico. Il primo è quello che si trova nello stoicismo primitivo, dove pathos significa un impulso disordinato ed eccessivo, horme pleonazousa secondo la definizione di Zenone. Si tratta di un disturbo patologico della personalità, una malattia (morbus), come lo definisce Cicerone. Il saggio, pertanto, mira all’apatheia, all’affrancamento dalle passioni.
Accanto a questa visione pessimistica delle passioni, tuttavia, vi è anche una valutazione più ottimistica, che si ritrova in Platone e, in misura più articolata, in Aristotele. Platone nel Fedro utilizza l’analogia dell’auriga e dei due cavalli: l’anima è qui considerata come un cocchio con la ragione (to logistikon) come auriga; i due cavalli che sono aggiogati al cocchio – l’uno di razza nobile, mentre l’altro disobbediente e ribelle – rappresentano rispettivamente le emozioni più nobili della parte dell’anima “dotata di spirito” o “inclusiva” (to thymikon) e le emozioni più primitive della parte “appetitiva” (to epithymitikon). Ora il cocchio a due cavalli ha bisogno di cavalli per muoversi, e allo stesso modo l’anima, senza le energie vitali fornite da pathe, mancherebbe di vigore e di forza per agire. Inoltre, il cocchio a due cavalli per muoversi nella direzione giusta ha bisogno non di uno ma di entrambi i cavalli; la ragione, dunque, non può fare a meno né delle emozioni nobili né delle passioni più primitive, sforzandosi però di tenerle entrambe sotto controllo. Pertanto questa analogia comporta che il saggio deve aspirare non alla soppressione totale delle passioni nelle diverse parti dell’anima, bensì al loro mantenimento nel giusto equilibrio e armonia.
Una visione simile è offerta da Aristotele nell’Etica nicomachea. Secondo lui le pathe includono non soltanto cose quali il desiderio e la collera, ma anche l’amicizia, il coraggio e la gioia. In sé le passioni non sono “né virtù né vizi”, dice Aristotele, né intrinsecamente buone né intrinsecamente cattive, e noi non siamo né elogiati né biasimati a causa di esse; le passioni sono impulsi neutrali e tutto dipende – come il metropolita Filaret ha indicato nel suo intervento – dall’uso che ne facciamo. Il nostro obiettivo pertanto non è (come nello stoicismo) l’eliminazione totale delle passioni, ma piuttosto una via di mezzo (to meson), cioè un uso moderato e ragionevole di esse: l’ideale non è l’apatheia ma la metropatheia (termine che però non è usato in quanto tale da Aristotele stesso nella sua opera).
Quale di queste due comprensioni della passione è adottata nella teologia patristica? Di fatto non vi è unanimità tra i padri. Innanzitutto, un gruppo considerevole di autori abbraccia l’utilizzo stoico, di carattere negativo. Clemente di Alessandria ripete la definizione di Zenone di pathos quale pleonazousa horme, un “impulso eccessivo”, “disobbediente alla ragione” e “contrario alla natura”. Le passioni sono “malattie” e la persona davvero buona non ha passioni. Similmente, Nemesio di Emesa abbraccia la visione stoica. Evagrio Pontico associa strettament le passioni con i demoni; lo scopo del lottatore spirituale, pertanto, è l’apatheia, anche se Evagrio ne dà un contenuto positivo, associandola strettamente con l’amore. Nelle omelie di Macario le passioni sono quasi sempre comprese in un senso peggiorativo.
Tuttavia, in secondo luogo, vi sono altri padri che, anche se fondamentalmente ostili nella loro valutazione delle passioni, ne contemplano pertanto un uso positivo. Gregorio di Nissa considera che il pathos non fosse originariamente parte della natura umana, ma “fu introdotto in seguito nell’uomo, dopo la prima creazione”, e di conseguenza non fa parte della costituzione dell’anima. Le passioni hanno un carattere “bestiale” (ktenodes), che ci rende simili ad animali. Tuttavia, avvicinandosi al punto di vista aristotelico, Gregorio di Nissa aggiunge che delle passioni si può fare un buon uso: il male sta non nel pathe in quanto tali, ma piuttosto nella libera scelta (proairesis) della persona che ne fa uso.
Giovanni Climaco è totalmente d’accordo con Gregorio di Nissa. Alcune volte egli parla in termini negativi, eguagliando pathos con il vizio o il male (kakia), e insiste che il pathos “non [era] originariamente parte della natura umana”, dicendo che “Dio non è il creatore delle passioni”; queste appartengono agli esseri umani nella loro condizione corrotta e devono pertanto essere considerate “empie”; nessuno deve aspirare a essere teologo a meno di non aver raggiunto l’apatheia. Tuttavia egli ammette che si possa fare un buon uso delle passioni; l’impulso che soggiace a ogni passione non è cattivo in sé, ma siamo noi che, attraverso l’esercizio del nostro libero arbitrio, “abbiamo preso i nostri impulsi naturali e ne abbiamo fatto delle passioni”. È degno di nota il fatto che Climaco non condanni l’eros, l’impulso sessuale, come intrinsecamente peccaminoso, ma lo consideri come qualcosa che può essere diretto verso Dio.
In terzo luogo, vi sono altri autori che si spingono addirittura oltre e paiono concedere non solo che si possa fare buon uso delle passioni, ma che esse siano parte della nostra natura originale in quanto creata da Dio. È questo il caso evidente di abba Isaia († ca 491). Nel suo secondo Discorso egli considera alcune realtà che sono solitamente considerate passioni, quali il desiderio (epithymia), l’invidia o gelosia (zelos), la collera, l’odio e l’orgoglio, sostenendo che esse sono fondamentalmente kata physin, “in accordo con la natura”, e si può fare di tutte un buon uso. In tal modo il desiderio che per natura dovrebbe essere orientato verso Dio, è stato da noi diretto fallacemente verso “ogni tipo di impurità”. Lo zelo o gelosia che dovrebbe condurci a perseguire la santità – “desiderate con zelo i carismi più grandi”, dice san Paolo (1Cor 12,31) – noi lo abbiamo corrotto, così che arriviamo a invidiarci gli uni gli altri. La collera e l’odio che dovrebbero essere orientati contro il demonio e tutte le sue opere, noi lo abbiamo rivolto contro il nostro prossimo. Perfino dell’orgoglio si può fare buon uso: c’è un’autostima buona che ci permette di contrastare l’autocommiserazione distruttiva e la depressione. Per abba Isaia, dunque, cose quali la collera e l’orgoglio – che Evagrio considererebbe come “demoni” o come pensieri malvagi – al contrario sono parte naturale della nostra personalità in quanto creata da Dio. Il desiderio e la collera non sono di per sé peccaminose: ciò che conta è il modo in cui vengono utilizzate, kata physin oppure para physin. È improbabile che abba Isaia sia stato influenzato direttamente da Platone o da Aristotele, che probabilmente non aveva mai letto, ma potrebbe aver attinto alla tradizione copta, come è attestato per esempio nel caso delle lettere attribuite a sant’Antonio il Grande.
Un’approccio positivo alle passioni si può altresì trovare in autori successivi. Quando Dionigi l’Aeropagita descrive Ieroteo come colui che “non soltanto ha appreso ma ha sperimentato le realtà divine” (ou monon mathon alla kai pathon ta theia), egli lascia certamente intendere che l’esperienza mistica è in un certo senso un pathos. Massimo il Confessore, sebbene tenda a far propria la posizione di Gregorio di Nissa secondo cui le passioni sono entrate nella natura umana soltanto successivamente alla prima creazione, fa nondimeno riferimento (come ha evidenziato padre Louth) alla “beata passione dell’amore divino” (makarion pathos tes theias agapes); inoltre egli non teme di parlare dell’unione con Dio in termini erotici; insiste che le passioni possono essere “encomiabili” così come “biasimevoli”. Secondo Gregorio Palamas lo scopo della vita cristiana non è la mortificazione (nekrosis) delle passioni ma la loro trasposizione o riorientamento (metathesis).
Ci sono, dunque, prove sufficienti secondo cui i padri greci siano stati influenzati non soltanto dall’approccio stoico, di tipo negativo, ma anche (direttamente o indirettamente) dalla valutazione aristotelica, di carattere più positivo. Quei padri che adottano una visione positiva, o almeno neutrale, delle passioni sono una minoranza, ma nondimeno una minoranza significativa. Si potrebbe naturalmente dire che la questione è squisitamente semantica, una questione di come scegliamo di utilizzare la parola “passione”; ma i diversi utilizzi della parola non hanno forse implicazioni più profonde? Le parole hanno un grande potere simbolico e il modo in cui vengono utilizzate ha un’influenza decisiva sul modo in cui concepiamo la realtà. Questo vale anche con la parola pathos: dobbiamo seguire l’utilizzo negativo degli stoici o quello più permissivo di Aristotele? Ciò può avere un effetto di ampia portata sulla direzione pastorale che noi offriamo agli altri e a noi stessi. Dobbiamo parlare di “mortificare” o di “trasfigurare”? Dobbiamo dire “sradicare” o “educare”? “Eliminare” o “riorientare”? Siamo di fronte a una grande differenza.
Per quanto riguarda la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo io sono fermamente convinto che noi saremmo molto più efficaci se dicessimo “trasfigurare” piuttosto che “distruggere”. Il mondo contemporaneo in cui dimoriamo, almeno in Europa occidentale, è un mondo fortemente secolarizzato, avulso alla chiesa. Se vogliamo riguadagnare questo mondo a Cristo, se vogliamo noi stessi preservare la nostra identità cristiana in un tale ambiente alienato, allora noi faremmo bene a presentare il nostro messaggio cristiano in termini affermativi piuttosto che di condanna. Dobbiamo accendere una candela piuttosto che maledire la tenebra.
Tre temi cupi
Venendo alla seconda parte del mio intervento, vorrei selezionare sei aspetti della lotta spirituale nel mondo contemporaneo. La mia esposizione non è sistematica né pretende di essere esaustiva. Parlerò in termini di tenebra e di luce. Tre degli aspetti che ho scelto hanno a prima vista un carattere cupo, tre invece riflettono uno spirito più luminoso; ma tutti e sei non sono in fin dei conti negativi ma piuttosto eminentemente positivi.
(1). La discesa agli inferi. L’inferno può essere considerato come l’assenza di Dio, come il luogo in cui Dio non c’è (è tuttavia vero che l’inferno, considerato in maniera più precisa, non è vuoto di Dio, dal momento che – come Isacco il Siro insiste – l’amore di Dio è dovunque). Non è sorprendente che i cristiani nel ventesimo secolo, dimorando in un mondo segnato dal senso dell’assenza di Dio, abbiano interpretato la loro vocazione come un descensus ad inferos. Paul Evdokimov sviluppa questa idea in relazione con il sacramento del battesimo, che costituisce perlatro il fondamento della lotta spirituale del cristiano (come ha insistito fratel Enzo nel suo intervento di apertura). “Parlando della cerimonia dell’immersione al momento del battesimo”, osserva Evdokimov, “san Giovanni Crisostomo annota: «L’azione di scendere nell’acqua e poi risalirne di nuovo simbolizza la discesa di Cristo agli inferi e il suo ritorno da quel luogo». Ricevere il battesimo, quindi, significa non soltanto morire e risorgere con Cristo; significa anche che noi scendiamo all’inferno, che portiamo le stigmate di Cristo sacerdote, la sua premura sacerdotale, la sua ansia apostolica per le sorti di coloro che hanno scelto l’inferno”. Il pensiero di Evdokimov ha molto in comune con le idee di Hans Urs von Balthasar, ma non bisogna dimenticare che, come l’arcivescovo Ilarione Alfeev ha dimostrato in un suo libro recente, la discesa di Cristo agli inferi è soprattutto un’azione di vittoria.
Un santo ortodosso del ventesimo secolo ch ha particolarmente enfatizzato la discesa agli inferi è Silvano dell’Athos: “Mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, insegna, aggiungendo che questa è la via per acquisire l’umiltà. Il suo discepolo padre Sofronio insiste che “egli si riferiva a una reale esperienza dell’inferno”. Nelle sue meditazioni, Silvano ricorda il calzolaio di Alessandria, visitato da Antonio, che era solito dire: “Tutti saranno salvati; soltanto io perirò”. Silvano applica queste parole a sé: “Presto io morirò e prenderò dimora nell’oscura prigione dell’inferno, e soltanto io brucerò in quel luogo”.
Tuttavia sarebbe errato interpretare la posizione di Silvano in termini puramente negativi e tetri; bisogna attribuire il giusto peso a entrambi le parti della sua affermazioni: non dice soltanto “mantieni il tuo spirito agli inferi”, ma aggiunge subito dopo “e non disperare”. Altrove egli afferma che la certezza della propria dannazione è una tentazione del demonio. Ci sono, dice, due pensieri che provengono dal nemico: “Tu sei un santo” e “non ti salverai”. San Silvano era profondamente influenzato dagli insegnamenti di Isacco il Siro sul carattere irriducibile dell’amore divino: “Se l’amore non è presente”, egli dice, “allora tutto si fa difficile”; al contrario, quando l’amore è presente, tutto è possibile.
La discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione trionfante dai morti formano un evento inscindibile, un’azione unica e unita.
(2) Il martirio. La forma particolare che la discesa agli inferi ha assunto durante il ventesimo secolo nella lotta spirituale dei cristiani ortodossi è stata l’esperienza della persecuzione e del martirio. Il secolo scorso è davvero stato per l’oriente cristiano un secolo di martirio per eccellenza. Si ricordi inoltre che, sebbene il communismo è caduto in Russia e nell’Europa orientale, vi sono ancora molti luoghi nel mondo in cui i cristiani – sia ortodossi che non ortodossi – continuano a soffrire persecuzioni (si pensi alla Turchia, all’Irak, al Pakistan, alla Cina, eccetera). Secondo le parole di un prete russo della diaspora, padre Alexander Elchaninov, che morì nel 1934, “il mondo è deforme e Dio lo raddrizza. Questo è il motivo per cui Cristo ha sofferto (e soffre), così come hanno sofferto i martiri, i confessori della fede e i santi; e anche noi, che amiamo Cristo, non possiamo che soffrire altrettanto”. Come indica Silvano, il martirio può essere interiore o esteriore: “Pregare per la gente”, dice, “significa versare il sangue”. Allo stesso tempo, come nel suo apoftegma “mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, egli insiste sul reciproco concorrere di tenebra e luce, di disperazione e speranza. Così la sofferenza dei martiri è anche una fonte di gioia: come afferma Silvano, “la sofferenza estrema è alleata con la beatitudine estrema”.
Un martire la cui lotta spirituale ha particolarmente catturato l’immaginazione ortodosso negli ultimi sessant’anni è Maria Skobtsova, morta in una camera a gas di Ravensbrück il 13 marzo 1945, offrendosi probabilmente al posto di un altro prigioniero. Se così avvenne, ciò indica come il martire – allo stesso modo di Cristo stesso, il protomartire – svolge un ruolo vicario, morendo al posto di altri, morendo perché altri possano vivere. Il martire adempie, in modo definitivo e finale, il comando di san Paolo: “portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2); questo era anche un tema che madre Maria ha sottolineato nei suoi scritti. In un’antologia di vite dei santi da lei compilata, essa annota la storia di Ioannichio il Grande e della ragazza indemoniata: “Collocò la sua mano sulla testa della ragazza sofferente e disse con tono calmo: «Per la potenza del Dio vivente, io, il suo indegno servo Ioannichio, prendo su di me il tuo peccato, semmai tu abbia peccato … perché le mie spalle sono più robuste delle tue, perché desidero prendere su di me la tua condanna per amore». La ragazza fu curata, mentre Ioannichio condivise la sua agonia, giungendo vicino alla morte prima di emergere, vittorioso, dalla sua lotta con la potenza del male”.
Questo, dunque, è un aspetto molto importante della lotta spirituale: sopportare il martirio, versando il proprio sangue, in maniera visibile o interiormente, per gli altri.
(3) Kenosis. Strettamente legato ai due elementi di cui abbiamo appena parlato – la discesa gli inferi e il martirio – ve n’è un terzo, la kenosis o autosvuotamento. Colui che si impegna nella lotta spirituale si identifica con il Cristo umiliato (vorrei ricordare a questo proposito un libro degno di essere letto ancor’oggi, scritto settant’anni fa da un autore russo, Nadegda Gorodetsky, Il Cristo umiliato nel pensiero russo moderno). Prima di essere imprigionata, Maria Skobsova dimostrò il suo spirito kenotico in maniera impressionante, mostrando grande solidarietà con gli indigenti, gli emarginati, e tutti i reietti dalla società, e anche – quando scoppiò la seconda guerra mondiale – con gli ebrei. “I corpi dei nostri fratelli in umanità”, scriveva, “devono essere trattati con maggior cura rispetto ai nostri. L’amore cristiano ci insegna non soltanto a fare doni spirituali ai nostri fratelli, ma anche doni materiali. Perfino la nostra ultima camicia, il nostro ultimo pezzo di pane deve essere donato loro. L’elemosina individuale e ogni tipo possibile di opera sociale sono allo stesso modo legittimi e necessari”.
Un santo della tradizione ellenica che ha mostrato questo spirito kenotico in un modo considerevole è Nectario di Pentapoli, morto nel 1920. Le storie circa la sua umiltà abbondano. Giovane vescovo di Alessandria, qualora venica attaccato, rifiutava ogni misura di ritorsione e di difesa contro i calunniatori. Quando più tardi era direttore della scuola teologica Rizareion di Alessandria, avvenne che l’addetto alle pulizie si ammalò; per impedire che il posto andasse a qualche altro Nectario per molti si alzò prestissimo al mattino per spazzare i corridoi e pulire le latrine, finché l’uomo non fu di nuovo in grado di tornare al suo lavoro. Negli ultimi anni di vita, i visitatori che lo incontravano mentre lavorava nel giardino del monastero che aveva fondato lo scambiavano per un operaio, senza poter indovinare che lui invece era un vescovo. In questo e in diversi altri modi Nectario obbedì alle parole di san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli … svuotò se stesso” (Fil 2,5.7).
Luce nella tenebra
Descrivendo la lotta spirituale, san Paolo ne sottolinea il carattere antinomico: “Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; … come moribondi, e invece viviamo; … come afflitti, ma sempre lieti; … come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (2Cor 6,8-10). Bilanciamo ora questi tre elementi cupi della lotta spirituale con tre elementi più gioiosi che sono di particolare importanza nel mondo contemporaneo.
(1) La trasfigurazione. Quando stavamo analizzando in precedenza i diversi modi in cui la guerra contro le passioni può essere compresa, avevo suggerito che in questo momento della storia è più saggio parlare a noi stessi in termini di “trasfigurazione” piuttosto che di “mortificazione” o di “sradicamento”. Il mistero della trasfigurazione ha un valore particolare per noi nel tempo presente. La nostra lotta spirituale deve certamente coinvolgere elementi quali la rinuncia, lo sforzo ascetico, il sudore, il sangue e le lacrime, il martirio interiore e forse anche esteriore; ma il reale valore di tutto ciò viene perduto se esso non viene illuminato dalla luce increata del Tabor. A questo proposito, non è certo una coincidenza che il santo più influente nella vita e nell’esperienza dell’ortodossia del ventesimo secolo sia stato Serafino di Sarov, che è proprio un santo della trasfigurazione. Quando visitai la Grecia per la prima volta, cinquantacinque anni fa, san Serafino era praticamente sconosciuto; mentre ora, ogni volta che vado sul suolo ellenico, vedo la sua icona nelle chiese e nelle case, e nei monasteri frequentemente incontro monaci e monache che si chiamano Serafino o Serafina in onore del santo di Sarov. Le cose vanno davvero come dovrebbero, in quanto egli è davvero un santo per il nostro tempo.
Nello stesso tempo non facciamo del sentimentalismo nei riguardi del santo di Sarov né semplifichiamo troppo la sua lotta spirituale. Facciamo bene a ricordare che egli si vestiva in bianco e non in nero, come la tradizione monastica voleva; che chiamava i suoi visitatori “mia gioia” e li salutava durante tutto l’anno con il saluto pasquale “Cristo è risorto”; che il suo volto risplendeva di gloria in presenza del suo discepolo Nicola Motovilov. Ma non dimentichiamo gli assalti demoniaci che Serafino ha dovuto sostenere mentre pregava sulla roccia accanto al suo eremo e sentiva le fiamme dell’inferno crepitare intorno a lui; non dimentichiamo il dolore fisico che soffriva dopo essere stato azzoppato dall’assalto di tre ladri nel bosco; non dimentichiamo le incomprensioni che dovette sopportare da parte del suo stesso abate e le calunnie che lo perseguitarono fino alla morte. Davvero egli comprese ciò che san Paolo intendeva quando diceva: “afflitti, ma sempre lieti”. Nella lotta spirituale la trasfigurazione e il portare la croce sono due elementi inseparabili.
(2) L’eucaristia. In precedenza è stato detto che il battesimo costituisce il fondamento della lotta spirituale del cristiano. Il battesimo tuttavia non può essere separato dalla santa comunione, e di conseguenza anche l’eucaristia gioca un ruolo basilare nella nostro combattimento spirituale. È vero che nel primo periodo patristico molti autori ascetici quali Giovanni Climaco e Isacco il Siro facevano poco o nessun riferimento all’eucaristia, ma nella nostra lotta spirituale oggi la dimensione eucaristica deve essere esplicitata e posta in primo piano. È significativo che questo è esattamente quello che è stato fatto da una grande figura di prete celebrante all’inizio del ventesimo secolo, Giovanni di Kronstadt. “L’eucaristia è un miracolo continuo”, era solito dire; ed egli entrò appieno in questo “miracolo continuo” celebrando quotidianamente la divina liturgia. L’intensità della sua celebrazione eucaristica sbalordiva i suoi contemporanei: san Silvano, per esempio, parla della “forza della sua preghiera” e aggiunge: “In tutto il suo essere [era] una fiamma d’amore”. Giovanni insisteva che tutti i presenti alla liturgia dovevano ricevere la comunione insieme a lui. Per sua influenza e per l’influenza di altri, la prassi di ricevere la comunione è di fatto divenuta più frequente nella chiesa ortodossa del ventesimo secolo; eppure vi sono ancora in molti luoghi in cui i fedeli si accostano al sacramento soltanto tre o quattro volte l’anno: ciò è certamente deplorevole. Nel mondo contemporaneo la nostra lotta spirituale deve essere, nel modo più pieno possibile, una lotta eucaristica.
Al centro della divina liturgia, immediatamente prima dell’epiclesi dello Spirito santo, il diacono eleva le sante offerte mentre il prete recita: “Offriamo ciò che è tuo prendendolo da ciò che è tuo, in ogni cosa e per ogni cosa (ta za ek ton zon soi prospherontes, kata panta kai dia panta)”. Questo ci porta a considerare un aspetto della liturgia che ha una rilevanza particolare per la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo: la dimensione cosmica dell’eucaristia. È significativo che nell’eucaristia offriamo i doni non soltanto “per tutti gli esseri umani” (dia pantas), ma anche “per tutte le cose” (dia panta). L’oblazione eucarsitica abbraccia in tutta quanta la sua ampiezza non soltanto l’umanità ma l’intero regno della natura, abbraccia ogni cosa; ne consegue che l’eucaristia ci investe di una responsabilità ecologica; ci impegna a proteggere e ad amare non soltanto i nostri fratelli in umanità ma tutte le cose viventi, e non soltanto queste, ma anche a proteggere e ad amare l’erba, gli alberi, le rocce, l’acqua e l’aria. Celebrando l’eucaristia con piena consapevolezza noi guardiamo il mondo intero come un sacramento.
La nostra lotta spirituale, pertanto, non è meramente antropocentrica: noi siamo salvati non dal mondo ma con il mondo, e pertanto lottiamo per santificare e per ridonare a Dio non soltanto noi stessi ma l’intera creazione. Questa portata ecologica della nostra lotta spirituale è stata particolarmente enfatizzata dal patriarcato ecumenico negli ultimi due decenni. Il patriarca Dimitrios e il suo successore, l’attuale patriarca Bartolomeo, hanno stabilito l’1 settembre, giorno di apertura dell’anno ecclesiastico, come “giorno per la salvaguardia dell’ambiente”, da osservarsi (così ci si auspica) non soltanto da parte degli ortodossi ma anche da parte degli altri cristiani. “Consideriamoci ciascuno per quanto gli compete personalmente responsabili del mondo affidato da Dio nelle nostre mani”, ha affermato il patriarca Dimitrios nel suo messaggio natalizio del 1988, “tutto ciò che il Figlio di Dio ha assunto nel suo corpo attraverso la sua incarnazione non deve perire, ma deve diventare un’offerta eucaristica al Creatore, un pane datore di vita condiviso nella giustizia e nell’amore con gli altri, un inno di pace per tutte le creature di Dio”. Secondo le parole di Silvano dell’Athos, “il cuore che ha imparato ad amare prova compassione per tutta la creazione”. Questa tenerezza cosmica, come ci ha ricordato dom André Louf, è un leitmotiv in Isacco il Siro.
(3) La preghiera del cuore. Per quanto importante siano gli aspetti eucaristici e liturgici della lotta spirituale, nello stesso tempo è necessario dare enfasi anche alla lotta per la preghiera interiore. Nella lotta spirituale del ventesimo secolo, la preghiera interiore ha significato, per gli ortodossi, preminentemente ma non esclusivamente la preghiera di Gesù. L’importanza dell’invocazione del nome santo è giunta a essere molto apprezzata negli ultimi cento anni grazie soprattutto all’influenza di due libri: Il racconto di un pellegrino e la Filocalia; entrambi i volumi hanno riscosso un successo inatteso in occidente. Probabilmente la preghiera di Gesù viene oggi praticata quotidianamente da molta più gente che in passato: il nostro tempo non è soltanto un tempo di secolarizzazione!
Ecco dunque alcuni elementi della lotta spiritual nel mondo contemporaneo: da una parte la discesa agli inferi, il martirio e la kenosis; dall’altra la trasfigurazione, l’eucaristia e la preghiera del cuore. Le due triadi non devono essere contrapposte bensì combinate insieme, come ha fatto Giovanni Climaco (e qui richiamo l’intervento di padre Ioustinos) coniando il termine charmolype, “gioiosa afflizione”, e parlando di charopoion penthos, “dolore che crea la gioia”. Questi due aspetti complementari della lotta spirituale sono ben riassunti in due brevi affermazioni di Serafino di Sarov che cerco di tenere sempre in mente: “Dove non c’è dolore non c’è salvezza” e “Lo Spirito santo riempie di gioia tutto ciò che tocca”.
KALLISTOS WARE Metropolita di Diokleia
da www.natidallospirito.it

venerdì 31 luglio 2009

IL SANTO VOLTO

E' nota l'antichissima tradizione, orma fissata nella sesta stazione della Via Crucis, di quella pia donna di nome Veronica che, vedendo Gesù in mezzo al lugubre corteo salire stentatamente verso il Calvario oppresso dalla pesante Croce, e, osservando il Suo Volto livido, sfigurato dai colpi, tutto coperto di polvere, di sputi, di sudore, di ferite e di sangue, dallo sguardo dolorosamente triste, si commuove, s'intenerisce, ne sente viva pietà e subito pensa e vuole recare un po' di conforto al Suo Divin Maestro.
Istintivamente, in un attimo, con intrepido coraggio s'inoltra, si confonde con quella folla forsennata, sfida il furore dei soldati, si avvicina a Gesù, gli si prostra innanzi e poi, con gesto delicato, per meglio esprimerGli tutto il suo amore e la sua compassione, asciuga il Volto della Vittima Divina.
Gesù gradisce quel gesto. La ringrazia con dolce sguardo e la premia imprimendo le meste Sue sembianze in quel candido lino.
La donna portò con se, come ricordo, il S. Volto impresso miracolosamente in quel sudario, che ora si venera a Roma, in S. Pietro.
Il Santo Volto è Gesù: il Redentore Gesù che si imprime e si rivela nella Santa Sindone. Si imprime col sudore e col sangue, con gli sputi e con gli aromi. Rivela le trafitture delle mani, dei piedi e del costato. Rivela numerati i colpi della flagellazione. Rivela sulla nuca, i rivoli di sangue della coronazione di spine. Rivela sulla spalla i segni del pesante legno della Croce. Rivela il pudore delle Sue braccia incrociate e, dal fondo dei secoli, rivela il suo Volto Santo... Fronte segnata dal sangue, occhi chiusi, naso colpito, guance gonfie, labbra serrate, barba strappata, capelli inzuppati di sangue. Fissare gli occhi in quel Volto è come vederlo ancora tradi­to con un bacio, legato con funi, percosso, schiaffeggiato, velato, coperto di sputi e d'insul­ti senza nome.
Gesù rivela nel Suo Volto Santo il Volto del Padre, perché chi vede Lui vede il Padre. Il Santo Volto è il Segno di ogni dolore del Figlio dell'Uomo: Figlio di Dio e Figlio di Maria.
I primi scritti sul Volto di Cristo hanno per argo­mento la bellezza e la sofferenza del Volto di Gesù e sono dei Santi Padri.
Essi commentano il versetto del Salmo 44,3: "Bellissimo fra tutti i figli degli uomini Gesù fù bello e glorioso ad un tempo, come apparve nel giorno della trasfigurazione sul Tabor: bello e sofferente, vittima innocente per i peccati del mondo.
La proibizione delle immagini, come si ha dalla storia, ebbe origine per l'eccessivo timore d'idolatria. Tale paura svanì gradatamente e il culto delle immagini rifiorì quando il Concilio di Nicea (A. 787), giustificò solennemente il culto delle sacre immagini.
Da quel tempo inizia l'era aurea del Sacro Volto di Cristo e se ne dilata e approfondisce la devozione per tutta la Cristianità.
A Lucca, in Toscana, si dà il nome di Santo Volto, a un Crocifisso in legno intagliato, la cui figura di una meravigliosa bellezza è oggetto particolare della pubblica venerazione. Sono mille e duecento anni che si onora il Santo Volto.
Questo Crocifisso viene attribuito a Nicodemo che fu discepolo del Divin Maestro e con Giuseppe d'Arimatea lo calò dalla Croce dopo la Sua morte e gli rese gli onori della sepoltura.
Avendo Nicodemo esercitato l'arte d'inta­gliatore si accinse a riprodurre coll'intaglio il mistero dell'Uomo-Dio sospeso ed elevato in Croce. Per riprodurre la forma del Cristo non doveva che riferirsi alle sue recenti memorie. Egli aveva reso gli estremi uffici al corpo adora­bile del Redentore, lo aveva toccato con le sue mani, staccato dalla croce e deposto nel sepol­cro. I lineamenti del Divin Crocifisso contuso e sfigurato dalla morte e dai patimenti, erano restati profondamente impressi nella sua memo­ria. Egli volle rappresentarlo come lo aveva veduto con i suoi occhi. La tradizione racconta che avendo terminate le altri parti del Crocefisso, ad eccezione del capo, il valente artista si sentì in difficoltà a modellare questa parte del Corpo Divino che era la più importan­te di tutte. Certamente egli aveva nello spirito e nel cuore i lineamenti incancellabili del suo diletto Maestro, tuttavia disperava di uscirne bene e allora ricorse a una fervorosa preghiera. Improvvisamente fu preso dal sonno e quan­do si svegliò corse a guardare il suo lavoro e con grande meraviglia e commozione constatò che il Volto era stato modellato e condotto a termine "dalla mano di un Angelo". Esso è meravigliosa­mente intagliato e riproduce la Maestà, il dolore e la misericordia dell'Uomo-Dio sulla Croce.