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giovedì 7 gennaio 2016

Parigi, un anno dopo

E' già passato un anno dalla sparatoria nella sede di Charlie Hebdo: allora non avevo una tastiera sottomano, ma confermo tutto quello che volevo dire.
Che se la siano cercata è un dato di fatto: abbiamo visto tutti quello che scrivevano e disegnavano, era una vera persecuzione che prima o poi doveva cessare, ma non così. Se invece di inventarsi il "diritto alla blasfemia" e altre simili idiozie (perchè anche questo ci è toccato ascoltare!) i magistrati avessero comminato loro delle condanne pecuniarie e non, adesso Charb e gli altri sarebbero in bancarotta, forse in prigione, ma vivi. Ho visto anch'io disegni e scritte del genere quando passavo davanti a un'aula occupata da una manica di figli di papà annoiati che si dichiaravano anarchici: li ho denunciati inutilmente e caricati di insulti, ma non li ho mai toccati con un dito perchè sta scritto: non praevalebunt. E' un Altro che ci deve pensare, con i suoi sistemi così diversi dalle nostre armi miserabili.
Pochi giorni dopo l'attentato ero davanti alla televisione, vidi per caso alcuni minuti di uno spettacolo di Benigni dei primi anni Ottanta: era una sfilza di bestemmie e volgarità urlate nello scantinato di non so quale bettola, roba da tapparsi le orecchie, non molto diversa dalle pagliacciate di Parigi. Un cambio di fotogramma e si vedeva lo stesso uomo trent'anni dopo, sereno e commosso, che leggeva l'ultimo canto del Paradiso ad un pubblico attento e numeroso davanti al Duomo di Firenze. E' ciò che il vescovo di Roma ha chiamato genialmente "la pazienza di Dio": magari anche per i vignettisti di Charlie Hebdo sarebbe stato lo stesso, magari non tutti ma almeno uno di loro sarebbe riuscito a cambiare, e invece non lo sapremo mai per colpa di questi vigliacchi che dicono di essere musulmani e non sanno nemmeno che il Corano parla di Allah al Rahman, Allah il Clemente, il Misericordioso.
Chi mi conosce bene sa quanto mi spavento ogni volta che la stampa viene colpita dalla guerra perchè con questi fanatici non si può mai sapere, se la prendono con chiunque non gli vada a genio, non solo con la satira, e anche chi non è superstizioso con la paura finisce per diventarlo. Dieci giorni dopo ero in città per delle piccole commissioni, entrando nella mia casa che era vuota da mesi trovai la mia penna di vetro per terra, spezzata in due. Abito al primo piano e certo sarà stato un caso, uno scossone del pullman per strada o un colpo troppo forte del portone, ma io che sono (quasi) incapace di piangere quella volta ho vomitato anche l'anima: sembrava davvero una maledizione, quello che provavo era paura allo stato puro non tanto per la mia vita, ma per un'altra vita che per me vale molto di più e che a differenza della sottoscritta firma sempre col suo vero nome. Per fortuna non era successo niente, erano solo i miei nervi che mi stavano facendo un brutto tiro, mi bastò uscire per strada e il panico svanì così come era arrivato e tornai alle mie beghe da quattro soldi con gente che ne fa di tutti i colori, truffa e odia e alza le mani ma se non altro posso dire che non spara.
Adesso, guardando le foto di tutta la redazione, senza farlo apposta mi sale alla mente un pensiero pagano: Signore Clemente e Misericordioso, a questi disgraziati cui è stato tolto il tempo di cambiare, dai un'altra possibilità, solamente per una volta fagli avere un'altra vita.

giovedì 14 febbraio 2013

Libera nos a malo

Sarei curiosa di sapere chi ha tradotto per primo questa frase con "liberaci dal male", e per una volta l'ultimo concilio non ne ha colpa dato che la stessa versione si trova già in alcuni libretti di devozione popolare diffusi nell'Ottocento. Il fatto che un simile strafalcione da prima liceo non sia mai stato corretto mi richiama alla mente un uomo quasi centenario, pubblico peccatore ma con la testa molto meno confusa di tanti teologi, che diceva più o meno così: a pensar male si fa peccato... però ci si azzecca quasi sempre.


Chiunque maneggia dei libri sa che la traduzione migliore è sempre quella presa dall'originale: per i testi sacri è la versione greca, di cui personalmente non capisco una parola ma se tutti i Paesi che si basano sul testo greco parlano di "Maligno", perchè alle nostre latitudini si insegna da centinaia di anni una cosa diversa? Viene il dubbio che la mania del politicamente corretto abbia contagiato per primi i luoghi sacri, al punto da far censurare un nome inquietante che poteva sconfinare nella superstizione e sostituirlo con un generico "male" che può indicare tutto e il contrario di tutto. Ora i cristiani di lingua latina non sono meno intelligenti di quelli slavi, per cui avrebbero capito anche loro le parole originali del Cristo, se solo il parroco di turno avesse spiegato i fatti anzichè sommergere il popolo di chiacchiere... (lo stesso vale per la più celebre invocazione alla Madonna: quando mai una mamma ha un bambino che cresce nel seno? morirebbero tutt'e due per asfissia, non ci vuole un chirurgo per arrivarci...)

E' possibile allora che lo sbaglio non sia dovuto a reticenza, ma a ignoranza bell'e buona? Nel Vangelo infatti sta scritto: "Perchè mi interroghi su ciò che è buono? uno solo è il Buono", così come il suo opposto. Se ancora oggi i teologi discutono sul bene e sul male, è perchè si comportano come tutti gli accademici: confrontano opinioni, teorie, ipotesi... mentre il punto di partenza (in questo caso la Scrittura) rimane su uno scaffale a coprirsi di polvere.

Trasformare uno spirito ben identificato in un concetto morale è il primo passo per spostare il baricentro dala fede alla logica, e chi crede che sia un progresso sta solo lasciando campo libero al Maligno, che può agire indisturbato perchè non c'è nessuno che fa caso alla sua presenza. Pregare nel modo corretto è come curare una malattia: se diciamo "liberaci dal male" ci accontentiamo di trattare i sintomi fino alla prossima fase acuta, ma se chiediamo di essere liberati dal Maligno è possibile sradicare la causa del male.

lunedì 17 ottobre 2011

Ridere, ridere, ridere ancora

Tra mille impegni che affollano le mie giornate, neanche avevo fatto caso che manca poco alle giornate dei santi e dei morti, e che come ogni anno si sarebbe riproposta la polemica sui festeggiamenti di Halloween. Vale la stessa logica che valeva qualche anno fa per la gran tamarrata del Codice Da Vinci: se qualcuno teme che la fede sia in pericolo perchè ti mascheri con un lenzuolo in testa, quello di poca fede è lui e non tu.
Chiunque sia stato prossimo all'arresto cardiaco lo sa bene: nè tunnel luminosi, nè visioni infernali annunciano il passaggio imminente, ma solo un sonno profondo: e ci vuole una ragione veramente forte, un figlio o un amore da ritrovare, per convincersi a respirare ancora e a sforzarsi di tenere gli occhi aperti, che ancora non ci si può permettere il lusso di riposare.
Certo il mondo è pieno di leggende che narrano di mostri, spettri e ogni sorta di orrori, e sarebbe ingenuo pensare che tante e e tali tradizioni siano solo opera di una massa di idioti o di ignoranti: quando la vita era dominata dagli idoli, certi episodi potevano anche capitare. Ma se Cristo ha vinto la morte e gli inferi, non c'è più nulla di cui avere timore. Ciò che noi vediamo come un corpo sfigurato, agli occhi del suo creatore non è altro che materia ammassata in attesa di riprendere vita: Dio non conosce lo schifo, il panico o l'orrore.
Chi ha paura dei presunti revenants, cade in un inganno diabolico e bestemmia contro la resurrezione: ma chi ride e si prende gioco delle immagini dell'inferno, coglie il diavolo alla sprovvista! Se pretendono di farti credere a leggende inquietanti, ridi; se ti dicono che qualcuno o qualcosa porta sfortuna, rispondi con una benedizione; se ti vogliono insinuare il dubbio o la depressione spacciandoli per filosofia, ignora i loro sproloqui e canta la prima cosa che ti viene in mente: ti prenderanno per matto, ma almeno ti lasceranno in pace.
Purtroppo, però, c'è un fondo di verità in tante chiacchiere fasulle; esistono davvero alcuni che non sono nè vivi nè morti, ma non sono creature di fantasia: sono quei malcapitati che per un incidente o una malattia sono collegati forzatamente a delle macchine, anche per anni, trasformati in esperimenti senza rispetto alcuno da parte di ignoranti patentati che si ostinano a definirla vita, mentre la loro anima è già lassù davanti al suo Creatore, lo ringrazia e prega per coloro che ha amato, e ride della stupidità del mondo.

sabato 2 ottobre 2010

«Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò»

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo (Gv 6,14-15)

Ancora oggi il mondo, i governi, le chiese continuano a volere fare di Gesù il loro re personale. Insistono perché Cristo sia solo il loro re, che li vendichi dell’ingiustizia degli altri e li renda vittoriosi sui forti e i prepotenti. Le crociate in nome di Cristo furono compiute sotto il segno della croce, incisa sugli stendardi e sulle spade. I crociati presero davvero Gesù per farLo re, un re condottiero che combatte con la spada e la lancia, che uccide e distrugge i nemici. Stessa cosa accade con l’Inquisizione, tribunali di morte in cui si aizzava il fuoco contro i credenti che non sottostavano al potere dei papi di allora. Tutto questo fu fatto in nome di Cristo che i successori degli imperatori romani fecero loro proprio re, a Roma, perché sottomettesse il mondo ai loro piedi. Ancora oggi, ogni chiesa pretende che Cristo la renda vittoriosa su tutti gli altri, in qualità di re appartenente solo a essa, difendendola e vendicandola [...]

Perciò il cuore di Cristo era angosciato e triste per quei galilei che avevano smarrito la via di Dio e della vera salvezza. Non riuscivano più a vedere in Cristo la sua essenza di Salvatore e Redentore. Dopo il miracolo [della moltiplicazione dei pani e dei pesci], Cristo non poté far altro che sparire dalla loro vista e “ritirarsi tutto solo”.

Ancora oggi, Cristo si rifiuta di essere un sovrano razzista e dogmatico, di un solo popolo, di un solo credo. Si rifiuta di essere uno strumento per rendere facile la vita naturale o per assicurare le gioie terrene. Cristo è, infatti, «Signore per la gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). Tutti i miracoli di Cristo sono per la gloria del Padre la quale non si rivela se non quando le persone si amano e si perdonano reciprocamente. Le parole di Cristo «Ti ho glorificato sulla Terra» (Gv 17,4), significano che Egli ha dato se stesso in sacrificio d’amore per tutti. Cristo appartiene al mondo intero, per conto e gloria del Padre celeste.

Matta El Meskin

giovedì 17 giugno 2010

Non seguite l'inganno dei progressisti!

Sono molto contento che abbiate accolto di cuore ciò che vi ho scritto nella scorsa lettera e siate d’accordo a comportarvi così. Vi aiuti il Signore!

Dio ci ha dato questa vita perché abbiamo il tempo di prepararci a quella dopo la morte. Questa è breve, quella non ha fine. Benché essa sia breve, nel suo corso si possono preparare le provvigioni per tutta l’eternità. Ogni buona azione va lassù, come in un piccolo deposito; da tutti questi depositi si forma un capitale le cui percentuali determineranno il patrimonio del risparmiatore per tutta l’eternità. Chi manda depositi maggiori, avrà il patrimonio maggiore. Il Signore dà a ciascuno secondo le sue opere.

Ecco, di questo dovremmo ora preoccuparci: di mandare là più depositi che sia possibile. E questa cura non è complicata né pesante, come testimonia lo stesso Signore dicendo: «Il mio gioco è dolce e il mio carico è leggero» (Mt 11,30).

Vi ho parlato di questo in rapporto ai pensieri che vi turbano per togliervi dalla vostra pena, quasi viveste tutta la vostra vita senza scopo se continuerete a vivere come vivete. La struttura della vita cristiana è questa: credi in Dio, nella adorata Trinità, in Gesù Cristo Signore, che ci ha salvato, e nella grazia dello Spirito Santo e, partecipando al dinamismo della grazia, i divini sacramenti della santa Chiesa, vivi secondo i comandamenti del Vangelo, animata dalla speranza che Dio, per la nostra piccola opera, secondo la misura delle nostre forze e grazie alla fede nel Signore Salvatore e alla obbedienza verso di lui, non ci priverà del cielo. Vi aggiungo tutto ciò perché vediate in quale spirito dobbiamo operare noi, che siamo cristiani. Altri, infatti, dicono: fai, fai; e altri: credi, credi. E’ necessario l’uno e l’altro: unire la fede con le opere e le opere con la fede.

La nostra attenzione, tuttavia dovrà concentrarsi particolarmente nel compimento dei comandamenti. Sei già credente? Metti in pratica i comandamenti, poiché la fede senza le opere è morta. E ringrazia il Signore, perché gli è gradito determinare il valore delle nostre opere non secondo la loro grandezza, ma secondo le nostre disposizioni interne. Disponiamoci, nella maggior parte dei casi, a compiere le opere secondo la sua volontà, così che, se vi porremo attenzione, potremo operare sempre in modo gradito a Dio. Non c’è bisogno, perciò, di andare al di là del mare – come affermano i progressisti -, ma di guardarsi intorno ogni giorno e ogni ora.Dove vedrai impressi i comandamenti, adempi subito, nella convinzione che questa opera – e non un’altra – esiga da te, in questo momento, Dio stesso.

Operate per radicarvi più profondamente in questa convinzione. Appena sarà radicata, comincerà a scendervi nel cuore la pace propria della convinzione che state servendo il Signore. Questo inizio comprende tutto. Persino quando vi chiederanno di rammendare il calzino del vostro fratello minore – e lo farete in nome dei comandamenti del Signore: ubbidire e aiutare -, questo sarà aggiunto alla somma delle opere gradite a Dio. Sarà così per ogni passo, per ogni parola, per ogni movimento e per ogni sguardo; tutto può diventare un mezzo per vivere secondo la volontà del Signore e perciò, un passo verso l’ultima mèta.

I progressisti hanno preso di mira tutta l’umanità o, per lo meno, tutto il proprio popolo per intero. L’umanità e il popolo, tuttavia, non sussistono come una persona perché si possa far qualcosa per loro, ora. Essi sono composti di singole persone: facendo qualcosa per qualcuno lo facciamo per tutta l’umanità.Se ognuno, senza volgere lo sguardo all’umanità in generale, facesse il possibile per chi ha di fronte, tutti gli uomini, nel complesso, in ogni momento, otterrebbero ciò di cui necessitano tutti i loro bisogni e, soddisfacendoli, compirebbero il bene di tutta l’umanità composta di abbienti e non abbienti, di ricchi e poveri. Si ha, invece, in mente il bene di tutta l’umanità, e poi si disattende chi si ha di fronte e ne vien fuori che non si ha la possibilità di operare universalmente; si disattende ciò che è particolare e così non si fa nulla per lo scopo fondamentale della vita.

A San Pietroburgo mi raccontarono questo episodio. Un gentleman, ad una riunione di questi giovani impegnati per il bene universale – eravamo nel culmine del delirio progressista -, tenne un forte discorso sull’amore verso l’umanità e verso il popolo. Tutti ne rimasero ammirati. Poi fece ritorno a casa. Un uomo che lo serviva, lo indispose poiché non gli aprì la porta subito, poi perché non gli diede subito la candela, poi accadde qualcosa alla canna fumaria, ed era freddo nella stanza… Alla fine, il nostro filantropo non ce la fece più e diede una lavata di capo al servitore. Quello replicò e questo gli diede un colpo al petto. Ed ecco li nostro giovanotto: là si riscaldava d’amore per l’umanità, e qui non riusciva neppure a comportarsi con un uomo come di dovrebbe. E, al tempo del primo scoppio del delirio progressista, delle ragazze, occupate in una tipografia, non di rado lasciavano le loro madri senza un pezzo di pane, mentre tutti sognavano di andare avanti e di lavorare per il bene dell’umanità. La rovina è venuta da un’ampiezza di orizzonti troppo grande. E’ meglio abbassare gli occhi umilmente, guardarsi sotto i piedi e distinguere come e dove volgere il passo seguente. Questo è il cammino più giusto.

Vi ripeto ancora che vi parlo di tutto ciò perché vi rimanga impresso nella memoria, proteggendovi così dall’annebbiamento che portano all’anima i sogni progressisti.

Teofane il Recluso

giovedì 8 ottobre 2009

Custodi della fede

A pochi giorni dalla festa del Velo di Maria (detta anche festa della Protezione) ecco un brano di Pavel Evdokimov sul privilegio del silenzio di cui il velo è simbolo fin dalla notte dei tempi:

"La donna ha la sua maniera d'essere, un suo modo di esistenza, il dono di tessere il proprio essere con la sua relazione particolare con Dio, con gli altri, con se stessa. Nonostante le deformazioni storiche di fondo di sè il mistero del suo essere e dei suoi carismi: ciò che S. Paolo designa con il simbolo eternamente ricco del velo (1 Cor. 11), segno evidente del sacro. Al contrario, la grande Prostituta di Babilonia (Ap. 17) profana e degrada la propria femminilità in quanto essenza religiosa del femminile; essa strappa il suo velo, si denuda, si disincarna del mistero femminile, del fiat pronunciato alla sua eterna maternità. Ogni donna deve decifrare questo mistero per leggervi il suo destino, la sua vocazione, i suoi carismi.
Il racconto biblico della prima monade umana Adamo-Eva mostra in essa l'archetipo originale della consustanzialità dei principi complementari. La caduta li polarizza, e da allora o sono dei contrari in lotta, o delle alterità che si accettano e si completano, per farne una nuova creatura in Cristo.
L'uomo supera il proprio essere, è più esteriorizzato; il suo carisma di espansione dirige il suo sguardo al di là di sè: egli riempie il mondo delle sue energie creatrici, si impone, padrone e conquistatore, ingegnere e costruttore. Riceve accanto e sè la donna, suo aiuto. Questa è insieme sua fidanzata, sua sposa e sua madre.
Più interiorizzata, la donna resta agevolmente nei limiti del suo essere, di cui riempie il mondo con la sua presenza irradiante. Gloria dell'uomo (1 Cor. 11, 7), nella sua purezza luminosa è come uno specchio che riflette il volto dell'incontro tra Dio e l'uomo. lo rivela a se stesso, e con ciò lo corregge. Così aiuta l'uomo a comprendersi e ad attuare il senso del proprio essere: lo completa decifrando il suo destino, perchè è con l'aiuto della donna che l'uomo diventa più facilmente ciò che è.
La parola di S. Pietro (1 Pt. 3, 4) si rivolge a ogni donna e contiene tutto un vangelo del femminile sulla sua maternità spirituale. Questo testo definisce con esattezza il suo carisma fondamentale: la generazione dell'uomo nascosto nel suo cuore, homo cordis absconditus.
L'uomo è più incline ad interessarsi solo della propria causa; al contrario l'istinto materno della donna come nelle nozze di Cana (Gv. 2, 1 e segg.) scopre immediatamente la sete dello spirito anche degli uomini e trova la sorgente eucaristica per estinguerla. Il rapporto sociologico madre-figlio fa che la donna, Eva-fonte di vita, vigili su tutto l'essere, protegga la vita del mondo. Il suo carisma della maternità interiorizzata e universale porta ogni donna verso l'affamato e il bisognoso, e precisa mirabilmente l'essenza femminile; vergine o sposa, ogni donna è madre in aeternum: è il carattere sacramentale iscritto nel suo stesso essere. Le componenti della sua anima la predispongono a "covare" tutto ciò che trova sul suo cammino, a scoprire nell'essere più virile e più forte un fanciullo debole e senza difesa.
Se si definisce l'amore maschile: amare è avere bisogno, per la donna amare è soddisfare un bisogno, prevenirlo e precorrerlo. Gesù vedendo sua madre e vicino a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna ecco tuo figlio. Parola fondamentale che fa della Vergine Maria, figura della Chiesa-Madre e di ogni donna, un essere ecclesiale: l'eterno-virgineo, l'eterno-femminino che ne deriva, e l'eterno-materno, archetipo della Magna Mater.
Conquistatore, avventuriero, costruttore, l'uomo non è eterno nella sua essenza. Un antico testo liturgico proietta sulla maternità della Vergine la luce della paternità divina: Tu hai generato il Figlio senza padre, quel Figlio che il Padre prima dei secoli ha generato senza madre. La maternità della Vergine si pone così come figura umana della Paternità divina.
Si coglie la sua potenza salvatrice se si comprende che Eva non fu tentata in quanto sesso debole; al contrario, è stata sedotta perchè è lei che rappresenta il principio dell'integrazione religiosa della natura umana; colpita al cuore, questa soccombe immediatamente: Adamo la segue, docilmente (la donna mi ha offerto il frutto!), senza offrire alcuna resistenza, senza formulare domanda.
Se la caratteristica dell'uomo è agire, quella della donna è essere: ed è lo stato religioso per eccellenza. L'uomo crea la scienza, la filosofia, l'arte, ma altera tutto con una tremenda obbiettivazione della verità organizzata.
La donna è l'opposto di ogni obbiettivazione, il suo forte non è la creazione ma la generazione. Nel suo essere stesso, essa è il criterio che corregge ogni astrazione per ricollocare al centro i valori, per fare in modo che si manifesti correttamente il verbo maschile. Istintivamente la donna difenderà sempre il primato dell'essere sulla teoria, dell'operativo sullo speculativo, dell'intuitivo sul discorsivo. (...) L'uomo ex-statico è nell'estensione di se stesso, nella proiezione del suo genio al di fuori, per dominare il mondo; la donna in-statica è rivolta verso il proprio essere, verso l'essere. Il femminile si esercita a livello della struttura ontologica; non è il verbo ma l'esse, il grembo della creatura. E' questa la manifestazione della santità, quella santità dell'essere che è insopportabile ai demoni; e non mediante gli atti ma nella sua purità-santità la donna ferisce il dragone alla testa. (...)
Alla Russia del XX secolo è stato dato di passare attraverso il baratro di un destino storico unico; questa esperienza è ricolma di un senso profetico per quelli che sanno leggerla nel libro del tempo. I grandi spirituali, gli startzy, hanno manifestato un interesse tutto speciale verso la diaconia della donna. Così gli startzy Macario e Ambrogio di Optina, seguendo l'esempio profetico di San Serafino di Sarov, si sono consacrati alla missione femminile, alla formazione apostolica della donna, e ciò testimonia la loro sorprendente chiaroveggenza.
La donna ha una percezione intuitiva, dal suo stesso grembo, dei valori dello Spirito: è dotata di senso religioso; "l'anima è naturalmente cristiana" è detto anzitutto delle donne. I marxisti l'hanno avvertito perfettamente. L'emancipazione delle donne e l'uguaglianza dei sessi sono in primo piano nelle loro preoccupazioni. La virilizzazione della donna tende a modificare il suo tipo antropologico, a tenderla perfino nella sua psiche identica all'uomo.
Questo progetto di livellamento nasconde una lotta fra le più violente contro la legge di Dio e mira all'annientamento dello stato carismatico femminile. Ora, la testimonianza è oggi unanime: la fede nella Russia sovietica fu conservata dalla donna russa; e tutti sono meravigliati per la parte della donna nella trasmissione della fede. Il rinnovamento religioso e la continuità della tradizione sono dovute alla sposa e alla madre. La donna, la ragazza russa, in pieno movimento di socializzazione, aspirano il più spesso e in una maniera sorprendente a interiorizzare e a vivere la verità che esse leggono sulle icone della Theotokos. La loro femminilità discreta sembra ispirarsi più alle "Vergini della tenerezza" che all'ideale essenzialmente virile del regime. E' la donna russa, con i suoi carismi, che, senza violenza, conserva i valori eterni, e rifà dal di dentro la Russia cristiana.
Dal cuore della donna scaturisce spontaneamente, istintivamente, la resistenza invincibile al materialismo e a tutti gli elementi demoniaci della decomposizione della civiltà moderna. La salvezza del mondo non verrà che dalla santità; ora, questa è più interiore alla donna nelle condizioni della vita moderna.
Secondo gli spirituali, il silenzio possiede un valore immenso. Il silenzio attivo è popolato di presenze: Chi sa ascoltare il Verbo, sa ascoltare il silenzio. In un certo senso, anche la liturgia è il silenzio dello spirito che ascolta cantando, e questo silenzio è parte integrale dell'ufficio, come lo sono i silenzi di una sinfonia. Così la Vergine conservava le parole del Figlio nel suo cuore (Lc. 2, 51).
Il velo, segno del sacro e del mistero, di cui parla San Paolo, passa, nel tempo pre-apocalittico, all'immagine della donna vestita di sole, della donna rivestita del Verbo. Con tutto il suo essere essa lo predica; con una irradiazione ontologica, lo genera; dalle profondità del suo grembo, del suo cuore, essa porge la Parola al mondo."

mercoledì 19 agosto 2009

Conta le stelle, se puoi

Cronaca di una sera d'agosto sulla riviera ligure: c'è la presentazione dell'ultimo libro di Elena Loewenthal, "Conta le stelle, se puoi", edito da Einaudi. Io e la mia amica patita di letteratura ci presentiamo puntuali ma senza premura, convinte che "tanto, con questo caldo, chi vuoi che si rintani in una biblioteca..." e invece la sala è affollata. Presenta la serata un insegnante di mezza età, organizzatore del concorso letterario locale: anche l'autrice è puntualissima, con l'eleganza serena di una tipica "madamin" in ferie, figura molto meglio dal vivo che nei sorrisi tirati delle foto sui vari giornali cui collabora.
Dalle prime battute dell'intervista, quasi ci viene il sospetto di essere incappate nell'ennesimo volumetto di fanta-storia dai toni spiritati: come sarebbe andata a finire se Mussolini fosse morto dopo appena due anni di regime (l'autrice inizialmente si "impapera" e scambia il nome con quello di Hitler, ma chi al suo posto non sarebbe colpito da simili lapsus?), ma il racconto parte molto prima ed è la storia di una famiglia ebraica piemontese, che inizia a fine Ottocento con il giovane Moise che da Fossano si sposta a Torino in cerca di fortuna e prosegue con tutti i suoi figli e nipoti fino ad oggi, raccontando il Novecento che buona parte dell'Italia avrebbe voluto, tirando in campo l'America, il sionismo e diversi fatti della storia di ieri, ma senza insistenza nè retorica, come semplice sfondo alle vicende dei personaggi. Un'Italia dove tutto sommato si vive bene, che diventa repubblica nel '38 senza colpo ferire, una città in cui l'editoria per bambini permette ad una delle figlie di Moise, infelice per non essere sposata, di riconciliarsi con la vita.
Elena Loewenthal racconta la storia quasi per intero, e traspare la commozione per certi episodi liberamente ispirati alla vita di alcuni suoi familiari, ma anche il suo quotidiano impegno di docente a Milano nel modo in cui spiega qualche termine in ebraico o in piemontese stretto buttato qua e là nel testo: mi ricorda tanto la giovane insegnante di inglese, gentile e sempre sorridente, che aveva accompagnato all'esame di maturità la classe più difficile di tutto il liceo. Ma all'intervistatore che le chiede come le sia venuta l'idea di modificare la storia in quel modo, risponde che non è stata una fuga dalla realtà nè il mero resoconto delle aspirazioni troncate dei vari suoi parenti che non uscirono vivi da quegli anni (a rigor di logica, dice lei, sopravvissuti lo siamo tutti al di là del cognome che portiamo), ma che piuttosto vuole essere un modo per confermare la sua convinzione che esista un destino buono per cui ognuno è disegnato: che si può nascere per diventare un capostipite, per viaggiare, per scrivere la propria rassegnazione o per fare il ribelle, ma mai per finire in fumo.
Il titolo è quello di un'antica promessa, quella che l'Eterno fece ad Abramo nella notte dei tempi: "Guarda il cielo e conta le stelle, se puoi: tale sarà la tua discendenza...", e uscendo dalla sala non si può non pensare a come nel frattempo l'uomo sia diventato stupido: non malvagio o immorale ma completamente scemo, a temere come un disastro quella che fu la seconda chance data all'uomo, che già si era giocato l'Eden. Oggi come allora, è lo stesso avversario strisciante che insinua nelle menti la paura e il rifiuto della discendenza, che fa sputare ad insospettabili signore una valanga di insulti e maledizioni contro chi osa volerne una numerosa, che spinge centinaia di ragazze ad assumere una forma e un vestiario androgini per nascondere il proprio genere come fosse una malattia. Quegli stessi che applaudivano la scrittrice per la sua storia romanzesca, con ogni probabilità prenderebbero a pesci in faccia un vicino di casa come Moise Levi, con i suoi due matrimoni e sei figli. D'altro canto, erano tutti in età avanzata: gente del secolo scorso.

martedì 28 luglio 2009

Gli angeli nella storia


Quando da principio Dio creò il cielo e la terra e tutte le schiere degli esseri celesti e terrestri, non c’era nessuna creatura capace di tenere insieme la terra e il cielo. Solo Dio poteva farlo, perché era stato lui a dare esistenza a tutto. Ma le creature no, nessuna poteva far parte sia del cielo che della terra. Allora Dio creò l’umanità. L’umanità è l’unica specie di creature che si estende attraverso tutti i mondi della terra e del cielo. Per questo è immagine di Dio.
Ma torniamo alla creazione. Alcune creature celesti, chiamiamoli pure Angeli, avevano avuto da Dio il dono della libertà. Non credo che tutti gli esseri spirituali siano liberi. Ve ne sono alcuni che conoscono Dio e non possono fare a meno di goderne. Sono fatti così, non sono fatti in modo da poter peccare. Ma non sono liberi, e pare che Dio consideri la libertà un valore supremo, al punto che è disposto a rischiare il successo della Creazione pur di non rinunciare a creare libertà. Qualche Angelo non accettò che l’uomo potesse rappresentare l’intero creato e si dedicò a far fallire il progetto divino.
Queste forze avverse all’evoluzione dell’umanità sono bifronti, usano due metodi opposti. Qualcuno, e fra questi anche Steiner, li ha personificati in due entità avverse: Lucifero e Arimane. Io non so se sono due, o più di due, o uno solo con due facce. L’importante è saperli riconoscere. Arimane avversa il compito dell’umanità nascondendo il mondo divino, e persino il mondo spirituale, ai suoi occhi. Arimane vuole che l’uomo si riconosca come creatura terrestre, solo terrestre, solo materiale, e che non rivolga neppure lo sguardo al cielo. Lucifero invece vuole che l’uomo riconosca la propria divinità e non accetti di essere limitato. Vuole che l’uomo ignori le leggi della natura terrestre e riconosca solo la legge che egli stesso si dà.
Negli ultimi due secoli Arimane ha compiuto il massimo sforzo. Aveva cominciato con l’umanesimo a far volgere gli occhi dell’uomo alla terra, poi ha combattuto le concezioni neospiritualiste di Ficino, Pico, Bruno, Campanella e dello stesso Erasmo. La caccia alle streghe, questo risvolto infame del nascente spirito scientifico, è stata la prima manifestazione degli orrori di cui è capace Arimane. Ma gli orrori non sono l’unico aspetto. Egli è capace anche di cose rispettabili. Orientando le energie dell’uomo verso il mondo terrestre ha suscitato lo spirito scientifico, ha lanciato la grande campagna propagandistica dell’illuminismo, ha agitato davanti agli occhi di tutti il mito del progresso scientifico. Per quasi un secolo, fino alla bomba di Hiroshima, gli uomini hanno creduto che la scienza li avrebbe liberati da ogni male. Il materialismo, questa dottrina basata su un’immagine molto riduttiva dell’uomo, divenne per miliardi di uomini una nuova bandiera.
La strage degli innocenti fu opera sua più che di Erode, perché egli voleva cancellare l’Uomo divino. E questa è la matrice di tutte le stragi, che non riconoscono il valore assoluto che si trova in ogni uomo, proprio come essere più che terrestre. Una delle ultime opere di Arimane, credo la peggiore dopo la strage degli innocenti, fu il genocidio degli ebrei. Gli ebrei con il loro solo esistere ricordano che il loro popolo fu un ponte tra Dio e l’umanità, anzi, tra Dio e il pianeta Terra, o forse, tra Dio e l’intero universo fisico.
Fallito il genocidio degli ebrei, Arimane tentò la carta decisiva: la distruzione dell’umanità. E orientò gli sforzi degli esseri umani verso l’autodistruzione. Alla fine degli anni settanta di questo secolo c’erano armi nucleari sufficienti a distruggere il pianeta molte volte. Per ingannare Arimane la luce divina si nascose dove nessuno lo avrebbe mai pensato: nel cuore del capo del KGB, Mihail Gorbaciov. Eppure Arimane avrebbe potuto sospettare, se avesse posto attenzione al fatto che al momento della nascita quell’uomo era stato posto sotto la protezione di Michele. Gorbaciov fu lo strumento di Michele per sventare il piano di Arimane. Spodestato dalla posizione di Primo Nemico, Arimane si è dato a sconvolgere la Jugoslavia. Ma per quanto terribile, quel che è successo laggiù non è che il colpo di coda di un demone decaduto. Almeno per ora.
Il lavoro di Arimane fu la più beffarda delle sconfitte. L’umanesimo voleva distogliere gli occhi dai precetti religiosi, - quelli, per esempio, che prescrivevano le forme rigide dell’arte sacra - ma solo perché l’uomo potesse accorgersi, più tardi, che tutta l’arte è sacra, perché rinvia a un Altro che sta dietro l’oggetto rappresentato. L’illuminismo, il positivismo, lo scientismo, lo stesso materialismo non facevano che portare nel cuore della materia, sempre più in profondità, la luce divina dello spirito umano.
da Carlo Crocella, Il Cattolico e il Mago, ed. Appunti di Viaggio, Roma 2000