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venerdì 14 giugno 2013

Il santo del perduto e ritrovato

Le origini di San Fanurio erano incerte fino a quando si viene a sapere che gli Hagarenes dell’ isola di Rodi usavano qui raccogliere le pietre per le loro costruzioni.
E 'così accaduto che, durante gli scavi e rafforzando quel posto, hanno scoperto una bella chiesa , che era stata in parte sepolta dalle rovine del tempo. Scavando fino al pavimento del tempio, hanno trovato molte icone sacre, tutte molto rovinate e  fatiscenti, 
ma l'icona del santo Phanourios era tutta intera, anzi, sembrava come se fosse stata dipinta, ma quello stesso giorno.
E quando tutto questo venerabile tempio è stato scoperto, insieme con le sue icone sacre, il “vescovo” di quel luogo, Nilo per nome,
un uomo di grande santità e di apprendimento, è venuto a leggere l’iscrizione dell’icona, che diceva: "Il Santo Phanourios . "

 Il santo è raffigurato sulla icona come segue: E 'stato mostrato come un uomo giovane, vestito come un soldato, portando una croce nella mano destra, e nella parte superiore della croce c'era una candela accesa.
Intorno al perimetro del icona erano raffigurate dodici scene di martirio del santo,egli infatti ha subito prima di morire 12 torture:
che mostrano prima il santo in corso di interrogatorio davanti ad un magistrato, poi in mezzo ai soldati, che lo stavano battendo sulla bocca e sulla testa con delle pietre, poi disteso sulla terra, mentre i soldati lo frustano, poi, spogliato nudo mentre si appende la sua carne con ganci di ferro, poi rinchiuso in una prigione, e di nuovo in piedi davanti al tribunale del tiranno, poi viene bruciato in varie parti del corpo con delle torcie accese, poi legato a un palo, poi gettato in mezzo a delle belve feroci, poi schiacciato da un masso, poi in piedi davanti a idoli tenendo carboni ardenti in mano, mentre un demone vicino piangeva e si lamentava poiche’ lo tentava invano di desistere e rinunciare al suo credo,, e infine  è mostrato in piedi eretto nel bel mezzo di una fornace ardente, le sue mani, per così dire, alzate verso il Cielo oltre la MORTE.  (che torture!)

Da queste dodici scene rappresentate sulla icona, il prelato percepi’ che il santo era un martire.
Questa chiesa, così è stata restaurata al di fuori della città ed e’ stata a lui dedicata. Ed è diventata la testimone di molti miracoli, per tutti coloro che amano e venerano il giovane santo . 

Il nome di San Phanourios 'dà un suggerimento su un'altra tradizione: "Phanourios" deriva dalla parola greca, φανερώνω "phanerono", che significa "Io rivelo".
Quindi egli e’ anche conosciuto per aiutare le persone a trovare le cose perdute. Infatti e’ detto  “IL SANTO DEL PERDUTO E RITROVATO”
Sono moltissime  le persone che possono testimoniare che questo accade davvero
Nel giorno del Santo, c'è una tradizione: i fedeli cuociono un pane speciale, e lo dividono con i poveri, in nome  suo e di suo madre, o per condividerlo con almeno 7 persone

Il pane viene prima portato in chiesa per essere benedetto.

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Phanouropita
Pane di San Phanourios '

Preriscaldare il forno a 350.
1 tazza di zucchero
1 tazza di olio
2 tazze di succo d'arancia
3 / 4 tazza di uvetta
3 / 4 tazza di noci tritate
1 cucchiaino. bicarbonato di sodio
4 tazze di farina

Mescolate l'olio e zucchero, e sbattere fino a che non è un giallo crema. Questa operazione potrebbe richiedere molto tempo.

Mettere il bicarbonato di sodio nel succo d'arancia, e mescolare fino alla dissoluzione. Aggiungere la farina, poi l'uvetta e noci.

Versare l'impasto in una pirofila 9 "x13" e infornare a 350 ° C. per 45 minuti (o fino a quando uno stuzzicadenti pulito immerso nella torta esce pulito.)

Se si voleva mettere le spezie nella pastella,occorre andare con una piccola quantità (1 / 4. Cucchiaino o meno) di chiodi di garofano .
GRAZIE
carmen di  www.spaziosacro.it

I rischi della plastica

Plastica e cibo, quale sicurezza? Viviamo nell'era della plastica e rinunciare completamente a tale materiale può apparire al momento impossibile, dato che esso si rivela praticamente onnipresente. Vi sono però alcuni accorgimenti che possono permettere di evitare di consumare alimenti che siano stati a lungo a contatto con la plastica, con particolare riferimento alle tipologie di tale materiale in grado di cedere le sostanze in esse contenute alle bevande o ai cibi che contengono.
E' ormai ben nota la fama negativa del bisfenolo A, conosciuto anche come BPA, un interferente endocrino in grado di trasmigrare facilmente dalle confezioni al loro contenuto alimentare, con particolare riferimento ai liquidi. Il BPA è un componente chimico che potrebbe compromettere il corretto funzionamento del nostro sistema ormonale, causare danni al nascituro e provocare infertilità. Può essere impiegato per la produzione di contenitori e di bottiglie di plastica, oltre che di contenitori in latta utilizzati da parte dell'industria alimentare, soprattutto nel caso in cui all'interno di essi sia presente un rivestimento in plastica. Nel dubbio che possano contenere BPA, il consumo di alimenti contenuti nelle suddette confezioni andrebbe limitato.
La plastica tende a rilasciare le proprie sostanze a contatto con alimenti grassi ed in presenza di calore. Attenzione dunque a non conservare in luoghi eccessivamente caldi alimenti grassi che si trovino avvolti da un involucro plastificato. Attenzione anche agli alimenti confezionati che possono essere inseriti direttamente nel microonde; le sostanze in essi contenute, comprensive di collanti, potrebbero migrare dalla confezione al cibo, in particolare nel caso del PET. Secondo uno studio condotto da parte dell'FDA nel 1988, alcuni componenti delle confezioni adatte ad essere inserite nel microonde hanno mostrato di poter migrare verso il cibo riscaldato, rilasciando bassi livelli della sostanza cancerogena denominata benzene.
Per quanto riguarda l'utilizzo di piatti e contenitori di plastica in cucina, nel momento in cui non se ne potesse fare a meno, risulta comunque consigliabile di evitare il loro contatto con alimenti caldi, proprio poiché il calore tende a favorire il passaggio delle sostanze indesiderate contenute nelle materie plastiche dal contenitore al loro contenuto. E' possibile, ad esempio, sostituire i contenitori sottovuoto in plastica con alternative in vetro. I thermos e le borracce in plastica possono essere sostituiti da contenitori in acciaio.
Al momento dell'acquisto degli alimenti, è bene tenere presente come i componenti delle confezioni in plastica possano migrare verso gli alimenti soprattutto nel caso in cui essi contengano una parte liquida, alcol o grassi. Ad esempio, dunque, nell'acquisto dell'olio, è consigliabile preferire prodotti contenuti in bottiglie di vetro.
Al momento non esisterebbero ricerche scientifiche in grado di indicare le quantità di sostanze provenienti dalle confezioni in plastica degli alimenti che risultino effettivamente in grado di raggiungere il nostro organismo. Vi è inoltre il dubbio che, in generale, sia il packaging per gli alimenti che i contenitori ad uso domestico vengano considerati sicuri non tanto perché ciò sia stato provato, quanto poiché non esistano evidenze scientifiche che essi siano pericolosi. Eppure è già stato accertato che sostanze come il BPA sono effettivamente in grado di raggiungere il nostro organismo.
Quali oggetti sarebbe bene evitare in caso di dubbi sulla loro composizione? Piatti, bicchieri e posate di plastica. Piatti di plastica e contenitori del medesimo materiale pensati per la cottura in microonde. Utensili da cucina in plastica che vengano impiegati a contatto con pentole e padelle calde; questi ultimi possono essere facilmente sostituibili con alternative in legno.
Possiamo fidarci dei contenitori e delle confezioni in plastica etichettate come BPA Free? Secondo uno studio recente, il fatto che un prodotto sia indicato come privo di bisfenolo A non determinerebbe una garanzia di sicurezza. Da test effettuati da parte degli esperti sarebbe infatti emerso come anche dai contenitori indicati come BPA Free potessero provenire sostanze chimiche potenzialmente in grado di essere trasmesse agli alimenti.
Esistono materie plastiche più sicure di altre? Dato che la possibilità di produrre plastica priva di interferenti endocrini è concreta, in mancanza di alternative sarebbe bene orientarsi verso tale scelta, al fine di evitare spiacevoli conseguenze sull'organismo, della cui entità potremo avere certezza forse soltanto in futuro. E' bene infine sapere che esistono materie plastiche considerate adatte alla conservazione degli alimenti. In Italia si tratta delle seguenti tipologie di plastica:
- PET o PETE (01) polietilene tereftalato: bottiglie d'acqua, bibite e flaconi di shampoo
- HDPE (02) polietilene ad alta densità: vasetti di yogurt, flaconi di detersivo
- LDPE (04) polietilene a bassa densità: sacchetti per i surgelati e bottiglie spremibili
- PP (05) polipropilene: bottiglie di ketchup
Per ulteriori informazioni in proposito: Plastica e alimenti: come riconoscere le materie plastiche da non usare mai con i cibi.
Marta Albè

giovedì 6 ottobre 2011

Il bambino prematuro vuole il latte materno

Se l’allattamento è importante per un bambino nato a termine, a maggior ragione lo è per un bambino nato prematuramente.

È infondata la preoccupazione che il latte materno non sia adatto all’alimentazione di un piccolissimo; infatti il latte prodotto dal seno della mamma cambia composizione in base all’età del bambino.

Il latte materno non è solo un alimento specie-specifico ma soprattutto individuo-specifico: ogni mamma produce il latte giusto per quel bambino.

Fin dal momento del parto il latte della mamma di un bambino prematuro è più ricco di proteine, lattosio, calcio, sodio ed è molto più calorico rispetto a quello prodotto dalla mamma che ha partorito un bambino nato a termine.

Grazie a questo il latte il bambino a crescere più rapidamente. Esso è in assoluto l’alimento meglio tollerato dall’organismo del bambino rispetto a qualsiasi altro tipo di latte: tutte le sostanze contenute al suo interno fanno in modo che il bambino nutrito con esso abbia a disposizione nutrienti facilmente assimilabili che lo aiutano a difendersi da infezioni batteriche e microbiche.

Anche per la mamma allattare il bambino prematuro riveste una notevole importanza. A volte tirarsi il latte e portarlo in reparto di Terapia Intensiva è l’unico atto di cura che le mamme possono fare per i primi tempi dopo la nascita del piccolo: sentirsi in grado di nutrire il proprio bambino e fare qualcosa di utile e buono per la sua salute è di conforto nei momenti difficili che si affrontano quando il bambino è ospedalizzato.

Oltre al latte tirato è importante che il bambino possa godere il prima possibile del contatto con il seno materno per poter prendere il latte direttamente dalla mamma. Anche se l’allattamento non sarà esclusivamente al seno sia il bambino che la mamma beneficeranno di questo contatto e godranno dell’intimità che solo il contatto pelle a pelle può dare.

Alessia Motta, Raffaella Doni

martedì 14 giugno 2011

Appello urgente

Accade in Spagna, e la notizia fa subito il giro del web.
Vorremmo non crederci, e ci auguriamo che il quadro sia diverso, che la stampa abbia – come spesso accade – travisato, esasperato, taciuto tutta la verità.
Perché il fatto è assurdo, oltre che disumano e inspiegabile. Una madre che si vede sottratta la figlia di quindici mesi perché la allatta ancora al seno, e a richiesta!
La madre, di origine marocchina, è accolta in un centro per il sostegno alla famiglia e alle madri bisognose. La sua bambina ha 15 mesi, lei l’allatta al seno, e rifiuta le richieste di interrompere l’”insana” abitudine.
Sentenza: la ventiduenne marocchina viene allontanata dalla figlia per “comprovata instabilità mentale” e assenza delle “abilità necessarie” all’accudimento della bambina.
La causa di questa coppia – separata e accolta in due strutture diverse – ha già fatto il giro di Internet, con una pagina facebook in difesa di madre e figlia e una petizione per la raccolta di firme per ottenerne il ricongiungimento.
La dottoressa Ibone Olza, psichiatra, che ha avuto modo di incontrare la madre, afferma che la donna non soffre di alcun disturbo psichico, ma che, anzi, è una madre amorevole e sensibile“.
Non si capisce quindi perché accanirsi su una madre e una figlia perché unite da un gesto tanto innocente quanto naturale e amorevole come l’allattamento al seno.
Il Tribunale dei Minori di Madrid si sta già occupando del caso, e ci auguriamo tutti che questa triste vicenda abbia un lieto fine.
Per firmare la petizione in favore di Habiba (la mamma protagonista della triste vicenda), clicca qui.

venerdì 7 maggio 2010

La vita si alimenta con la vita

Quest'argomento potrebbe risultare apparentemente estraneo al mondo dei bambini, ma in realtà interessa noi tutti, grandi e piccoli, per salvaguardare e mantenere un buon stato di salute fisica ed energetica.

Vi parlo ancora una volta della potenza della Natura... Vi parlo della magia che si crea partendo da un semplicissimo seme a cui vengono aggiunti ingredienti vitali come l'acqua, la luce, l'ossigeno e il tepore dei primi raggi del sole primaverile. Pochi ingredienti capaci di creare un cibo perfetto, ricco di Vita e di sostanze preziose al nostro corpo. Vi parlo dei germogli...

L'idea che da un seme anche di piccole dimensioni e apparentemente privo di vita possa nascere una pianta, dovrebbe farci pensare a quanto è potente la Natura e a quante cose essa è disposta ad offrirci per rendere più salutare e migliore la nostra vita...

I germogli sono la prima fase della nascita di una pianta ed è proprio in questa fase che si concentrano le sostanze più preziose per il nostro organismo. Dai germogli sarebbe dovuta nascere una nuova pianta e quella forza e quell'energia, necessarie a farla nascere e crescere, nutrono il corpo e lo spirito di chi se ne ciba. L'energia potenziale presente nel seme si libera al momento della germinazione e si trasforma in energia effettiva, rappresentata dal germoglio stesso che diventa così l'alimento più "vivo" che si possa immaginare e che più di ogni altro cibo rende omaggio alla massima che governa ogni sano regime alimentare secondo cui "la Vita si alimenta con la Vita"...

Il punto di partenza del germoglio è quindi il seme. Questo piccolo chicco che ai nostri occhi sembra privo di vita, in realtà custodisce amorevolmente un prezioso bagaglio di informazioni genetiche e sostanze nutritive che verrà utilizzato nel momento giusto (e nelle condizioni giuste) per generare una nuova vita. Di tutto il seme, la parte responsabile della germinazione è chiamata germe e rappresenta solo il 3% del seme intero, ma è la parte più ricca di sostanze nutritive come enzimi, proteine, vitamine, sali minerali, vitamina E (e che, ahimè, è proprio la parte che viene eliminata nel processo di raffinazione dei cereali...).

Ma perché è importante introdurre nella nostra alimentazione i germogli? Solo il processo della germinazione ci permette di mangiare i semi nel loro stato crudo fornendo al nostro corpo un alimento ricco, vitale e nutriente. La preziosa vita interna del seme viene assimilata dal nostro organismo solo tramite i germogli dei semi stessi.

Durante la germinazione accade un vero e proprio "risveglio biologico": le proteine raddoppiano e diventano più assimilabili dal corpo in quanto predigerite dagli enzimi (e ciò rende il germoglio un alimento sano e ad alta digeribilità capace di nutrire mente e corpo); aumentano le vitamine rispetto la pianta adulta (la vitamina C, ad esempio, può aumentare del 600%) e tra i vari tipi di vitamine vi è presente anche la B12 (rarissima nel mondo vegetale e quindi di fondamentale importanza nelle diete vegetariane e ancor più in quelle vegane dove non si introduce alcun alimento di origine animale) che può crescere dal 200 al 700%. Inoltre il germoglio è un'ottima fonte di sali minerali (come calcio, ferro, fosforo e magnesio) e di oligoelementi (zinco e selenio) facilmente assimilabili.

È davvero facile ottenere dei germogli nelle nostre cucine. In commercio esistono i "germogliatori" in plastica o in terracotta composti da più piani di vaschette tonde o quadrate sovrapposte tra loro il cui fondo pieno di buchini permette all'acqua che si utilizza per innaffiare i chicchi, di passare di piano in piano e bagnare i semi sistemati in ogni vaschetta. Questo sistema permette di far germogliare più specie di semi diversi nello stesso momento, ma se vogliamo risparmiare e avere comunque degli ottimi e squisiti germogli, basterà fornirsi di semplici recipienti in vetro, un retina di nylon ed un elastico.

Prima di tutto è importante scegliere la specie del seme: un cereale (riso, orzo, miglio, avena, segale, quinoa, grano saraceno,...), un legume (ceci, lenticchie, soia, fagioli, azuki,...), semi oleaginosi (sesamo, girasole, zucca, lino,...) oppure semi come fieno greco, barbabietola rossa, senape, alfa-alfa, crescione, rucola...

I semi devono essere di origine biologica e accuratamente selezionati scartando quelli imperfetti o rotti che non germogliano; quindi si sciacquano e si immergono in acqua per una notte in una ciotola di vetro.

Al mattino si noterà che i chicchi hanno iniziato a gonfiarsi e la pelle a spaccarsi: è l'inizio della germinazione. Si sistema una retina in nylon fermata con un elastico sul collo del recipiente quindi si scola l'acqua (inoltre in questo modo l'aria può circolare e i semi possono respirare).

Sciacquare per un paio di volte i semi quindi lasciarli alla luce e senza acqua. Ricordarsi di sciacquare i chicchi per 2-3 volte al giorno. Al secondo-terzo giorno si inizieranno a vedere i primi germogli: i semi sviluppano una piccola radice e un fusticino più o meno lungo a seconda del seme scelto. Al quarto giorno circa (dipende sempre dalla specie del seme) i germogli sono pronti, ma prima di cibarsene sarebbe meglio metterli alla luce diretta del sole per un paio di ore in modo che si sviluppino le foglioline verdi che arricchiscono i germogli della preziosa clorofilla.

Il prossimo ed ultimo procedimento è la raccolta: in genere si può dire che i germogli dei cereali raggiungano una lunghezza di circa 1-3 cm, mentre quelli dei legumi arrivano anche a 3-6 cm. Si tolgono dal recipiente e si puliscono dai tegumenti (la pellicina esterna) dei semi ormai vuoti immergendoli in una ciotola piena di acqua e muovendoli con le mani per staccarli dal germoglio. È però possibile (a chi piace) consumare il germoglio con tutto il tegumento in quanto ricco di fibre.

I germogli possono essere consumati da soli a crudo e conditi con gomasio e tamari (o con olio e sale), o aggiunti nelle insalate, nelle minestre, nei risotti, nello yogurt, con cereali, nelle paste,... Essi si conservano in frigorifero in un vaso di vetro (che evita la formazione delle muffe) con chiusura ermetica per circa 1 settimana.

Alcune precisazioni: tutti i semi possono esser utilizzati per fare i germogli, tranne quelli del pomodoro, delle melanzane e del peperone perché contengono sostanze tossiche (gli alcaloidi) per il nostro organismo se assunte in elevate quantità. Ricordo inoltre che bisogna scottare i germogli dei legumi in una padella con poco olio extra-vergine d'oliva prima di mangiarli per eliminare le sostanze nocive.

Utilizzare regolarmente germogli nella propria alimentazione dona al corpo vigore e nuova energia per fabbricare cellule sane. Essi inoltre ritardano il processo di invecchiamento (contengono ormoni maschili e femminili facilmente assimilabili e quindi risultano ottimi per le donne in menopausa); hanno proprietà antiinfiammatorie e rafforzanti per l'organismo; sono efficaci contro stress, stanchezza, caduta dei capelli e fragilità delle unghie. I germogli di frumento sono consigliati nei casi di demineralizzazione, anemia, debolezza, gravidanza ed allattamento.

Essendo ricchi di enzimi, proteine vegetali di ottima qualità e di vitamine, sono consigliatissimi sia per le donne in dolce attesa, che per le donne che allattano (e che spesso presentano stanchezza), ma anche per i piccoli bimbi già svezzati che troveranno in questo prezioso cibo una sana carica di energia e di vitalità.

Federica Scropetta


lunedì 22 febbraio 2010

Allattamento e comportamento

Diremmo mai ad una mamma di smettere di carezzare, baciare, consolare suo figlio arrivati ad una certa età? "Ora tuo figlio ha due anni, smetti di consolarlo se pensi che ne abbia bisogno, è grande può bastare, sennò lo vizi.."

Allattare è un gesto d'amore e come tale non ha per natura limiti di tempo, l'amore non è a tempo! Gli ormoni coinvolti nel processo di lattazione materno sono gli stessi responsabili del concepimento e del parto, poiché l'allattamento è parte della vita sessuale di una donna.

La madre che sceglie di allattare a lungo il proprio bambino lo deve fare in un mondo che vede il seno soltanto come oggetto di attrazione sessuale senza considerarne la funzione fisiologica primaria.

Come non ci sogneremmo mai di entrare nell'intimità di un atto di amore che porta al concepimento, così dovrebbe essere quando un mamma nutre il suo bambino al seno. Ogni relazione d'amore ha le sue regole, la propria intimità, e nessuno può interferire in quella coppia, che oltre al nutrimento si sta scambiando un codice affettivo e relazionale che resterà nella loro memoria per sempre.

Invece, è prassi che una mamma che allatta il suo bambino diventi bersaglio di facili commenti da parte di chi assiste alla poppata. Commenti che si inaspriscono con l'aumentare dell'età del piccolo allattato, soprattutto in società come quella italiana, dove la cultura suggerisce modelli genitoriali a basso contatto.

Ormai sono numerosissimi gli studi che riguardano l'allattamento al seno nelle varie culture e i risultati non sono proprio così scontati per realtà come la nostra. Spesso le mamme si lasciano condizionare da chi hanno intorno come amiche e parenti, e da ciò che sentono dire o leggono su libri e giornali dedicati a loro, poiché ancora non esiste nel nostro Paese una cultura che sostiene l'allattamento al seno, né esistono modelli a cui fare riferimento. Le madri che allattano a lungo il più delle volte devono nascondersi, o mentire a chi hanno d'intorno.

Mary Ainsworth (1), famosissima psicologa, grazie ad alcune ricerche da lei compiute in Africa, già nel 1972 ipotizzava che l'età di svezzamento dei bambini dovesse essere intorno ai due/tre anni e che le modalità di allattamento al seno a richiesta, anche di notte, dormendo vicino al bambino e allattandolo per farlo addormentare, contribuirebbero a rendere il bambino più sicuro di sé e aumenterebbero la sua fiducia nel fatto che la madre comprenda i suoi segnali ed i suoi bisogni. Ciò costituirebbe una sorta di iniezione di fiducia e di sicurezza a cui il bambino farebbe riferimento per tutta la vita nei momenti di difficoltà.

Katherine Dettwailer (2), antropologa americana, comparando l'allattamento dei primati e analizzando la letteratura sull'età di svezzamento nelle varie culture, fa notare come esistano usanze molto diverse fra i vari popoli della Terra, sull'età ideale in cui si dovrebbero svezzare i bambini; in base ai suoi studi questa autrice afferma che se lo svezzamento avvenisse senza farsi condizionare dalle regole della società di appartenenza e fosse rispettato il processo biologico scelto dalla natura da migliaia di anni attraverso la selezione naturale, questo avverrebbe in un'età compresa fra i due anni e mezzo e i sette.

È chiaro che nelle società civilizzate la mancanza di allattamento è compensata dalla diffusione dell'igiene e dalle cure mediche, ma non è ancora sufficientemente valorizzato che oltre a queste esigenze il bambino, attraverso il contatto col seno di sua madre soddisfa anche il proprio bisogno di sicurezza, di affetto e di rassicurazione.

Maria Ersilia Armeni (3), pediatra italiana e consulente IBCLC di allattamento, afferma che: "La psicologia italiana è uno dei pilastri della legittimazione a sospendere l'allattamento protratto oltre i primi mesi poichè non è al corrente del profondo radicamento dal punto di vista ormonale e fisiologico dell'allattamento nella donna e nel bambino. Questo rappresenta una copertura che la nostra società adotta per rivestire di legittimità comportamenti e pratiche che non rispondono affatto alle esigenze biologiche dei nostri bambini".

Nella nostra società gli psicologi pensano addirittura che allattare un bambino oltre il primo anno di vita, possa provocare un danno psicologico, una limitazione all'acquisizione dell'autonomia del bambino, ma non esistono dati scientifici che lo dimostrino, né si spiegherebbe come un comportamento così pericoloso per l'individuo sarebbe stato selezionato nell'adattamento della specie fino ad arrivare ai giorni nostri.

Alcuni psicologi e pediatri colpevolizzano addirittura le madri che non svezzano il bambino dal seno entro il primo anno, affermando che queste abbiano difficoltà proprie nello staccarsi dal bambino e di fatto, contribuiscono a generare in loro sentimenti di sfiducia in sé e di confusione circa l'ascolto dei propri istinti di accudimento dei bambini e non le aiutano di certo a prendere decisioni consapevoli e autonome.

Ciò non significa che una mamma debba allattare per forza e a lungo, ma soltanto che se la mamma ha questa intenzione va rispettata e sostenuta. Questo è un aspetto nodale che vorrei mettere in risalto: alcuni psicologi vorrebbero sostenere le mamme ma di fatto, ne mettono a rischio l'autostima e l'autonomia decisionale, per pura disinformazione. Si pongono in maniera autoritaria e direttiva rendendole dipendenti, anzichè promuovere in loro l'attivazione delle risorse e delle proprie competenze, rispettandone le scelte.

Si rifletta anche sul termine "svezzamento" che letteralmente significa "togliere il vezzo", cioè il vizio. Passa il messaggio che allattare vizia il bambino. È il punto di partenza in base al quale si crea un immaginario collettivo non corretto, in quanto gli studi dimostrano che le mamme che allattano a lungo sono quelle dotate, per caratteristiche personali di un maggior senso di autoefficacia.

Anche l'espressione "allattamento prolungato" è discutibile: prolungato rispetto a cosa? Se neanche l'OMS dà un limite oltre il quale si deve smettere di allattare, perché lo devono dare gli psicologi o tutti gli pseudopediatri che circondano una mamma che allatta?

Carlos Gonzales (4), pediatra spagnolo, padre di tre figli e fondatore dell'associazione catalana per l'allattamento materno afferma che non esiste nessun limite all'allattamento materno, che non esiste alcune motivazione, medica, psicologica o nutrizionale per svezzare obbligatoriamente ad una certa età. Che le donne sono libere di decidere quanto allattare senza farsi condizionare dalle opinioni di esperti o presunti tali.

Michele Grandolfo, dirigente di ricerca dell'Istituto Superiore di Sanità, afferma che allattare è una questione di espressione di competenze. Ci fa notare che nel campo della promozione della salute l'obiettivo fondamentale dovrebbe essere quello di informare le donne e le loro famiglie per aiutarle a prendere decisioni autonome e consapevoli come espressione della propria competenza.

Soltanto così si avrà il vero empowerment: la donna avrà così più fiducia in sé e nella propria capacità di far fronte ai problemi risolvendoli grazie ad una maggiore capacità di ricerca della salute.

Perciò il vero potere della mamma dovrebbe essere rappresentato dall'autonomia e non dalla dipendenza da esperti che tendono a dominare e ad indirizzare scelte e comportamenti. L'espressione libera e autonoma delle proprie competenze che prima di diventare madri, non ci si sarebbe neanche immaginati di avere, dà forza alle mamme ed è associata ad una maggiore durata dell'allattamento.

Gli studi condotti da questo autore provano che non è una questione di stabilire quanto allattare, o se esiste un'età prestabilita per staccare il bambino dal seno materno, quanto invece, di mettere la mamma nelle condizioni di sentirsi forte, informata e autonoma nel compiere la propria scelte circa come, quando e soprattutto quanto allattare.

Esistono inoltre ricerche che mettono in luce che ciò che influisce maggiormente sulla decisione delle madri circa la durata dell'allattamento: sono le opinioni delle persone che circondano la mamma che allatta. Più a lungo la mamma allatta e meno supporto trova intorno a sé.

Risulta evidente quindi, che il problema è esclusivamente culturale, una cultura non del sapere, ma dell'ignoranza nel vero senso della parola, perché di fatto, l'allattamento non è materia di studio nei programmi universitari delle facoltà di Psicologia italiane. Eppure gli psicologi esprimono a gran voce pareri sfavorevoli all'allattamento oltre i primi mesi di vita, ignorandone i meccanismi psicobiologici.

Braibanti (5) affermava stupendamente che "allattare a lungo fa bene sia alla mamma che al bambino e che dal punto di vista materno, oltre ai vari effetti positivi sulla salute della donna, l'allattamento favorisce più saldi legami di attaccamento nei confronti del bambino e una maggiore competenza nell'interazione precoce. Questo accresce la fiducia della madre verso il bambino e verso se stessa; quindi tiene lontani atteggiamenti iperprotettivi e di simbiosi prolungata che nascono dalla mancanza di sicurezza sia verso se stessa che verso la relazione col proprio bambino.

La separazione in età precoce e gli atteggiamenti di disconferma della competenza femminile nel ruolo madre-nutrice rafforzano, invece, i sentimenti di insicurezza e di crisi. Quindi l'allattamento protratto non può essere dannoso né per la madre né per il bambino, né da un punto di vista psicologico, né fisiologico. Non c'è evidenza alcuna che l'allattamento protratto sia sintomo di difficoltà nella relazione normale tra madre e bambino".

Alexander Lowen (6), psicologo, padre della bioenergetica, afferma che "Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell'aria. L'intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l'allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo, alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri.

Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l'energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre. Se il bambino viene allattato circa tre anni, quello che a mio avviso è il tempo richiesto per soddisfare i suoi bisogni fondamentali, lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati".

Questo autore pone a mio avviso una questione fondamentale: quella del bisogno primario, oggettivo ed universale di tutti i bambini, di contatto.

Vorrei citare infine, la pediatra Elena Balsamo (7) che riflette sulla questione della durata dell'allattamento secondo l'approccio dell'etnopediatria, branca della pediatria che compara le modalità di accudimento dei bambini nelle varie culture tradizionali della Terra.

A mio parere, soltanto così si può avere un quadro reale di ciò che è adattivo per l'essere umano e di quali sono i bisogni reali e geneticamente predeterminati di mamme e bambini ovunque essi vivano, non ha senso riferirsi ad un unico parametro culturale, poiché in sé troppo riduttivo e limitante circa le risorse da attivare quando ci si relaziona con un bimbo.

Ebbene, secondo questo approccio si è rilevato che nella maggior parte delle culture tradizionali del mondo le donne allattano con una durata media di circa due anni. Ciò che ha determinato il grande cambiamento in fatto di alimentazione infantile lo dobbiamo al processo di industrializzazione e lo svezzamento precoce è un'invenzione occidentale e post-industriale.

L'autrice inoltre afferma che permettere ad ogni bambino di lasciare il seno della mamma nel momento in cui è pronto, così come scegliere la frequenza e la durata dei pasti è un grosso aiuto allo sviluppo dell'autonomia e della capacità di operare scelte consapevoli in futuro. Nelle culture dove ciò avviene, i bambini sono più sicuri e meno aggressivi da adulti.

Eppure molti pensano che una mamma che permette ciò sia schiava del bambino e che non si sappia imporre, quando magari per lei sarebbe un piacere se solo non si sentisse osservata e giudicata.

Forse i bambini imparano così anche la differenza fra gli oggetti e le persone: la mamma che abbia voglia di offrire il seno in carne ed ossa anche al momento dell'addormentamento, fatta di calore, disponibilità, sguardi e scambi comunicativi da cui imparare a relazionarsi come esempio per i rapporti del futuro, è certamente altro rispetto ad un oggetto da portarsi a nanna.

Eppure questa visione suggerisce ai più, sempre per condizionamenti culturali, a mio parere, che il bambino venga viziato e non abbia regole, che sia maleducato. L'indagine antropologica ci dice esattamente il contrario e penso che ci vorranno ancora molti studi e molti anni perchè queste informazioni raggiungano tutti; non tanto per convincere su ciò che sia meglio fare e per dare indicazioni di comportamenti ai genitori, ma con il solo obiettivo di dare spunti di riflessione per poi poter mettere le famiglie nella migliore condizioni di compiere scelte consapevoli autonome, informate e generatrici di salute sia fisica che mentale a lungo termine.

Credo che i bambini imparino praticamente tutto dall'esempio che gli viene dato dai genitori e da chi si prende cura di loro. Se questo è un esempio di assenza e di carenza di contatto, di surrogati materni di ogni genere, di mancanza di disponibilità e di ascolto, di tempi prestabiliti da altri e non in armonia con la crescita del singolo bambino, questi saranno adulti con fratture relazionali tracciate nella loro memoria, difficili da scardinare (8).

È un aspetto spesso trascurato da parte degli psicologi, che dovrebbe stimolare studi a lungo termine sulle implicazioni relazionali delle modalità di allattamento e degli schemi educativi rigidi imposti ancora da un certo tipo di condizionamenti culturali e dai prodotti presenti sul mercato, soprattutto quello editoriale.

Ovviamente ciò non significa che i bambini non debbano avere regole e che i genitori siano al servizio di piccoli tiranni, significa soltanto che i tempi sono cambiati e dobbiamo allargare la nostra indagine, considerando l'allattamento da un punto di vista psicologico anche come un'esperienza relazionale di base, da cui i bambini imparano e verosimilmente baseranno i loro rapporti futuri, i loro pensieri e i loro pregiudizi a partire da ciò che hanno vissuto.

Alessandra Bortolott

Alimentazione per le mamme che allattano

L'alimentazione della mamma durante l'allattamento si potrebbe riassumere con "come rendere complicato qualcosa di semplice".

Un po' per il solito discorso che con l'allattamento negli anni ci siamo complicati la vita quanto più possibile, un po' per interessi commerciali di vendere pillole e polverine, a sentire cioè che si dice in giro sembra che una donna per allattare debba seguire diete speciali, debba privarsi di una lunga lista di alimenti, rendendo in questo modo l'allattamento una scelta degna di monaci buddisti.
Cosa mangiare durante l'allattamento? Quello che si mangia di solito! E' logico che non dovrò essere certo io a spiegarvi che "di solito" vuol dire "alimentazione sana, equilibrata, variata", in altre parole seguire le indicazioni della famosa "piramide alimentare".
La piramide prevede alla base gli alimenti da consumare più spesso e via via salendo i piani troviamo quelli da consumare con minor frequenza. Provate a auto-interrogarvi e vedere se indovinate la sequenza...
Ecco la soluzione del quiz: alla base della piramide ci sono frutta e verdura, poi troviamo gli alimenti ricchi di carboidrati (pane, pasta, riso, patate ecc.), in seguito i latticini (latte, yogurt, formaggi), poi i cibi ricchi di proteine (carne, pesce, salumi, uova, legumi) e ovviamente in cima troviamo i dolci.
Niente di nuovo, spero.
Ovviamente potranno esserci degli aggiustamenti in base alla situazione personale (particolari malattie, allergie, condizioni fisiche) o a scelte etiche (ad esempio per i vegetariani), ma tutto questo andrebbe sempre discusso con un medico specialista.
Quanto appena detto vale per ogni momento della propria vita, non solo durante l'allattamento.
E' vero invece che spesso è solo al momento della gravidanza e del successivo allattamento che, per timore di ripercussioni sulla salute del bambino, ci si interroga sulla correttezza della propria alimentazione.
Senza dubbio i vari momenti "particolari" della nostra vita (come appunto la gravidanza, l'allattamento, l'infanzia o la vecchiaia) potranno richiedere delle attenzioni speciali rispetto all'alimentazione, ma tenendo sempre presente che lo schema della piramide alimentare è alla base della sana alimentazione a tutte le età.
Vediamo nello specifico quali sono le attenzioni da dedicare all'allattamento.
Sempre partendo da un'alimentazione sana, durante l'allattamento serve un apporto calorico maggiore rispetto al normale, proprio perché produrre il latte è un vero e proprio lavoro per il nostro corpo. Non servirà mangiare esageratamente di più del solito, basta mangiare un po' di più seguendo la propria fame. E' ovvio che se si ingrassa, si sta mangiando troppo e quindi bisogna calare leggermente le dosi.
Da un lato purtroppo e dall'altro per fortuna, dopo la gravidanza restano dei chili da smaltire. Questi chili non sono messi lì a caso da Madre Natura. Servono proprio per la produzione di latte. Quindi anche se con strane analisi si riuscisse a stabilire che la Signora Rossi ha bisogno di 657 kcal al giorno in più per produrre il latte necessario per il suo bambino, questa signora non dovrà mangiare 657 kcal più del solito. Ne mangerà un pochino più del solito, le altre verranno prese proprio dalle scorte della "ciccia" che ha accumulato in gravidanza. Avete presente quando gli orsi vanno in letargo e ingrassano molto per fare scorte per l'inverno? A primavera sono di nuovo in forma smagliante!
In alcune mamme l'effetto dimagrante dell'allattamento è molto evidente, in altre meno. E' logico se con la "scusa" dell'allattamento una mamma mangia il doppio rispetto al solito, sarà decisamente improbabile smaltire i chili rimasti dalla gravidanza...
Ora abbiamo visto "quanto" mangiare. Sul "cosa" si sprecano mille consigli e falsi miti.
Una piccola premessa: è stato riscontrato che l'alimentazione materna tutto sommato influisce poco sulla produzione e sulla qualità del latte, o comunque meno di quanto si creda. Solo la quantità e qualità di grassi nel latte materno dipende dalla quantità e qualità di grassi mangiati dalla madre, ma si è pure visto che anche se la madre ha una dieta troppo povera di grassi, i grassi del latte materno non diminuiscono mai sotto a una certa soglia. Ciò significa che anche una madre malnutrita produrrà un latte adeguato per quantità e qualità.
Questo è uno dei tanti meccanismi intelligenti di Madre Natura: pensiamo alle nostre antenate. Attraversavano carestie e periodi dell'anno in cui l'approvvigionamento di cibo era scarso e monotono, eppure i neonati crescevano comunque e il latte delle mamme andava sempre bene. Semmai i bambini avevano problemi di malnutrizione quando non erano più allattati. E lo stesso succede oggi in molti paesi poveri: i bambini allattati stanno benone, i fratellini più grandi non più allattati sono chiaramente denutriti.
Il latte in un certo senso viene prodotto a spese della madre, perché la natura protegge il più debole che in questo caso è il bambino.
Quindi una madre che allatta deve curare l'alimentazione sostanzialmente per sé stessa. Così come dovrebbero fare tutti!
Infatti anche le madri sottopeso o anemiche possono allattare (e però, nel loro personale interesse, se ne hanno la possibilità dovranno curarsi).
Solo i casi di denutrizione gravissima come l'anoressia causano problemi all'allattamento, e non solo a quello logicamente.
Vanno di moda gli integratori multivitaminici in pillole o in polvere studiati per la mamma che allatta e molte mamme li prendono nella speranza di avere un latte "migliore". La maggior parte delle vitamine e dei minerali invece ha una concentrazione nel latte materno che non dipende da quello che mangia la madre. Ad esempio, potete prendere tutti gli integratori di ferro che volete, ma il ferro nel vostro latte sarà sempre lo stesso.
In alcuni casi effettivamente la dieta materna fa variare il contenuto di certe vitamine e minerali nel latte, ma bisogna porsi il problema solo se la madre ha una carenza già di suo, altrimenti pillole e polverine sono soldi buttati.
Esiste un unico caso da considerare, probabilmente anche poco conosciuto: lo iodio.
Lo iodio è un minerale molto importante per il nostro organismo e una carenza di iodio è all'origine di diverse malattie che a volte danno sintomi poco evidenti e quindi non sono diagnosticate. Per svariate ragioni, difficilmente con la sola alimentazione è possibile soddisfare il fabbisogno quotidiano di iodio, inoltre in alcune regioni la carenza di iodio nella popolazione è ancor più significativa.
Per questa ragione numerose campagne di sensibilizzazione invitano tutti a utilizzare il sale iodato. Durante la gravidanza e la primissima infanzia il fabbisogno di iodio aumenta, e nemmeno l'uso del sale iodato è sufficiente a garantire la quantità necessaria all'organismo. Questo è l'unico caso in cui, dopo aver consultato il vostro medico, è opportuno assumere un integratore, sia in gravidanza che in allattamento.
Detto questo, tutto il resto sono chiacchiere.
Facciamo una rapida rassegna:
- Acqua: come detto in articoli precedenti, se bevete più acqua non avrete più latte. Siccome allattate allora avete più sete, quindi bevete di più. Tutto qua. Forzarsi a bere acqua se non si ha sete non serve, e anzi, bere quantità esagerate di liquidi è addirittura pericoloso (sento di mamme che si forzano a bere cinque litri al giorno di miracolose tisane... vi prego, non fatelo a meno che abbiate effettivamente sete!).
- Latte vaccino: ricordo pure io che in gravidanza avevo letto che avrei dovuto bere almeno un litro di latte al giorno per poter allattare. E' una fandonia, il latte non fa latte! Per quale misterioso meccanismo il latte vaccino dovrebbe trasformarsi in latte materno? Alcuni lo consigliano per il contenuto di calcio. Anche assumendo integrazioni di calcio, durante l'allattamento il fisico della madre si impoverisce naturalmente di calcio, ma altrettanto naturalmente nei mesi successivi (anche se si sta ancora allattando) il calcio si rideposita nelle ossa e anzi, si rideposita con una struttura più "robusta" di modo che a lungo termine le donne che hanno allattato avranno minori problemi di osteoporosi, contrariamente a quanto molti credono. Quindi durante l'allattamento non serve assumere più calcio del normale.
- Birra e alcolici: la tradizione popolare consiglia di bere birra per fare latte, e magari ogni tanto un bel bicchiere di rosso perché "fa sangue"e tira su la madre. Uno studio ha dimostrato che effettivamente alcune sostanze contenute nella birra aumentano i livelli di prolattina, ma alti livelli di prolattina senza un bimbo che poppa di più non sono molto utili. Quindi se berrete più birra non avrete più latte!
L'alcool contenuto in birra, vino e altre bevande passa nel latte materno. E' anche vero che, rispetto all'alcolico bevuto dalla madre, la concentrazione presente nel latte materno è attenuata. Quindi, tenendo conto che non è "necessario" consumare alcolici, un consumo saltuario di alcool in quantità moderata (due bicchieri al massimo al giorno) è accettabile, ancora meglio sarebbe bere a stomaco pieno e dopo la poppata, di modo che passi più tempo possibile prima della poppata successiva. In questo modo l'alcool viene smaltito dalla mamma e quindi dal latte.
Infatti l'alcool non si accumula nel latte ma viene eliminato con il passare delle ore così come avviene per l'alcool che ha in corpo la mamma. Inutile dire che un consumo moderato di alcool non dovrebbe essere nulla di nuovo, dato che anche questo rientra nei principi della sana alimentazione!
- Cibi saporiti: ogni cultura e regione ha una lunga lista di cibi che darebbero un sapore cattivo al latte e quindi la madre che allatta dovrebbe tassativamente evitare. Di solito si parla di aglio, cipolla, cavoli, spezie, asparagi. Sono sicura che a voi ne hanno sconsigliati anche degli altri.
E' vero che il sapore del latte cambia in base alla dieta materna (e questo è un bene), ma chi lo ha detto che quei gusti non siano graditi al vostro bambino? Vi assicuro che i bambini, se li si lascia fare, hanno un palato molto più raffinato del nostro e quindi apprezzano gusti apparentemente impensabili.
Senza dubbio può succedere che un bambino dimostri insofferenza a una poppata tutte le volte che mangiate un certo cibo. Se riuscite a capire qual è il cibo incriminato ne limiterete il consumo, ma non potete dire a priori quale sarà questo cibo sgradito!
- Cibi che fanno "aria": subito dopo i cibi che danno sapore al latte vi sconsiglieranno i cibi che (agli adulti!!!) possono dare aerofagia, "aria in pancia". E quindi vengono banditi fagioli e legumi in genere, assieme ai cavoli e tutti i suoi parenti. Il timore ovviamente è che questi cibi scatenino le terribili coliche del lattante. Una cosa certa che si sa sulle misteriose coliche è che non sono causate dall'aria nella pancia. Anche se fosse questa la causa, l'aria in pancia causata alla mamma da fagioli e cavoli è dovuta al fatto che, chi più chi meno, non riusciamo a digerire (cioè assorbire) alcune sostanze in essi contenuti. Per questo ragione fermentano e sviluppano gas. I gas di certo non passano nel latte materno (altrimenti avremmo il latte frizzante...), e le sostanze che provocano i gas non passano nel latte proprio perché la mamma non le assorbe.
- Cibi che causano allergie: qualcuno vi avrà proibito di mangiare i cibi tradizionalmente considerati allergizzanti, come pesce, uova, latte e latticini, frutta secca, crostacei eccetera. Innanzitutto eventuali restrizioni su questi cibi hanno senso solo se c'è un elevato rischio, dedotto dalla storia familiare, che il bambino sia allergico. Inoltre in genere si tratta di tentativi.
Non ci sono studi chiari e univoci che dimostrino l'utilità di eliminare determinati cibi allergizzanti dalla dieta. Se si notano disturbi nel bambino e si sospetta che siano riconducibili a un'allergia a qualche cibo assunto dalla madre, per qualche settimana la madre eviterà scrupolosamente quel cibo e si osserverà se questo porta a qualcosa oppure no.
Evitare questi cibi a priori, così come nei casi precedenti, non ha molto senso e serve solo a complicare la vita alla mamma!
A questo punto è evidente che se doveste seguire tutte le "proibizioni" che vi vengono consigliate dovreste mangiare solo riso in bianco.
Mangiate in maniera sana e variata: se eventualmente se noterete reazioni strane del vostro bambino, correggerete il tiro!
Sara Cosano

venerdì 2 ottobre 2009

Galattogoghi naturali e artificiali

Da sempre e in tutte le culture del mondo, si è sempre andati in cerca di sostanze "magiche" che aumentassero la produzione di latte materno, i cosiddetti galattogoghi. Un tempo il latte artificiale non esisteva e non tutti potevano permettersi una balia, quindi la sopravvivenza del neonato dipendeva dal fatto che la mamma potesse produrre latte a sufficienza.
La maggior parte delle mamme che allattano, prima o poi ha comprato una di queste tisane, integratori, gocce, pastigliette e polverine varie "per mamme che allattano", con il pensiero "magari non funziona, però non si sa mai". E' ovvio, lo spauracchio di tutte le mamme è non avere latte. E le industrie lo sanno bene. Dagli articoli precedenti avrete già capito due cose: nella maggior parte dei casi, il poco latte è fasullo: di latte ce n'è quanto basta. per aumentare la produzione di latte serve una maggior stimolazione del seno, e cioè attacco al seno corretto e poppate frequenti (o una stimolazione adeguata con un buon tiralatte). Ne consegue che generalmente i galattogoghi, ammesso che funzionino, non servono a nulla se non a farvi buttar via i soldi. Se realmente c'è poco latte, è necessario come sempre capirne le cause e correggere quegli aspetti (per l'appunto, attacco, frequenza delle poppate eccetera) che hanno portato al calo di produzione, così da risolvere in maniera definitiva il problema e senza dover dipendere dal galattogogo. E' importante capire che un galattogogo, per quanto efficace, da solo non serve a nulla. I galattogoghi generalmente stimolano l'ipofisi a produrre più prolattina, ma se il latte non viene rimosso di frequente (dal bambino o con il tiralatte) la produzione di latte non aumenta. In alcuni casi selezionati i galattogoghi effettivamente possono aiutare una mamma che vuole allattare, ma il loro uso deve essere sempre preceduto da un'attenta valutazione di una persona esperta in allattamento e devono comunque essere utilizzati assieme a tutti gli altri accorgimenti che portano a una maggior stimolazione del seno. Ad esempio, una mamma che è separata dal proprio bambino, ad esempio per motivi di salute, può mantenere la produzione di latte utilizzano un galattogogo, ovviamente in associazione all'uso del tiralatte. Questo accade tipicamente con i bambini ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale. Anche una mamma che intende allattare un bambino adottato, o che vuole riprendere l'allattamento dopo averlo interrotto può aiutarsi con un galattogogo. Può essere di aiuto anche quando si vuole ritornare all'allattamento esclusivo dopo essere passati ad aggiunte di latte artificiale. Ribadisco che è fondamentale un'analisi di tutta la gestione dell'allattamento: non si può prendere il galattogogo per tutto il periodo in cui si allatterà, quindi si tratta di un "aiutino" che serve a sbloccare la situazione, ma poi bisogna attuare tutte le strategie che mantengano la produzione di latte adeguata, senza l'uso del galattogogo. Ovviamente sto parlando dei galattogoghi "veri", di quelli che funzionano. Quali sono i veri galattogoghi? Alcuni farmaci hanno come effetto collaterale l'innalzamento dei livelli di prolattina. Questi farmaci sono il metoclopramide, il domperidone, il sulpiride e la clorpromazina. Non sono farmaci nati per aumentare la produzione di latte, ma sono stati creati e studiati per curare specifiche malattie (ad esempio, metoclopramide e domperidone sono degli antivomito). Essendo dei farmaci, presentano degli effetti collaterali, in alcuni casi anche seri. Quindi, se qualcuna di voi stava per fiondarsi in farmacia per procurarsi uno di questi farmaci pensando di aver trovato la manna dal cielo, si fermi! Oltretutto sono farmaci che si possono acquistare solo con ricetta medica, proprio perché non sono acqua fresca. Considerate inoltre che se effettivamente serve un galattogogo, questo andrà preso per qualche settimana (prima deve cominciare a fare effetto, poi bisogna stabilizzare la produzione di latte e poi bisogna gradualmente calare la dose), mentre invece un antivomito in genere si prende solo per qualche giorno, quindi i suoi effetti sono stati considerati nel breve periodo e non per un uso prolungato. Questo deve essere tenuto presente dal medico che eventualmente vi dovesse prescrivere il farmaco. Proprio per monitorare eventuali effetti collaterali, è necessario che durante il periodo di assunzione del farmaco un medico verifichi periodicamente lo stato di salute di madre e bambino. Esistono anche alcune erbe per le quali è riconosciuta una certa efficacia nell'aumentare la produzione di latte, pur non essendoci studi scientifici rigorosi. Queste erbe sono il Fieno Greco ( Trigonella Foenum-Graecum), la Ruta Caprina (Galega Officinalis) e il Cardo Mariano (Silibum Marianum). Generalmente devono essere assunte in forma concentrata (capsule, tintura madre), dato che le tisane hanno una concentrazione inferiore e soprattutto più incerta. Il fatto che si tratti di piante, non significa per forza che gli effetti collaterali siano assenti! Spesso si pensa "è naturale, quindi non fa male", e quindi si assumono prodotti a base di erbe con leggerezza, magari prendendone grandi quantità nella speranza di ottenere un effetto maggiore. Invece le erbe hanno delle vere e proprie proprietà farmacologiche, quindi fanno effetto sul nostro organismo, nel bene e nel male. Credo che nessuno prenderebbe una dose doppia di antibiotico per far passare prima un'infezione. Allo stesso modo, i rimedi a base di piante, chiamati fitoterapici, devono essere assunti con lo stesso rigore con cui si prende una medicina "tradizionale". Avrete notato che non ho parlato di dosaggi di nessun galattogogo: la cosa è voluta, per evitare la tentazione del rimedio fai-da-te. Come detto, prima di ricorrere ad un galattogogo bisogna consultare un esperto in allattamento e eventualmente insieme insieme valutare se è veramente necessario. E tutti gli altri prodotti "per far venire il latte"? In farmacia, erboristeria e nei negozi di articoli per bambini, è tutto un fiorire di prodotti che evocano fiumi di latte che escono da turgidi seni... Se leggete con attenzione, nessuno di questi prodotti vi promette di avere più latte. Vi cito un esempio (reale): "X è un integratore dietetico composto dalla selezione e miscelatura di 7 estratti vegetali dalle riconosciute proprietà galattogoghe (Fieno Greco, Galega, Verbena), tradizionalmente utilizzati per calmare le tensioni addominali (Finocchio e Tè di Rooibos) e di gusto estremamente piacevole (Ibisco e Lampone). X disseta con gusto, è ricca di vitamina C e aiuta l'assunzione di acqua da parte della mamma, favorendo la lattazione." Qui c'è scritto solamente che alcune piante hanno proprietà galattogoghe, e queste piante sono contenute nel prodotto. In questo prodotto però c'è una quantità ridicolmente bassa di queste piante, quindi è improbabile che ci sia un effetto farmacologico, e cioè che aumenti il vostro latte. Infatti poi c'è scritto che la produzione di latte è favorita dal fatto che la mamma beve (anche se questo è discutibile, leggete oltre) dato che la bevanda è buona. Non c'è scritto che questo prodotto vi fa aumentare il latte grazie alle piante in esso contenute! Diversi prodotti, pura avendo nomi o immagini che fanno riferimento all'allattamento, alla fin fine vi dicono solo che sono buoni da bere. Oppure dicono "ideale per la mamma che allatta", ma non si sa bene cosa voglia dire. Intendiamoci, questi prodotti non sono dannosi, a meno di farne un consumo eccessivo (vedere oltre). Se li bevete perché hanno un gusto che vi piace, buon per voi. Ma se li bevete nella convinzione di avere più latte, state buttando via i soldi. E anche parecchi soldi, dato il prezzo di qualcuna di queste "polverine magiche". L'azienda produttrice di uno di questi integratori è stata più volte pesantemente multata dall'Antitrust proprio perché la sua pubblicità prometteva mari e monti alle mamme, senza però avere delle sufficienti prove scientifiche a sostegno. Non metto in dubbio che ci saranno schiere di mamme pronte a difendere questo o quel prodotto. Avete presente però cos'è l'effetto placebo? E' una sorta di autosuggestione (molto potente!) per cui ci si convince che un certo farmaco funzioni, anche se magari in realtà si tratta di acqua e zucchero. Per la riuscita dell'allattamento la componente psicologica è importantissima: se una mamma è insicura o ansiosa, nonostante ci sia tutto il latte che serve l'allattamento potrebbe fallire, magari perché la mamma si convince di avere poco latte (e come ho già scritto la casistica è molto ampia!). Prendendo questi prodotti, una mamma potrebbe sentirsi più sicura di sé, perché ha questo aiuto esterno, e allora ha la sensazione di avere più latte di prima. E tutto questo le industrie lo sanno molto, molto bene. Ci sono tre aspetti di questo che non mi piacciono (punto di vista strettamente personale): innanzitutto questi prodotti costano, e la mamma quindi spende soldi per niente, dato che il latte ce lo aveva anche prima. Poi alimentano il mito del "poco latte": non fanno altro che confermare alle mamme che il poco latte è un'epidemia da trattare con una specie di medicina, quando invece il più delle volte il poco latte è fasullo e anche nei casi effettivi, la "cura" migliore non è certo quella di utilizzare dei galattagoghi di efficacia molto dubbia. Inoltre, come consulente per l'allattamento, so quanto è importante che una mamma creda in sé stessa, ma questi prodotti non fanno altro che confermare l'insicurezza di una mamma. In pratica una mamma pensa di riuscire ad allattare solo grazie a questo o quel prodotto, e non grazie a sé stessa e al suo bambino, come in realtà succede. Avete presente la storia dell'elefantino Dumbo, che sapeva volare da solo ma credeva di riuscirci solo grazie alla piuma che teneva nella proboscide? Questi prodotti sono come la piuma, ma bisognerebbe portare la mamma a capire che può "volare anche senza la piuma", cioè "allattare anche senza questi prodotti". Latte e birra Nella tradizione popolare, si consiglia alle donne che allattano di bere latte per aumentare la propria produzione di latte. E' una cosa senza alcun fondamento (e senza alcun senso). Anche la birra è considerata una bevanda che fa aumentare il latte. Alcuni studi confermerebbero che delle sostanze contenute nella birra aumentano i livelli di prolattina, ma l'eventuale vantaggio viene vanificato dagli effetti negativi dell'alcool. Quindi, evitate di bere birra e alcol in genere durante l'allattamento. L'acqua Alzi la mano chi, allattando, non si è mai sentita dire che deve bere di più per via del latte. Lo so, lo dicono a tutte! Questo è un grande equivoco, è stata invertita la causa con l'effetto. La realtà è che siccome allattate allora avete più sete e quindi bevete di più. E non il contrario! Non è che siccome bevete di più allora riuscite ad allattare. Non dovete quindi sforzarvi a bere più, questo non vi farà avere più latte. E' logico che per produrre latte, composto in gran parte da acqua, avrete bisogno di ingerire più liquidi, ma il nostro organismo ha un bellissimo sistema di allarme che si chiama "sete": quando avete sete, significa che avete bisogno di bere. Punto. Non è vero quindi, come è scritto su certe tisane, che bere più liquidi fa venire più latte. Questo potrebbe portare la madre (convinta di avere poco latte proprio grazie a certe frasi riportate su questi prodotti) a bere grosse quantità di acqua o tisane varie, oltre il necessario. Ingerire eccessive quantità di liquidi è molto dannoso per l'organismo. Una volta un papà mi raccontò che sua moglie praticava l'allattamento misto perché non aveva abbastanza latte. Io gli offrii il mio aiuto, dicendo che se voleva la moglie poteva contattarmi. Lui serio mi rispose che il pediatra aveva già dato alla moglie le indicazioni per aumentare la produzione di latte, ma che lei proprio non se la sentiva e che anzi stava pensando di abbandonare del tutto l'allattamento al seno. Le indicazioni erano "bere 8 - 10 litri di acqua al giorno". Mi auguro vivamente che sia stata una bugia da parte della moglie, che forse voleva smettere di allattare ma non osava dirlo apertamente al marito. Un consiglio del genere non solo non fa aumentare il latte, ma avrebbe spedito la mamma che lo avesse osservato dritto dritto in ospedale, se non peggio. In conclusione, quasi certamente non avete bisogno di un galattogogo. Se realmente la produzione di latte non è adeguata alle richieste del vostro bambino, bisogna capirne la ragione e attuare di conseguenza una strategia. Nei pochi casi in cui un galattogogo può essere di aiuto alla mamma, deve essere usato sotto supervisione medica e con il supporto di una persona esperta in allattamento.
da www.bambinonaturale.it

Nuovo progetto antimalaria

La mortalità infantile sotto i 5 anni è scesa per la prima volta sotto i 9 milioni grazie alla diffusione delle zanzariere antimalaria e l'uso del latte materno.
Secondo i dati Unicef, cinque anni fa la mortalità infantile superava i 12 milioni. Un risultato raggiunto con progetti di solidarietà mirata e a basso costo, che di fatto ha fatto sì che oggi muoiano 10 mila bambini al giorno in meno rispetto al 2004. Per dimezzare, com'è accaduto in Kenya, la morte di chi ha meno di cinque anni, è bastato l'uso di zanzariere contro gli insetti portatori di malaria. In Zimbabwe, invece, le campagne che spingono le donne ad allattare al seno i figli, per rinforzarne il sistema immunitario e prevenire, ad esempio, la diarrea, ha salvato dalla morte per disidratazione circa il 20 per cento dei neonati. Il 15 ottobre partirà la campagna Unicef per educare grandi e piccoli a un gesto semplice, lavarsi le mani per stoppare malattie a trasmissione rapida. Miracoli a basso costo che, inevitabilmente, pongono un interrogativo: i Paesi ricchi, Italia compresa, stanno davvero agendo nella direzione giusta per l'Africa? «Per aiuto mirato intendiamo puntare su un progetto utile - dice Roberto Salvan, direttore generale per l'Unicef, in Italia - e questo sia che si tratti di una zanzariera impregnata di repellente anti-malaria, sia di un corso di scolarizzazione. Il punto fondamentale, per la nostra esperienza, è che senza il coinvolgimento della popolazione non si raccolgono risultati». L'Unicef, che ha distribuito gratis 35 milioni di zanzariere bagnate nel repellente, l'ha definito il miglior intervento mai attuato in rapporto ai costi e ai benefici.
da www.bambinonaturale.it

Invio di latte per le emergenze umanitarie

"Le donazioni di latte in polvere durante una situazione di emergenza possono letteralmente aumentare il tasso di mortalità dei bambini piccoli, mentre la gente vorrebbe fare del bene". Anne H. Vincent, Direttrice di Sanità e Nutrizione,UNICEF Indonesia Jakarta Post, 7 luglio 2008
Sul sito dell'IBFAN (1) ossia Internazional Baby Food Action Network è appena stato pubblicato in interessante focus (2) dedicato all'allattamento in situazioni di emergenza. Desidero trattare di quest'argomento perché è interessante e tristemente attuale, essendo stato, quest'anno, anche il nostro Paese coinvolto da un'emergenza quale il terremoto e perchè nel testo si prendono in considerazione anche bambini "grandicelli" che potrebbero già esser stati svezzati prima del disastro (quindi anche bimbetti con uno svezzamento vegetariano). Fuori tema, ma non troppo, dunque. Milione di persone, ogni anno, sono vittime di eventi drammatici quali siccità, inondazioni, terremoti, maremoti, epidemie e guerre. Al trauma fisico e psicologico, alla necessità di evacuazione dal luogo in cui si viveva, spesso (se non sempre) si aggiunge la difficoltà di approvvigionamento di cibo, soprattutto cibo idoneo all'infanzia e ciò concorre a spiegare gli alti tassi di mortalità e malattia nei bambini al di sotto dei 5 anni. L'OMS e l'UNICEF auspicano protezione, promozione e sostegno dell'allattamento al seno sempre e comunque: è facile capire come l'allattamento materno possa essere di vitale importanza in questi casi, eppure tra le prime donazioni effettuate nei momenti di crisi vi sono proprio le forniture di latte artificiale. Da tempo è tristemente noto che la preparazione di latte artificiale e altri sostituti del latte materno in condizioni di scarsa igiene possono portare pericolose (e talora letali) infezioni del tratto gastroenterico. Non solo: un'eccessiva disponibilità di latte artificiale potrebbe indurre alcune madri ad abbandonare l'allattamento al seno proprio mentre rappresenta una possibilità di salvezza in più per i bambini che con l'allattamento materno hanno una provvista di cibo sano e sicuro, non sono esposti alle infezioni intestinali causate da batteri e parassiti che possono contaminare le scorte d'acqua, ricevono gli anticorpi materni ed hanno il grandissimo sostegno emotivo fornito dall'allattamento al seno. Anche la madre, nutrice, trova conforto nell'allattare il proprio piccolo in situazioni tanto traumatiche. Pertanto tutte le madri vanno sostenute nel mantenere l'allattamento al seno, sono davvero pochissimi i casi in cui è consigliabile rinunciarvi. A proposito delle donazioni, ricordo poi che il Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno PROIBISCE la promozione di quei prodotti che costituiscono il latte materno - parzialmente o del tutto - come i latti artificiali di partenza e di proseguimento, le formule speciali, cereali, succhi di frutta, preparati a base di verdure, tisane per bambini e degli strumenti atti al loro somministrazione (biberon e tettarelle). Nelle situazioni di emergenza il Codice tutela dalla distribuzione di prodotti inadatti e impedendo alle aziende di servirsi delle emergenze per aumentare le loro quote di mercato o la loro immagine commerciale. Pertanto, nelle situazioni in cui i sostituti del latte materno si rendano davvero necessari, la risoluzione AMS 47.5 del 1994 raccomanda che le donazioni siano possibili a patto che i lattanti abbiano la necessità di essere nutriti con sostituti del latte materno e la fornitura del medesimo sia mantenuta per tutto il tempo per il quale i suddetti bambini ne hanno bisogno e, soprattutto, che la fornitura non sia utilizzata come un incentivo alla vendita. Chiedo a tutte le mie lettrici e a tutti i miei lettori di tenere a mente quest'articolo se e quando vi verrà chiesta una donazione per l'acquisto di latte in polvere per un'emergenza.
da www.bambinonaturale.it

Allattamento a richiesta

I bambini, che siano allattati al seno o al biberon, hanno bisogno di essere allattati a richiesta.
E' abbastanza evidente che nel mondo animale è improbabile che mamma orsa rimandi una poppata del suo orsetto perché ritiene che "non sia ora" e perché ha mangiato - secondo lei - da troppo poco tempo. Nonostante questo, non credo che qualcuno pensi che i cuccioli di orso siano viziati o che rendano schiavi la propria madre. Tra gli esseri umani occidentali è stato così fino a non molto tempo fa, ed è ancora così nelle popolazioni che noi consideriamo primitive. Allo stesso modo degli orsi, chi considera "viziati" o "piccoli tiranni" i bambini che vivono nel cuore dell'Amazzonia o nel bel mezzo dell'Africa? Eppure le loro madri allattano e lo fanno per molti anni. Lo stesso discorso si può fare per molti popoli al mondo. Cosa è successo in occidente? Nell'ultimo secolo gli antichi saperi riguardo alla gravidanza, al parto e alla cura dei neonati , sono stati strappati alle donne e sono stati presi dalla Medicina. Questo ha portato molti vantaggi riguardo alla salute, diminuendo la mortalità delle madri e dei bambini, ma ha anche comportato che venisse trattato alla stregua della patologia (cioè della malattia, dell'anormalità) anche ciò che era semplicemente fisiologia (cioè normale funzionamento del corpo umano). L'impatto su cosiddetto "evento nascita" è stato fortissimo (si vedano i testi consigliati): nei libri di puericultura di trent'anni fa (e in parte purtroppo anche in pubblicazioni attuali), per i neonati si leggevano indicazioni del tipo "le poppate dovranno essere una ogni tre ore [alcuni testi indicano ogni 4 ore!] mantenendo comunque un intervallo notturno di 6 ore per permettere il riposo della madre. Gli orari indicati per le poppate sono 6 - 12 - 15 - 18 - 21 - 24. La poppata non dovrà durare più di 10 minuti per seno. Il bambino dovrà essere pesato prima e dopo la poppata per verificare la quantità di latte ingerita" Seguivano poi delle tabelle con le quantità di latte che il bambino doveva assumere in base all'età, e se il bambino prendeva meno di quanto indicato allora bisognava ricorrere alla famosa aggiunta di latte artificiale. Alla luce delle conoscenze scientifiche attuali (ma anche in base a quello che le nostre bisnonne, e persino il nostro gatto in giardino, hanno sempre saputo), tutto questo è non solo inutile, ma bensì dannoso. Sia nel caso del latte materno sia nel caso del latte artificiale, non è possibile stabilire a priori ogni quanto un bambino può aver fame e quanto debba mangiare. E' vero che il latte artificiale è meno digeribile, quindi è abbastanza probabile che i bambini allattati artificialmente richiedano di mangiare meno spesso, ma ogni bambino è un caso a sé: alcuni bambini preferiscono poppate brevi e frequenti, altri poppate lunghe e distanziate. Più spesso invece la realtà corrisponde a un misto di queste due situazioni e cioè in alcuni momenti della giornata le poppate saranno veloci e ravvicinate, mentre in altri le poppate dureranno di più e con un maggiore intervallo. Oggigiorno qualcuno si è pure inventato il mito della "doppia digestione" (cercate pure sui libri di medicina: non esiste!), per cui si trovano indicazioni incongruenti come "allattate a richiesta ogni qualvolta lo richiede il bambino ma aspettando un intervallo di tre ore" (il che significa: non allattate a richiesta) e la spiegazione sarebbe quella che allattando più frequentemente il bambino sarebbe sottoposto a una terribile quanto inesistente "doppia digestione". Come mai è dannoso mantenere orari e durate prestabilite? Per quanto riguarda l'allattamento al seno, dagli articoli precedenti avrete oramai capito che per avere una produzione di latte adeguata alle esigenze del vostro bambino, è necessario farlo poppare tutte le volte che desidera e per tutto il tempo che vuole: più il bambino poppa, più latte si produce. Non è un caso che quando la maggior parte delle donne seguiva la regola "ogni 3 ore e 10 minuti per parte", nell'arco di qualche settimana si ritrovavano misteriosamente senza latte. Inoltre molto probabilmente i bambini prendevano poco peso, perché anche se di latte ce n'era, veniva limitata la quantità giornaliera che il bambino poteva ingerire. Lo stomaco dei bambini è molto piccolo, quindi anche se sono rimasti affamati dalla poppata precedente, perché è durata poco o perché è passato troppo tempo, non possono prendere alla poppata successiva una maggior quantità di latte per recuperare, perché non ci sta. L'unico modo per sfamarsi quindi è mangiare spesso. Questo vale anche per il biberon: se la tabella data dal pediatra o dal produttore di latte artificiale ha deciso che il bambino deve prendere rigorosamente 120 ml di latte ogni tre ore, cosa succede se in quel periodo, magari per un cosiddetto "scatto di crescita", il vostro bambino vuole più latte o ha fame prima delle tre ore stabilite? Mangerà meno del necessario e quindi crescerà di meno. L'aspetto più assurdo è che l'allattamento a orari ha come scopo "favorire il riposo della madre". Ora, ditemi voi che cos'ha di riposante avere un bambino che urla disperato perché ha fame, e magari manca ancora un'ora alla poppata successiva... Non parliamone poi se questo accade di notte! Per sopravvivere allora ci si è inventati i biberon di camomilla, tisane, acqua, acqua e zucchero. Venivano (e vengono) dati tra una poppata e l'altra proprio per far "tener duro" il bambino, fino ad arrivare all'orario previsto del pasto. Il problema è che, riempiendo la pancia di liquidi e zuccheri, è facile che il bambino rifiuti la poppata successiva o ne prenda solo una parte, alimentando così il circolo vizioso del "poppate scarse - scarsa crescita" (sia nel caso di latte materno che nel caso di latte artificiale). Fin'ora abbiamo parlato solo degli aspetti strettamente nutrizionali dell'allattamento. L'allattamento però è soprattutto relazione: relazione reciproca tra mamma e bambino. Una mamma che allatta a orari (che sia al seno o al biberon), non legge i segnali, i tentativi di comunicazione che le manda il sui bambino. Oppure c'è chi, pur cogliendo questi segnali, si affida all'allattamento a orari perché ritene che il bambino debba avere subito delle regole, altrimenti diventa un "viziato", un piccolo tiranno. Al contrario: un bambino che riceve risposta alle sue richieste di nutrimento diventerà più sicuro di sé, impara ad autoregolarsi e conquista una maggiore autonomia perché capisce prima che può influenzare l'ambiente che lo circonda. Spesso si considera l'allattamento e il conseguente contatto fisico con la madre un "vizio", e quindi si tende a limitarli il più possibile. Invece per i bambini si tratta di "bisogni", al pari di respirare. Infatti il bambino succhia il seno non solo per mangiare, ma anche semplicemente perché gli piace, perché gli dà sicurezza, perché si rilassa. Il nome tecnico è "suzione non nutritiva". Tutti conosciamo la frase "ha preso il mio seno per un ciuccio": il seno è anche un ciuccio ed è normale che sia così, o meglio, è il ciuccio che tenta di sostituire il seno. Esiste un famoso esperimento in proposito fatto con le scimmie: a un cucciolo di scimmia veniva posta la scelta tra una scimmia finta fatta di filo di ferro con attaccata un biberon pieno di latte, e un'altra scimmia finta ricoperta di pelliccia ma senza biberon. Pensate che il cucciolo abbia scelto la scimmia con il biberon? No, ha scelto la scimmia con la pelliccia, e ci restava attaccata tutto il giorno. L'abbraccio e il contatto fisico sono quindi un'esigenza primaria per i bambini. Nel caso dell'allattamento al seno è implicito che il bambino sia a contatto con la madre. Non bisogna scordare questo aspetto quando si usa il biberon, quando spesso il bambino è lasciato nella culla mentre prende il biberon e non viene tenuto in braccio, o quando dare il biberon al bambino diventa un'attrazione per tutte le parenti di sesso femminile che si mettono in coda per "giocare alla mamma". E' meglio che, per quanto possibile, il biberon sia dato dalla mamma o in sua sostituzione dal papà, proprio perché non si tratta semplicemente di nutrire ma di costruire una relazione. Ricordiamoci che la specie umana per millenni ha poppato a richiesta, è stata allattata a lungo -ben oltre l'anno- e portata in braccio (le carrozzine sono un'invenzione recente) e non ho mai sentito dire che i nostri avi, compresi i personaggi storici, valorosi condottieri, artisti, letterati e chi più ne ha più ne metta, fossero tutti dei bambini viziati. Come fare allora per allattare a richiesta? Allattare a richiesta è facile a dirsi, ma non a farsi. Nelle prime settimane è relativamente semplice: si sa che nei primi tempi la mamma è completamente assorbita dalle esigenze del bambino, e quindi è più probabile che reagisca tempestivamente ai primi segnali di fame del bambino (movimenti con la bocca, movimenti della testa, manine portate alla bocca, piccoli sospiri ecc...), sapendo che il pianto è un segnale tardivo di fame. Gli unici intralci saranno dati da chi, cresciuto con in testa la regola "ogni 3 ore, 10 minuti per parte", vi assillerà dicendo che "non è normale" che vostro figlio poppi così spesso e così via. In genere si riesce a sorpassare questo ostacolo. La fase cruciale arriva dopo. Passato il mese di vita del bambino o poco più, si sente dire in giro che gli intervalli tra le poppate si allungano, alcuni bambini addirittura dormono tutta la notte. A volte succede, ma se si allatta a richiesta molto probabilmente questo accadrà dopo molti mesi, non dopo un mese. Siccome la pressione di chi ci dice che i bambini allungano le poppate è martellante, ci si convince rapidamente che quelle smorfie o quel pianto "non sono fame", magari guardando l'orologio e constatando che è passato troppo poco dalla poppata precedente. E così si prova a distrarre il bambino, a cullarlo, a cambiarlo, a fare mille cose ma non a dargli il seno (o il biberon), e magari questi tentativi dopo un po' funzionano, rafforzando l'idea che non si trattava di fame. Questo è più probabile dopo il terzo mese, periodo in cui effettivamente il bambino è più attratto dagli stimoli esterni per cui può accadere che, anche se ha fame, potrebbe attendere un po' se trova qualcosa di interessante da vedere o toccare. Inoltre non è facile, mentalmente, accettare questa dipendenza tra madre e figlio. In nessun'altra fase della nostra vita c'è una dipendenza tanto forte da un'altra persona. A volte non è facile per la madre, a volte non è facile per chi la circonda. La mamma, una volta ripresa dallo scombussolamento della sua nuova vita, forse avrebbe voglia di uscire di più, di fare cose che faceva prima. E perché no? Tutto questo non è incompatibile con l'allattamento a richiesta, anzi. Per allattare non è necessario stare barricate in casa, e nemmeno, se si è fuori, chiudersi nel bagno di un bar. Purtroppo recenti articoli di cronaca dimostrano che non tutti accettano favorevolmente una mamma che allatta in pubblico, ma per fortuna sono casi isolati. Anzi, più mamme allattano in pubblico più le persone si abitueranno alla normalità di questo gesto. Si può allattare in pubblico con estrema discrezione: con una camicia abbottonata davanti, in pochi istanti si riesce ad attaccare il bimbo al seno e non se ne accorgerà nessuno. Se poi si vuole ancor più discrezione, uno scialle o una sciarpa per coprire completeranno il tutto. Se si usa il biberon è necessaria un po' più organizzazione per via della preparazione corretta del latte artificiale (vedi l'articolo in proposito), ma con un po' di pratica si può uscire senza problemi. A volte è chi sta vicino alla madre che non tollera questo stretto rapporto con il bambino: viene visto come qualcosa di morboso, oppure c'è invidia o gelosia, cercando in ogni modo di frapporsi tra la madre e il bambino. Questo contribuisce ad alimentare l'insicurezza nella madre, facendole credere che effettivamente ci debba essere un maggiore distacco tra lei e il bambino e che ciò che stia facendo sia sbagliato. Il biberon viene spesso proposto (specialmente da chi lo produce) come simbolo di libertà della madre, contrapposto all'allattamento al seno. Allattare al seno a richiesta non significa che non si potrà mai fare un passo senza il proprio bambino perché potrebbe aver fame. I bambini non sono stupidi e sanno che il latte arriva dalla loro mamma. Alla nonna non chiederanno il seno, e nemmeno al papà... Ovviamente la durata dell'assenza della madre dovrà essere valutata in base al bambino e alla sua età. In ogni caso, allattando a richiesta si potrà far fare una poppata al bambino (anche se "non richiesta") subito prima di uscire, e al ritorno il bambino popperà un numero maggiore di volte per recuperare. E' anche possibile che durante l'assenza della madre, anche se dura diverse ore, il bambino non voglia in alcun modo poppare, nemmeno latte materno precedentemente tirato, come se aspettasse il ritorno della mamma per poppare. Esiste anche la situazione opposta a quanto illustrato prima, anche se accade di rado, e cioè pensare che qualunque richiesta del bambino si possa soddisfare con il seno. Più il bambino cresce, più presenta nuove esigenze. Non gli basta più aver mangiato, essere pulito e ricevere un po' di coccole: vuole vedere cose nuove, magari si sta annoiando, vorrebbe uscire, vorrebbe giocare. Se non gli vengono proposti questi stimoli o se a ogni sua richiesta si risponde, magari per praticità, attaccandolo al seno, non c'è molta differenza tra dargli il seno e tappargli la bocca con il ciuccio, per quanto il seno sia meglio del ciuccio in quanto significa comunque relazionarsi con una persona piuttosto che con un pezzo di plastica, e comunque dare il seno è sempre una dei tentativi da fare quando un bambino piange e non se ne capisce il motivo. Non si deve nemmeno travisare pensando che "allattare al seno a richiesta" significhi avere il bambino letteralmente tutto il giorno o buona parte di esso attaccato al seno (preciso letteralmente perché per chi è abituato a "ogni 3 ore, 10 minuti per parte" considera una poppata ogni due ore "avere il bambino sempre attaccato", quando invece non è così). Se è il vostro caso, sarebbe bene far controllare l'attacco al seno da una persona esperta perché forse il trasferimento di latte non avviene in maniera efficace, obbligando il bambino a poppare quasi di continuo. Mensilmente tengo degli incontri con delle mamme i cui bambini hanno dai quattro mesi in su. Molte con orgoglio "allatto il mio bambino al seno a richiesta". Spesso dopo un po' il bambino è irrequieto, piange, la mamma prova a dargli un giochino (che viene irrimediabilmente lanciato via), allora viene preso in braccio e questo si gira verso il seno spalancando la bocca, indicando inequivocabilmente che ha fame. Io provo a dire con delicatezza "Guarda che se il bimbo ha fame puoi allattarlo senza problemi". Il più delle volte la mamma guarda l'orologio e dice che non può essere "già" fame... Può anche essere che non si tratti di "fame-fame", forse il bambino ha bisogno di conforto dato che si trova in un ambiente a lui sconosciuto. E mi rendo conto di quanto sia difficile allattare veramente a richiesta. Detto così sembra molto semplice, ma è una cosa frequentissima. Io ero uguale, anzi, ho fatto di peggio perché nonostante allattassi al seno, ogni volta che mio figlio apriva bocca, prima di chiedermi cosa volesse gli davo il ciuccio (ebbene si, lo confesso!).
da www.bambinonaturale.it

Come nutrire i neonati

Il biberon è spesso indicato in opposizione al seno: o seno o biberon. Il biberon, o poppatoio, ha la funzione di sostituire e per quanto possibile imitare il seno. Infatti la tettarella, la parte morbida che si mette in bocca, ha una forma più larga alla base e più stretta in cima, all'incirca come il capezzolo.
Nonostante questo e nonostante gli sforzi dei produttori, nessun biberon riesce a riprodurre nemmeno lontanamente il seno. Il motivo è semplice: per fare uscire il latte dal seno, il bambino fa un movimento "a onda" con la lingua, in pratica spreme il seno altrimenti il latte non esce o ne esce poco. Questo fa si che il bambino che poppa al seno abbia una particolare posizione della bocca, delle labbra, della mandibola, per far sì che questo movimento di spremitura sia efficace. I biberon - tutti i biberon! - hanno il latte che scende da solo. Infatti se mettete a testa in giù un biberon il latte sgocciola. Per far uscire il latte è necessario aspirare, e non spremere, e la lingua viene usata per bloccare la fuoriuscita di latte dal biberon. Un po' come quando si beve dalla borraccia (si aspira) e con la lingua tappiamo il forellino di uscita per fermare il flusso del liquido. Questa differenza sostanziale tra seno e biberon fa sì che le tecniche di suzione tra questi due metodi siano completamente diverse. Di conseguenza un bambino che impara un metodo difficilmente passa volentieri all'altro. Questa è la ragione per cui tanto si raccomanda di non usare il biberon per i bambini allattati al seno, in particolar modo all'inizio. Inoltre non è vero che alimentarsi con il biberon sia più facile per il bambino: siccome il latte scende di continuo, se non vuole strozzarsi o se vuole fare una pausa è costretto a fare determinati movimenti con la bocca e con la lingua per bloccare il flusso del latte. Questo comporta una certa fatica di fatti si è osservato che i neonati, e in particolare i prematuri, alimentati con il biberon vanno incontro più facilmente a problemi respiratori e cardiaci. Per quanto ora esistano delle tettarelle che hanno una forma e una consistenza abbastanza simile al capezzolo (con una base molto larga rispetto all'estremità), o anche se certi produttori vi citano studi secondo i quali le loro tettarelle sono fatte proprio come il capezzolo della mamma, è proprio il principio su cui si basa il funzionamento del biberon a far sì che, così come attualmente prodotti, non abbiano nulla a che vedere con il seno. Potrebbero anche creare una tettarella facendo un calco di un vero capezzolo e usare un materiale identico alla pelle umana, ma non risolverebbe il problema. Quindi diffidate di tutte quelle pubblicità di fantomatici biberon che in qualche modo "facilitano l'allattamento al seno" oppure "non interferiscono con l'allattamento al seno". Sono solo fumo negli occhi. Di conseguenza, a meno che abbiate deciso di non allattare o di interrompere completamente l'allattamento al seno, l'uso del biberon è decisamente sconsigliato. Certamente ci sono bambini che passano senza problemi dal seno al biberon, ma si tratta di una minoranza, inoltre non è possibile sapere a priori se un certo bambino avrà difficoltà o meno se gli viene proposto sia il seno sia il biberon. Quali sono le alternative possibili per somministrare un'aggiunta di latte artificiale o del latte materno spremuto? Molto dipende dal motivo per il quale bisogna farlo. La produzione di latte della mamma non è sufficiente e l'attacco del bambino è corretto Questa è il motivo più comune per il quale viene data la famosa aggiunta. Come avrete capito dagli articoli precedenti, il più delle volte l'aggiunta di latte artificiale viene data senza che ce ne sia effettivamente bisogno e soprattutto senza analizzarne le cause. L'aggiunta è necessaria se il bambino sta prendendo troppo poco peso o se addirittura ne sta perdendo, e quando i primi interventi per migliorare la situazione (es. aumentare il numero delle poppate) non danno risultati sufficientemente rapidi. Quando l'attacco al seno del bambino è corretto, si può usare un sistema che prende i classici due piccioni con una fava: si somministra latte in aggiunta e allo stesso tempo si stimola il seno, in modo da aumentare la produzione di latte. Si chiama "Dispositivo di Alimentazione Supplementare" o D.A.S.. Si tratta di un tubicino molto sottile: da una parte lo si mette in un contenitore che contiene il latte (artificiale o della mamma), dall'altra lo si mette vicino al capezzolo. Il bambino, mentre succhia al seno della mamma, prende allo stesso tempo il latte dal seno e dal tubicino. In questo modo il bambino, pur prendendo un'aggiunta, è attaccato al seno della mamma, così lo stimola a produrre più latte. Inoltre non deve imparare un modo diverso per alimentarsi, perché lui continua a succhiare al seno come ha sempre fatto. Del D.A.S. esistono versioni già pronte, acquistabili in farmacia, o si può fabbricare anche in casa, acquistando sempre in farmacia un sondino naso gastrico e utilizzando un recipiente sterile per contenere il latte. L'obiettivo dell'aggiunta data intelligentemente è quello di uscire dalla momentanea bassa produzione di latte per tornare all'allattamento esclusivo. Quando il bambino avrà ricominciato a prendere peso, si può cominciare a ridurre gradualmente la quantità di latte data in aggiunta (ad esempio, ogni giorno di 30 ml a poppata). Questo sistema è utilizzato anche dalle mamme che "riallattano", cioè che avevano smesso di allattare e che vogliono riprendere, o addirittura dalle madri adottive, infatti la stimolazione del seno data dalla suzione del bambino è in grado di indurre la lattazione anche nelle donne che non hanno partorito. La produzione di latte della mamma non è sufficiente e l'attacco del bambino non è corretto oppure il bambino è prematuro o rifiuta il seno In questo caso il D.A.S. non è utile, in quanto per usare il D.A.S. il bambino deve succhiare correttamente. Se il bambino non si attacca correttamente o per qualche ragione rifiuta il seno e serve quindi "rieducarlo" o se il bambino è prematuro o troppo debole per succhiare si può utilizzare l'alimentazione a dito. Come con il D.A.S., serve un tubicino e un contenitore in cui tenere il latte. La persona che somministra il latte, preferibilmente uno dei genitori, dovrà lavarsi accuratamente le mani e tagliare le unghie molto corte. Il tubicino dovrà essere allineato a una delle dita della mano del genitore, dal lato del palmo e poi il dito va messo nella bocca del bambino che inizierà a succhiare. Anche se non sembra, questo sistema è molto più simile all'allattamento al seno di quanto non lo sia il biberon. La mamma è uscita Se la mamma si deve assentare per un periodo di tempo durante il quale il bambino molto probabilmente avrà fame, la cosa migliore è avere da parte del latte materno spremuto (a mano o con il tiralatte). Se non è possibile e il bambino è ancora allattato esclusivamente al seno (sotto i sei mesi di età), l'unica alternativa è ricorrere a del latte artificiale correttamente preparato. Per dare il latte al bambino è sufficiente un bicchierino molto piccolo o un cucchiaino (ovviamente sterilizzati). In commercio esistono anche dei contenitori fatti apposta, che sono appunto dei bicchierini o anche una specie di cucchiaio con un serbatoio per non doverlo riempire ogni volta. Basta tenere il bambino in braccio e appoggiargli il bicchierino sulle labbra, di modo che il latte gli sfiori la lingua. Il bambino inizierà a leccare il latte come un gattino con la sua ciotola. La stessa cosa si può fare con un cucchiaino, è un po' più laborioso perché il cucchiaino contiene meno latte del bicchierino. Se il bambino ha già qualche mese si può usare un bicchiere con il beccuccio, di quelli fatti apposta per bambini. In molti paesi del mondo il biberon non esiste, e quando è necessario dare del latte a un neonato senza attaccarlo al seno si usano proprio dei piccoli recipienti. Ad esempio in India si usa il paladai, un contenitore simile a una lampada a olio, molto efficace per somministrare il latte ai bambini piccoli. Questi ultimi due sistemi (l'alimentazione a dito e il bicchierino) sono utili anche nei casi in cui la mamma non possa o non riesca ad attaccare al seno il bambino per alcuni giorni, ad esempio nel caso di ragadi molto dolorose o se è necessaria una sospensione temporanea dell'allattamento per qualche ragione. In ogni caso sarà necessario usare un tiralatte o spremere il latte manualmente, sia per mantenere la produzione sia per evitare ingorghi mammari. Quanto sopra è solo un breve accenno alle possibili alternative al biberon. Come avete visto le possibilità son diverse a seconda della situazione e nel famoso caso del "poco latte", non solo è possibile somministrare il latte senza creare confusione nella suzione, ma allo stesso tempo è possibile stimolare il seno a produrre più latte. Ed è anche possibile tornare all'allattamento esclusivo, una volta individuate le cause della produzione di latte non adeguata. Purtroppo nella maggior parte dei casi l'aggiunta viene data senza motivo, spesso su iniziativa degli stessi genitori a causa della sfiducia nelle capacità della mamma e nella qualità e quantità del suo latte. E anche quando viene prescritta dal pediatra, raramente viene data analizzando il motivo del "poco latte": solo capendone le cause sarà possibile attuare, in accordo con i genitori, una strategia per tornare all'allattamento esclusivo. In questo caso, quando l'aggiunta di latte artificiale è veramente necessaria, non sarà una "nemica" dell'allattamento, ma un valido aiuto per uscire da una situazione passeggera. Ipotizziamo che voi abbiate male ad una gamba e vi rivolgiate al pronto soccorso per questo motivo. Cosa pensereste se il medico, senza minimamente indagare sulle cause del dolore, vi prescrivesse delle stampelle come unica "cura", senza domandarsi se la gamba è rotta o se invece c'è uno strappo muscolare o una caviglia slogata? E magari vi dicesse "Eh, già, è un vero peccato, lei ha la sfortuna di non poter camminare"? Invece è perfettamente normale che il medico studi la vostra situazione per capire la causa del problema, e una volta scoperta la causa del dolore, il medico prescriverà in base alla situazione un'ingessatura, della fisioterapia, un farmaco o qualcos'altro. Magari serviranno anche le stampelle, ma solo per un certo periodo e con lo scopo di tornare a camminare con le proprie gambe. Perché non pretendere lo stesso anche per l'allattamento, che è altrettanto importante per la salute di mamma e bambino? In calce all'articolo troverete dei riferimenti per approfondire il tema e se dovete utilizzare questo strumenti è comunque consigliata la consulenza di una persona esperta in allattamento, specialmente le prime volte, dato che più o meno tutti abbiamo visto in vita nostra un biberon, ma queste alternative sono sconosciute ai più e quindi è probabile che all'inizio serva un po' di pratica. Del resto anche provando a dare un biberon a un bambino abituato al seno, molto probabilmente incontrerete il rifiuto del bambino. Però scommetto che nessuno vi dirà: "Su, dai, non insistere con il biberon...se non lo vuole prova a dargli il bicchierino!". Invece sono quasi certa che se proverete il bicchierino o il D.A.S., al primo intoppo ci sarà qualcuno che vi dirà: "Ma perché ti complichi la vita con queste cose? Usa il biberon!".
da www.bambinonaturale.it