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mercoledì 1 giugno 2016

Corpus Domini

Ero pochi giorni fa, la vigilia del Corpus Domini, nel luogo da dove è cominciata la mia serie interminabile di guai. 
Chi mi conosce sa che più volte sono stata a un passo dal rinchiudermi in casa come tanti altri prima di me, e che ancora oggi ne sono tentata: bene, proprio in quel momento avevo finito di sentire gli sproloqui della madre di uno che non ce l'ha fatta a resistere e dal 2010 vive isolato dal mondo. A sentire quella donna tutta contenta di come l'ha ridotto, che si scandalizzava dell'uno e dava del delinquente all'altro per il solo fatto di avere una vita, mi sono sentita sommersa da un senso di oppressione, un'angoscia nera molto simile a quella dei mie incubi e anche cacciare via quella pazza in malo modo non è servito a farmi sentire meglio.
Pochi minuti dopo, mentre stavo con le mani nei capelli in un misto di rabbia, paura, compassione e disgusto, vedo passare la processione del Corpus Domini, la più scalcinata che si possa immaginare: era al limite del ridicolo, sembrava uscita da un film di Manfredi, eppure in quel momento ho capito.
Ho capito che se Dio è dappertutto, non può non trovarsi anche lì;
che non esiste un paese "abbandonato da Dio", come si sente dire ogni tanto, casomai è la gente che ha abbandonato Lui;
che magari non vale proprio sempre, ma l'altro giorno in mezzo a quei quattro stonati, dentro all'ostia Gesù Cristo c'era davvero, checchè ne dicano i soliti professoroni, e che se decide di rendersi presente in un certo luogo non c'è scisma al mondo che glielo possa impedire.
A quel punto ho pensato solo questo: grazie Signore che non abbandoni il tuo popolo, per quanto possa essere perfido e infedele: grazie anche a voi don R. e don S., mie vecchie conoscenze, oggi uomini coraggiosi che tenete duro in mezzo a quell'inferno, dove ci sono cose che al confronto la mafia fa solo ridere; grazie in anticipo a chiunque mi aiuterà a tirare fuori di lì tanta gente innocente e normale, ma troppo debole per liberarsi da sè.
Tra meno di un mese mi metterò in coda a un'altra processione per un'altra solennità: a Torino si festeggia il Precursore, quello che gridava contro i suoi compaesani chiamandoli razza di vipere. Chissà da dove aveva preso quell'espressione, che ancora oggi fa il suo effetto e tutto sembra fuorchè presa dalla Bibbia: chissà se era già un proverbio o se l'aveva imparata da sua mamma, la mia seconda patrona da qualche anno a questa parte (per ora solo come pseudonimo, e in futuro sia quel che Dio vuole). Certo però che se lui si rivolgeva in quel modo alla gente d'Israele, mi immagino cosa non direbbe adesso alle vipere che infestano le province italiane.

giovedì 7 gennaio 2016

Parigi, un anno dopo

E' già passato un anno dalla sparatoria nella sede di Charlie Hebdo: allora non avevo una tastiera sottomano, ma confermo tutto quello che volevo dire.
Che se la siano cercata è un dato di fatto: abbiamo visto tutti quello che scrivevano e disegnavano, era una vera persecuzione che prima o poi doveva cessare, ma non così. Se invece di inventarsi il "diritto alla blasfemia" e altre simili idiozie (perchè anche questo ci è toccato ascoltare!) i magistrati avessero comminato loro delle condanne pecuniarie e non, adesso Charb e gli altri sarebbero in bancarotta, forse in prigione, ma vivi. Ho visto anch'io disegni e scritte del genere quando passavo davanti a un'aula occupata da una manica di figli di papà annoiati che si dichiaravano anarchici: li ho denunciati inutilmente e caricati di insulti, ma non li ho mai toccati con un dito perchè sta scritto: non praevalebunt. E' un Altro che ci deve pensare, con i suoi sistemi così diversi dalle nostre armi miserabili.
Pochi giorni dopo l'attentato ero davanti alla televisione, vidi per caso alcuni minuti di uno spettacolo di Benigni dei primi anni Ottanta: era una sfilza di bestemmie e volgarità urlate nello scantinato di non so quale bettola, roba da tapparsi le orecchie, non molto diversa dalle pagliacciate di Parigi. Un cambio di fotogramma e si vedeva lo stesso uomo trent'anni dopo, sereno e commosso, che leggeva l'ultimo canto del Paradiso ad un pubblico attento e numeroso davanti al Duomo di Firenze. E' ciò che il vescovo di Roma ha chiamato genialmente "la pazienza di Dio": magari anche per i vignettisti di Charlie Hebdo sarebbe stato lo stesso, magari non tutti ma almeno uno di loro sarebbe riuscito a cambiare, e invece non lo sapremo mai per colpa di questi vigliacchi che dicono di essere musulmani e non sanno nemmeno che il Corano parla di Allah al Rahman, Allah il Clemente, il Misericordioso.
Chi mi conosce bene sa quanto mi spavento ogni volta che la stampa viene colpita dalla guerra perchè con questi fanatici non si può mai sapere, se la prendono con chiunque non gli vada a genio, non solo con la satira, e anche chi non è superstizioso con la paura finisce per diventarlo. Dieci giorni dopo ero in città per delle piccole commissioni, entrando nella mia casa che era vuota da mesi trovai la mia penna di vetro per terra, spezzata in due. Abito al primo piano e certo sarà stato un caso, uno scossone del pullman per strada o un colpo troppo forte del portone, ma io che sono (quasi) incapace di piangere quella volta ho vomitato anche l'anima: sembrava davvero una maledizione, quello che provavo era paura allo stato puro non tanto per la mia vita, ma per un'altra vita che per me vale molto di più e che a differenza della sottoscritta firma sempre col suo vero nome. Per fortuna non era successo niente, erano solo i miei nervi che mi stavano facendo un brutto tiro, mi bastò uscire per strada e il panico svanì così come era arrivato e tornai alle mie beghe da quattro soldi con gente che ne fa di tutti i colori, truffa e odia e alza le mani ma se non altro posso dire che non spara.
Adesso, guardando le foto di tutta la redazione, senza farlo apposta mi sale alla mente un pensiero pagano: Signore Clemente e Misericordioso, a questi disgraziati cui è stato tolto il tempo di cambiare, dai un'altra possibilità, solamente per una volta fagli avere un'altra vita.

venerdì 18 dicembre 2015

L'anno della misericordia

Si fa presto a dire Misericordia, a inventarsi e diffondere una devozione ad hoc come se fosse qualcosa a sè stante, una variante cristiana della Fata Turchina. In realtà la misericordia di Dio ha i suoi agenti che il più delle volte non sanno di esserlo: passa attraverso tante mani.
Se penso al suo intervento nella mia vita mi vengono in mente tante persone: rivedo una delle mie maestre d'asilo, una vecchina dal velo nero che visse quasi cent'anni contro ogni previsione. Fu la seconda persona a trattarmi con l'affetto che ogni bambino dovrebbe avere (la prima era insana di mente).
Vedo tutti gli anni in cui ho vissuto come una sguattera e nessuno ha avuto compassione di me, e mi domando dove fosse andata a nascondersi quella Misericordia personificata di cui il vescovo di Roma parla tanto.
Però poi vedo anche le due liste opposte di studenti che mi hanno accolto anche se non ero dei "loro" quando ormai avevo perso ogni interesse e un po' per volta mi hanno riportato nel mondo dei vivi, forse senza rendersi neanche conto di quanto bene mi abbia fatto la loro compagnia.
Vedo quel signore della buona società che mi assunse cinque anni fa nel giorno di san Nicola (che penso proprio ci abbia messo le mani, perchè per quel lavoro ero la persona più negata di tutto il Piemonte) e che poi mi ha aiutato a studiare.
Adesso, dopo l'ennesimo annus horribilis di cui ormai ho perso il conto, il buon Dio mi ha voluto mandare due persone: la prima è una straniera dalla pazienza infinita che mi ha aiutato a riavere una vita normale e che a sua volta ha urgente bisogno di cure mediche; l'altro guida la lista che mancava sempre all'appello, quella di cui tutti parlavano male e a cui non era stato dato un solo metro quadro dove farsi conoscere e dimostrare la propria innocenza: solo ora scopro che quello doveva essere il mio posto da oltre dieci anni, guardo le mani della misericordia e vedo che stavolta somigliano alle mie, perchè tutto il bene che ho avuto ora lo posso restituire.

giovedì 17 aprile 2014

Secondo Ponzio Pilato

Qualche tempo fa mi capitò di vedere un film datato 1983 con Nino Manfredi in un ruolo che, a pensarci, non avrebbe potuto essere di nessun altro. Solo lui, che aveva osato rispondere con una battuta a un papa, poteva fare la parte di Ponzio Pilato senza scadere nel "peplum".
Pur essendo nata e cresciuta qua in Italia dove certe cose abbondano,non ho grande simpatia per le vie crucis e le immagini più o meno ben fatte della Pietà (ho già spiegato qui le mie ragioni). Quanto al film di Mel Gibson, lo trovo perfino un po' insulso. Qui invece, a parte un paio di anacronismi veniali, il regista e tutti gli attori devono essersi avvicinati molto alla realtà portando in scena un Gesù di Nazaret credibile, dal passo lento, gli occhi sereni e non patito per i molti digiuni, dato che dalla Scrittura ci risulta che ne abbia fatto uno solo:tutte le altre austerità e penitenze che costellano la storia del cristianesimo derivano dal pensiero greco che vedeva il corpo umano come un fardello ignobile, non certo da chi lo ha destinato alla vita eterna.
C'è voluto un bel coraggio, con una parte del genere nel film, a lasciar parlare come protagonista quell'altro, il burocrate e codardo per definizione. Già il titolo a prima vista poteva sembrare blasfemo, quando mai se avviene un delitto si va a intervistare l'omicida? eppure qualcuno l'aveva già fatto: le vicende del film non sono inventate ma tratte fedelmente da un blocco di testi apocrifi noto proprio come "ciclo di Pilato". Se uno lo legge a mente fredda non ci crede: tutti i dialoghi sembrano sconnessi, assemblati ad arte, è un resoconto che non convince. Ecco però che basta una cosa da niente perchè la scena di duemila anni riprenda vita: una cadenza familiare, un caldo da far ammattire, una sguattera senz'altra colpa se non di essere pettegola e ottusa che finisce ammazzata in una strage: nel film è quella del 70 dopo Cristo realmente accaduta, ma per tutti gli dei come si fa, bisogna proprio essere di pietra, a non restare di colpo senza fiato e fare finta che sia solo storia antica.
Sulla fine di Pilato gli apocrifi non sono chiari: alcuni dicono che si suicidò, altri che morì in un incidente, altri che fu decapitato. Luigi Magni ha voluto seguire quest'ultima versione lasciando in vita la moglie Claudia per farne, genialmente, la prima santa tra i divorziati e mostrando il governatore per come probabilmente è stato: convinto dall'evidenza, ma vigliacco fino alla fine.

mercoledì 22 gennaio 2014

Sobornost: una scalata in compagnia

Per molti anni, recitando il credo cattolico, l'affermazione "credo la chiesa" era l'unica che mi potesse veramente colpire. Nella grandissima presunzione che allora mi dominava, guardavo con aria di sufficienza la gente semplice che si affidava alla Provvidenza e invocava con affetto l'uno o l'altro santo patrono. Per me le immagini dei santi, al pari di ogni altra cosa sacra, non erano altro che un segnale di appartenenza a una forma di potere ben radicata e indistruttibile che faceva capo alla curia romana. Anche quando scelsi un'associazione parrocchiale la vedevo solo come il primo gradino di una lunga carriera e non mi importava realmente nè della gente del quartiere, nè tantomeno della patrona.
Anche quando, grazie a Dio, mutai vita, per molto tempo non riuscii a comprendere il sesnso della venerazione dei santi fino ad un giorno del 2009: non un "bel giorno", nè più brutto degli altri, ma senza dubbio bizzarro. Ero in un paese di provincia, costretta all'isolamento contro la mia volontà, senza poter comunicare con nessuno e senza avere, del resto, nulla da dire. Per fortuna c'erano in quella casa dei vecchi libri di storia dell'arte, così mi misi a sfogliarli e quando arrivai al capitolo sul gotico, davanti a un'immagine dell'Annunciazione, mi ritrovai stampato nella mente non un concetto, ma piuttosto uno stile di vita che rientrava in questa definizione: amici di s. Gabriele Arcangelo. Sul momento ho temuto che trovarmi rinchiusa in quel modo mi avesse dato alla testa, eppure quella mia intuizione aveva un senso compiuto ed era anche utile al prossimo.
Fu così che aprii questo blog e man mano che gli davo forma trovavo delle figure di santi da collegare, non più come una bandiera nè con quelle devozioni esagitate che si vedono spesso nei paesi e che mi hanno sempre messo a disagio, ma come ritratti di amici e parenti fotografati nella loro vita quotidiana. In una parola, tutto nel mio sito si doveva svolgere all'insegna dell'amicizia e del buonsenso perchè quello voleva dire "credo la comunione dei santi", ciò che in russo si chiama sobornost: un senso di compagnia molto semplice che non ha nulla a che spartire col "barocco", non solo artistico, tanto diffuso nella chiesa cattolica. E' la stessa impressione che anima il libro che sto curando su una pagina censurata della storia italiana: stavolta non ci sono di mezzo gli angeli, solo un piccolo esercito di uomini coraggiosi, ma il senso di amicizia è lo stesso tra due generazioni distanti che attraverso un libro si tendono la mano. Quei ragazzi avevano i loro eccessi e i loro peccati anche violenti, nessuno li definirebbe dei santi, richiamano casomai alla mente una lunga vecchissima storia, quella della caduta di un'anima smarrita e sola che si capovolge poi in una scalata in compagnia:

"ma fu detto: a ma destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva."

giovedì 30 maggio 2013

Come vadìa il cielo

Navigando in Rete alla ricerca di contenuti per questo blog ogni tanto finisco su qualche sito, per lo più cattolico, dove si dicono peste e corna sulle medicine alternative e si invitano i pazienti a confessarsi o perfino ad andare dall'esorcista. Certo mi è già capitato di leggere che qualche ricercatore, per lo più agnostico, confonda il prana con lo Spirito Santo e l'intuito con il dono della profezia, e chi ha un basso grado di istruzione rischia di prendere per buone certe castronerie: è un po' più preoccupante che anche dei pastori di anime non sappiano distinguere le cose e finiscano per gettare via il bambino con l'acqua sporca. Per chiarirsi le idee non serve un diploma in teologia, basta il Credo: Dio è uno solo in tre persone, tutte le altre "cose invisibili" sono creature con diversi gradi di coscienza e vanno trattate come tali. Tanto per rendere l'idea:
- l'energia non è lo Spirito Santo;
- di conseguenza non si invoca l'energia, ma ci si concentra per farla scorrere meglio;
- i deva non sono angeli e gli archetipi non sono dèi;
- il campo quantico non è "la mente di Dio";
- i trattamenti reiki non sono magia, non più di una radiografia o un bombardamento a ultrasuoni;
-... e via blaterando.
A leggere certe cose sembra di essere rimasti al Rinascimento, quando si prendeva come un articolo di fede che il sole girasse intorno alla Terra, le autopsie erano vietate e ci si chiedeva se gli indios avessero o meno un'anima. L'unica differenza è che oggi ai somari con la tonaca (non tutti, per carità) si sono aggiunti quelli in borghese: nessuno finisce più al rogo, ma la querela è sempre dietro l'angolo e lo Stato che fa mille difficoltà agli operatori olistici è lo stesso che poi autorizza gli esperimenti su povere bestie inermi per testare magari uno sciroppo per la tosse.
L'ultima perla di saggezza è una sentenza recente in cui si dice che un embrione quiescente sotto azoto liquido, perduto per un guasto elettrico, non può essere considerato un essere umano: e allora cos'è, un vaso di petunie? Ognuno può capire come si possa parlare di ricerca con una classe dirigente che ragiona in questo modo. Sarebbe bastata una spettrografia Kirlian sui superstiti per osservare che il loro campo eterico aveva un "di più" rispetto alla semplice somma delle vibrazioni emesse dai genitori biologici. Ciò non significa che sia la vibrazione a dare la vita, casomai la dimostra, ma per il giudice sarebbe stato sufficiente per dire che i corpi in quello stadio sono individui a sè stanti e non semplici campioni istologici.
Grazie agli studi del prof. Eerwin Laszlo, oggi sappiamo che quella particolare frequenza proviene dal campo quantico, il contenitore cosmico di tutta la materia e l'energia conosciute, ma non possiamo sapere con certezza come ha fatto a finirci dentro, perchè non è quello il compito della scienza. Come tentava di spiegare Galileo già nel 1615, " le Scritture Sante dicon di come si vadìa al cielo, non come vadìa il cielo"

giovedì 14 febbraio 2013

Libera nos a malo

Sarei curiosa di sapere chi ha tradotto per primo questa frase con "liberaci dal male", e per una volta l'ultimo concilio non ne ha colpa dato che la stessa versione si trova già in alcuni libretti di devozione popolare diffusi nell'Ottocento. Il fatto che un simile strafalcione da prima liceo non sia mai stato corretto mi richiama alla mente un uomo quasi centenario, pubblico peccatore ma con la testa molto meno confusa di tanti teologi, che diceva più o meno così: a pensar male si fa peccato... però ci si azzecca quasi sempre.


Chiunque maneggia dei libri sa che la traduzione migliore è sempre quella presa dall'originale: per i testi sacri è la versione greca, di cui personalmente non capisco una parola ma se tutti i Paesi che si basano sul testo greco parlano di "Maligno", perchè alle nostre latitudini si insegna da centinaia di anni una cosa diversa? Viene il dubbio che la mania del politicamente corretto abbia contagiato per primi i luoghi sacri, al punto da far censurare un nome inquietante che poteva sconfinare nella superstizione e sostituirlo con un generico "male" che può indicare tutto e il contrario di tutto. Ora i cristiani di lingua latina non sono meno intelligenti di quelli slavi, per cui avrebbero capito anche loro le parole originali del Cristo, se solo il parroco di turno avesse spiegato i fatti anzichè sommergere il popolo di chiacchiere... (lo stesso vale per la più celebre invocazione alla Madonna: quando mai una mamma ha un bambino che cresce nel seno? morirebbero tutt'e due per asfissia, non ci vuole un chirurgo per arrivarci...)

E' possibile allora che lo sbaglio non sia dovuto a reticenza, ma a ignoranza bell'e buona? Nel Vangelo infatti sta scritto: "Perchè mi interroghi su ciò che è buono? uno solo è il Buono", così come il suo opposto. Se ancora oggi i teologi discutono sul bene e sul male, è perchè si comportano come tutti gli accademici: confrontano opinioni, teorie, ipotesi... mentre il punto di partenza (in questo caso la Scrittura) rimane su uno scaffale a coprirsi di polvere.

Trasformare uno spirito ben identificato in un concetto morale è il primo passo per spostare il baricentro dala fede alla logica, e chi crede che sia un progresso sta solo lasciando campo libero al Maligno, che può agire indisturbato perchè non c'è nessuno che fa caso alla sua presenza. Pregare nel modo corretto è come curare una malattia: se diciamo "liberaci dal male" ci accontentiamo di trattare i sintomi fino alla prossima fase acuta, ma se chiediamo di essere liberati dal Maligno è possibile sradicare la causa del male.

mercoledì 16 gennaio 2013

Unioni civili e corti barbare

Il tema è di quelli che scottano: gay sì o gay no? le teste d’uovo della cassazione stavolta ci hanno azzeccato o hanno tirato fuori l’ennesima boutade? Metà e metà, secondo il mio debole parere.


Da un lato dico per esperienza che per un bambino qualsiasi persona anche bizzarra, ma pacifica, è meglio di un papà che alza le mani. Dall’altro non c’è bisogno di essere Freud per vedere che in questo caso le tendenze omosessuali della signora non sono innate, ma sono piuttosto una reazione di rifiuto dell’intero genere maschile e che uno squilibrio emotivo, di natura sessuale o no, non è certo la condizione ideale per educare i propri figli (in questo libro ho illustrato i potenziali danni: http://laboheme.altervista.org/ebook.html).

Quello che i magistrati e tutti i chiacchieroni di destra e di sinistra continuano a ignorare è che i parenti o sono amati, o non sono parenti e non ha senso tenere in piedi un legame che è solo di sangue. Il mondo è pieno di fratelli che non si parlano da vent’anni, di separati in casa che sperano di diventare presto vedovi, di poveri diavoli che hanno rinunciato ad una loro famiglia perchè gli era stato sbolognato l’infermo di turno senza che avessero la minima attitudine da crocerossine. E’ cosiì terribile l’idea di siogliere questi legami non voluti in maniera ragionevole, a colpi di carte bollate e non più di coltello e senza mandare nessuno al repartino?

Tornando al caso di cronaca, questo bambino probabilmente non amerà nessuno dei due, ma tra quarant’anni si troverà sulle spalle l’obbligo di assistenza verso entrambi. E’ questa la famiglia in cui i giudici e i politici credono? Non è che la questione delle coppie gay sia solo usata come un paravento per nascondere la loro confusione mentale?
Si parla tanto di convivenza more uxorio, ma esistono anche persone di ogni età che si sono sempre amate come fratelli e onn possono essere riconosciute come tali perchè la legge prevede l’adozione solo a titolo di figli e solo con almeno diciott’anni di differenza. Se ad uno di loro capitasse qualcosa gli altri non potrebbero prendersi cura di lui e dovrebbero cedere il passo a dei parenti legittimi che magari non si sono mai visti prima e non si conoscono: idem per le successioni. Quando qualche genio tira in campo il cristianesimo per giustificare e prolungare questo stato di cose, gli metterei di fronte il ricordo di quella formidabile coppia di amici fraterni che vivevano ad Assisi e proprio in nome della loro fede piantarono in asso casa, famiglia, titolo e bottega: si arrangiassero tutti quanti.

Per rendere l’idea, e perchè non mi si scambi per una misantropa furiosa, se questo fosse un paese civile io mi chiamerei veramente Elisabetta Spada, da anni figlia di N.N. ma con alcuni fratelli adottivi, e vivrei con l’unica persona sulla terra cui ho mai voluto dedicare tutta la vita e che dividerei con altre mille senza batter ciglio, pur di essergli vicino.

martedì 15 novembre 2011

Santa Pazienza: due parole sul nostro Paese

La notizia è fresca di giornata (il fatto un po' meno, pare che siano passate alcune settimane): mentre mi reco, come ogni giorno, all'ufficio che pazientemente mi sopporta da quasi un anno e ospita le mie attività benchè abbiano poco o nulla a che fare col suo ambito professionale, incrocio una locandina de La Stampa che annuncia l'ennesima boutade del sistema giudiziario italiano: una traduttrice musulmana che collabora con il tribunale di Torino sarebbe stata espulsa dall'aula con l'accusa gravissima di aver assistito all'udienza a capo coperto, in palese violazione della legge vigente, e per di più di aver commesso l'increscioso reato alla presenza di un giudice.
La prima reazione è stata secondo la logica: "Riecco un altro episodio di razzismo", a metà tra lo sbadiglio e il levare gli occhi al cielo invocando la Santa Pazienza, ormai eletta di fatto come nuova patrona d'Italia.

Arrivo in ufficio pronta a rifare per la millesima volta il predicozzo sul velo come simbolo di protezione che spesso non è accompagnato dai fatti (nessuno si chiede perchè la signora debba tutti i giorni tapinare fino in tribunale anzichè dedicarsi alla propria famiglia, come vorrebbe il Corano, la Bibbia e il semplice laicissimo buonsenso?), sul perchè a nessuna monaca cattolica è mai stato rimproverato l'uso del velo neanche da parte delle toghe rosse più agguerrite, sulle Lettere di San Paolo, sul bla, bla e ancora bla.

Trovo la versione integrale dell'articolo e scopro che la realtà è ben diversa: non di razzismo si tratta, ma di ottusità bell'e buona. Il giudice Giuseppe Casalbore, erroneamente indicato da La Stampa come pm quando in realtà è giudice ed è il presidente della prima sezione penale, ha dichiarato di aver semplicemente voluto applicare la legge, e poichè le disgrazie non vengono mai da sole gli fa eco l'avvocato di parte civile, donna e per di più presidente di un centro interculturale; cito testualmente il quotidiano perchè i fatti parlino da soli:

"Il legale pone l’accento sul decoro dovuto in aula e sceglie l’esempio delle «giovani colleghe giustamente sanzionate quando d’estate si presentano nelle aule in abiti non consoni»."

Abiti non consoni??? Ma perchè sotto al velo era in mutande questa qua???

Zittisco la parte del mio cervello che ancora ragiona in monferrino stretto e vorrebbe ripetere per telefono al tribunale la frase di cui sopra. La zittisco perchè il punto è un altro: ho assistito di persona al tipo di lezioni che frequentano i futuri avvocati e magistrati, alcune delle quali tenute dallo stesso Casalbore che se non altro aveva un minimo di verve e mi evitava di sprofondare nel sonno, e garantisco a chiunque che sia la massa di materiale da studiare a tempi di record, sia l'assenza totale di metodo, sembrano fatti apposta per rincitrullire anche gli studenti più brillanti. Tanto per dare l'idea, la prima settimana di lezione consisteva nel sorbirsi quattro ore filate di spiegazioni su come si accende un computer, come si maneggia una tastiera o un mouse, come si elabora un testo Word... spiegazioni date ad una generazione che è cresciuta a pane e videogiochi.

Non li si può neanche accusare di sadismo intellettuale, perchè anche coloro che insegnano a loro volta sono già stati cotti a puntino, e ragionano così anche nella vita professionale. Se sta scritto che i magistrati sono soggetti solo alla legge, ciò significa che tutto ciò che non è legge deve essere ignorato;tutto, anche il lume della ragione. Dei vari relatori che avevano tenuto le lezioni, uno solo sembrava essere guidato non solo dai codici ma anche da un senso morale e da una certa libertà di pensiero: era un docente emerito molto anziano, che doveva aver studiato nell'immediato dopoguerra, quando la costituzione e la repubblica erano cose cui molta gente credeva, uno di quegli uomini di legge fatti sullo stampo di uno Scalfaro o di un Einaudi, moralisti fino all'impossibile, ma in buona fede e convinti del proprio mestiere. Tutti gli altri erano una massa grigiastra, e se mai vi era stato in loro una qualche convinzione, ormai non ne restava la minima traccia.

Tali sono i personaggi che dovrebbero fare da maestri ai futuri magistrati, e tali diventeranno i loro allievi, se non smettono subito. Quanto a me, che non ho mai creduto a certe frottole, ringrazio il Padreterno di avermi tolto in tempo da quella galera.

Altro che hijab, islam, cristianesimo e costituzione: qui l'unico velo da stendere è quello pietoso.


PS: come ha giustamente ricordato il presidente del tribunale, l'obbligo di assistere all'udienza a capo scoperto è previsto per il processo civile, non per quello penale dove di solito i problemi disciplinari sono ben altri. Quindi Casalbore, oltre a passare per razzista, ha anche commesso una gaffe clamorosa.