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giovedì 2 maggio 2013

Sono bambini, non sono cretini

Vicino a casa mia c'è una grossa libreria religiosa il cui titolare è uno zuccone perchè, pur sapendo benissimo che esistono opere di valore ed esiste anche un pubblico che le cerca, continua a riempire quasi tutti i suoi scaffali con volumetti di scarso contenuto, lasciando quei pochi libri che valgono la pena di essere comprati in un angolo vicino allo sgabuzzino. I titoli per ragazzi poi fanno cascare le braccia: libretti della Messa che da oltre quarant'anni propongono le solite canzonette simil-gospel, errori di traduzione da prima liceo, tagli politicamente corretti sulle pagine più dure della Scritura (poi non lamentiamoci se contro i ficcanasi e gli invidiosi di turno la gente si rivolge alla stregoneria). Come se non bastasse, nel Paese di Masaccio e di Cimabue gli editori non riescono a trovare illustrazioni che non siano angioletti naif o scene bibliche disegnate a fumetto.
Io li ho scoperti molto tardi perchè vent'anni fa ero atea, e con delle basi del genere forse sarei diventata pure laicista. Se oggi sono all'opposto, lo devo a una nonna senza troppa istruzione ma con le idee chiare, che aveva in casa dei libretti di devozione popolare scritti tra Ottocento e Novecento, e poichè non ci vedeva più tanto bene mi chiedeva di leggerle a voce alta qualche brano in latino, spiegandomelo poi in dialetto. Ora io non credo di essere un genio, ma neanche di aver bisogno di libretti per capire un rito che, proprio perchè sacro, sfugge ad ogni spiegazione: o si crede, o non si crede, si possono anche avere dubbi ma è l'esperienza che li chiarisce, non certo un manuale.
Questo vale a tutte le età, basti pensare a tanti che a causa della loro fede hanno perso la vita: Tarcisio, Agnese, Filoteia... tutti ragazzini, che forse non avevano mai imparato a leggere ma sapevano bene cosa era la Verità e cosa no. Anche senza scomodare i santi, fino a cinquant'anni fa i ragazzi, almeno in Italia, iniziavano il seminario intorno ai dieci anni, e se loro imparavano a dire la Messa in latino, perchè mai quelli di oggi non dovrebbero essere capaci ad ascoltarla in italiano?
Fino a prova contraria, i nati di questo secolo non sono stati tutti colpiti da un fulmine, e allora perchè trattarli come dei rimbambiti? La realtà è che i bambini sono molto più intelligenti di quanto si pensa, hanno solo bisogno delle condizioni adatte per dimostrarlo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Unioni civili e corti barbare

Il tema è di quelli che scottano: gay sì o gay no? le teste d’uovo della cassazione stavolta ci hanno azzeccato o hanno tirato fuori l’ennesima boutade? Metà e metà, secondo il mio debole parere.


Da un lato dico per esperienza che per un bambino qualsiasi persona anche bizzarra, ma pacifica, è meglio di un papà che alza le mani. Dall’altro non c’è bisogno di essere Freud per vedere che in questo caso le tendenze omosessuali della signora non sono innate, ma sono piuttosto una reazione di rifiuto dell’intero genere maschile e che uno squilibrio emotivo, di natura sessuale o no, non è certo la condizione ideale per educare i propri figli (in questo libro ho illustrato i potenziali danni: http://laboheme.altervista.org/ebook.html).

Quello che i magistrati e tutti i chiacchieroni di destra e di sinistra continuano a ignorare è che i parenti o sono amati, o non sono parenti e non ha senso tenere in piedi un legame che è solo di sangue. Il mondo è pieno di fratelli che non si parlano da vent’anni, di separati in casa che sperano di diventare presto vedovi, di poveri diavoli che hanno rinunciato ad una loro famiglia perchè gli era stato sbolognato l’infermo di turno senza che avessero la minima attitudine da crocerossine. E’ cosiì terribile l’idea di siogliere questi legami non voluti in maniera ragionevole, a colpi di carte bollate e non più di coltello e senza mandare nessuno al repartino?

Tornando al caso di cronaca, questo bambino probabilmente non amerà nessuno dei due, ma tra quarant’anni si troverà sulle spalle l’obbligo di assistenza verso entrambi. E’ questa la famiglia in cui i giudici e i politici credono? Non è che la questione delle coppie gay sia solo usata come un paravento per nascondere la loro confusione mentale?
Si parla tanto di convivenza more uxorio, ma esistono anche persone di ogni età che si sono sempre amate come fratelli e onn possono essere riconosciute come tali perchè la legge prevede l’adozione solo a titolo di figli e solo con almeno diciott’anni di differenza. Se ad uno di loro capitasse qualcosa gli altri non potrebbero prendersi cura di lui e dovrebbero cedere il passo a dei parenti legittimi che magari non si sono mai visti prima e non si conoscono: idem per le successioni. Quando qualche genio tira in campo il cristianesimo per giustificare e prolungare questo stato di cose, gli metterei di fronte il ricordo di quella formidabile coppia di amici fraterni che vivevano ad Assisi e proprio in nome della loro fede piantarono in asso casa, famiglia, titolo e bottega: si arrangiassero tutti quanti.

Per rendere l’idea, e perchè non mi si scambi per una misantropa furiosa, se questo fosse un paese civile io mi chiamerei veramente Elisabetta Spada, da anni figlia di N.N. ma con alcuni fratelli adottivi, e vivrei con l’unica persona sulla terra cui ho mai voluto dedicare tutta la vita e che dividerei con altre mille senza batter ciglio, pur di essergli vicino.

giovedì 15 novembre 2012

Un anno di assenza

Se mai qualcuno avesse sentito la mancanza di questo blog, si tranquillizzi: non sono stata impedita da qualche brutto male, non ho chiuso bottega nè tantomeno sono tornata all'ateismo della mia infanzia: semplicemente ho studiato. Mi sono specializzata nella cura del bambino e della persona in genere, proprio per mettere in pratica ciò che sto catalogando da tre anni su queste pagine. Il primo risultato è stata la mia tesi, che sarà presto disponibile su www.laboheme.altervista.org.
Il secondo è un corso sull'istruzione a domicilio, rivolto a genitori di madrelingua italiana che abbiano terminato le scuole superiori, o a chiunque abbia studiato nel campo pedagogico per venire incontro anche alle famiglie che non possono insegnare da sè ai propri figli.
L'istruzione parentale, nota come homeschooling, è la possibilità per i genitori di diventare essi stessi gli insengnanti dei propri figli. Nato per i bambini con problemi di salute, o per i bambini che abitano in luoghi isolati, questo sistema si è poi diffuso alle famiglie che vogliono adottare un metodo particolare ma non possono iscrivere i figli alle rispettive scuole perchè troppo costose e/o troppo distanti.
Oggi l'istruzione a domicilio viene proposta da La Boheme in un'ottica di formazione alla vita domestica per bambini e adulti, di sviluppo delle abilità manuali e del ragionamento empirico, ma soprattutto di educazione alla cura di sè e degli altri poichè ogni bimbo viene seguito personalmente e rispettato nei suoi ritmi, veloci o lenti che siano.
Il corso si terrà a Torino all'Educatorio della Provvidenza in corso Trento 13 dal prossimo gennaio con un minimo di 15 iscritti.
Per informazioni: laboheme@altervista.org

mercoledì 18 maggio 2011

“Metodo Estivill”, nessun valore scientifico e minaccia per lo sviluppo affettivo dei bambini

C’è un enorme equivoco circa l’efficacia e la validità scientifica del cosiddetto “metodo Estivill” illustrato nel (troppo) famoso libretto “Fate la nanna” edito nel 1999 da Mandragora (1). Gli autori si rifanno ad un metodo noto da più di un secolo che mira a far estinguere comportamenti ritenuti non desiderabili.
I risvegli notturni dei bambini dai sei mesi in poi rientrerebbero tra questi comportamenti e i genitori dovrebbero applicare questo metodo per assicurare a se stessi e ai propri neonati notti intere senza risvegli.
È quantomeno curioso notare come in fondo al libro in questione non ci sia neanche un rigo di bibliografia e come dalla sua pubblicazione ad oggi gli autori non abbiano pubblicato neanche uno studio scientifico sull’applicazione del “loro” metodo.
Al contrario, autorevoli associazioni mondiali hanno prodotto documenti ufficiali in cui si mette in guardia dai possibili rischi collegati a questo metodo. Vediamone alcuni:
Esiste una nota pubblicata dall’Associazione Australiana per la Salute Mentale Infantile (2) (AAIMHI) sugli effetti dannosi del lasciar piangere i bambini durante l’addormentamento o ai loro risvegli. L’articolo in questione si riferisce al pianto associato al sonno e ai metodi che pretendono di far dormire i bambini utilizzando l’estinzione graduale, cioè una tecnica comportamentale diretta a modificare i comportamenti considerati patogeni.
Il pianto, quindi, rientrerebbe tra questi comportamenti indesiderati e modificabili attraverso apprendimenti che gradualmente lo renderebbero inutile. Infatti è proprio questo che i metodi in questione provocano: non che il bambino non si svegli, bensì che non usi più il pianto per richiamare il genitore in caso di necessità.
La nota dell’AAIMHI afferma che:
- Il pianto dei bambini è sempre un’indicazione di stress o di disagio emotivo. Non rispondere al pianto dei bambini (ovvero evitare di confortarli) insegna ai bambini a non cercare conforto emotivo quando sono in una situazione di disagio. Questo vuol dire che perdono fiducia nelle figure parentali e nella relazione che si instaura con loro.
- Intorno ai sei mesi di vita i bambini sperimentano l’ansia da separazione. Questo vuol dire che devono elaborare il concetto che se la madre (o altra figura parentale di riferimento) si allontana poi ritornerà e loro non verranno lasciati soli. Questo processo di elaborazione può durare diversi mesi, ma è essenziale per il loro equilibrio anche in età adulta.
- I bambini normalmente hanno bisogno dei genitori per essere confortati di notte fin circa ai tre/quattro anni (alcuni prima, altri dopo, dipenderà dal bambino) e questo non può essere etichettato come disturbo del sonno.
- I bambini svilupperanno un attaccamento più sicuro quanto più la loro richiesta di conforto e rassicurazione verrà soddisfatta dai genitori, sia di giorno che di notte.
- Per un genitore sentire il proprio figlio che piange in maniera incontrollata e non intervenire per calmarlo e rassicurarlo è una grossa fonte di stress.
Da un punto di vista psicologico, il pianto ignorato rappresenta una mancanza di efficacia del segnale che i bambini da sempre utilizzano per comunicare coi propri genitori o con chi si prende cura di loro, e può creare in loro sensazioni di inadeguatezza circa la propria capacità di esprimere paure e disagi, ricevendone regolazione emotiva dall’adulto.
A questo proposito la psicologa Sue Gerhardt (3) illustra l’effetto che il pianto prolungato dei bambini ha sul loro sistema endocrino: “l’essere costantemente ignorati quando si piange è particolarmente pericoloso perché alti livelli di cortisolo (un ormone prodotto in situazioni di stress) nei primi mesi possono anche incidere sullo sviluppo di altri sistemi di neurotrasmettitori i cui percorsi devono ancora essere stabiliti. Essi sono ancora immaturi e non pienamente sviluppati persino dopo lo svezzamento. Infatti il ritmo normale di produzione di cortisolo ha un picco la mattina al risveglio e ci vuole quasi tutta la prima infanzia (fino ai 4 anni circa) per stabilire un andamento adulto della quantità di cortisolo, alta la mattina e bassa la sera”.
Inoltre, sempre la stessa autrice fa notare come: “si è scoperto che coloro che hanno avuto un costante contatto fisico, sono stati spesso tenuti in braccio e hanno ricevuto molta attenzione durante la prima infanzia, da adulti hanno un’abbondanza di recettori del cortisolo. Ciò significa che possono facilmente gestire lo stress.”
Anche le ricerche di Prescott (4), neuropsicologo americano, effettuate su 49 culture del mondo, hanno dimostrato come esista una correlazione tra soddisfazione del bisogno del contatto da piccoli e aggressività da adulti. Questo autore evidenzia quanto minori sono le espressioni tattili di un popolo come abitudine di accudimento dei bambini, maggiori sono i tassi di aggressività degli adulti. Questo dimostra come sia la cultura di appartenenza che condiziona le modalità di accudimento dei bambini, in quanto i loro bisogni sono sempre gli stessi.
Anche l’ACP (Associazione Culturale Pediatri italiana) si è espressa a sfavore del metodo dell’estinzione graduale (5) concludendo che questo metodo è efficace a breve ma non a lungo termine. Inoltre concorda con la posizione appena esposta dell’AAIMHI circa le possibili conseguenze psicologiche negative.
Alcune ricerche americane affermano che stress protratti nei bambini possono addirittura provocare danni cerebrali (6).
Anche la psicologa inglese Margot Sunderland (7) direttrice del Center for Child Mental Health di Londra mette in guardia dai possibili danni neurologici che possono riscontrarsi in bambini costretti a piangere a lungo. Questa autrice parla proprio del ruolo dell’accudimento genitoriale in relazione alla crescita e allo sviluppo dell’architettura cerebrale dei neonati e dei bambini.
In conclusione, siamo davanti ad una operazione commerciale molto ben riuscita ma priva di valore scientifico e per giunta non scevra di gravi rischi per i nostri bambini.I lettori comprano, regalano e utilizzano questo libro pensando di risolvere un falso problema in quanto i risvegli notturni dei bambini fino circa al terzo anno di età rientrano nel normale sviluppo fisiologico delle loro cellule nervose (8).
Purtroppo i rischi correlati a questo metodo circa lo sviluppo affettivo dei bambini non sono sufficientemente noti alla maggior parte dei genitori e degli operatori che lo consigliano.
Il bisogno di contatto e di rassicurazione dei bambini non va mai ignorato né di giorno, né di notte, solo così avremo bambini oggi e adulti domani capaci di dare valore agli aspetti legati al mondo affettivo degli esseri umani.
Alessandra Bortolotti

lunedì 16 maggio 2011

Piccoli robot

Nasce un bambino. Nella migliore delle ipotesi viene al mondo con un parto spontaneo (chiamarlo “naturale” è troppo, per me) e la mamma lo accudisce con affetto. A casa, chilometri di stoffe e chili di tessuto semiplastificato, assorbente e sbiancato (si legga “pannolino usa e getta”) lo attendono con ansia per avvolgerlo teneramente nelle lunghe ore che dovrà trascorrere nella culla.
Se ha avuto la fortuna di nascere da una madre che ha potuto frequentare un corso di accompagnamento alla nascita e alla quale è stato concesso il lusso di potersi permettere d’informarsi sul tipo di educazione che desidera dare a suo figlio e se viene accolto in un ospedale dove i sanitari hanno potuto formarsi in un certo modo approfondendo non solo la materia che debbono acquisire per rispettare un profilo professionale, ma hanno scelto anche di approfondire determinati argomenti (parto naturale, allattamento al seno… tutti argomenti la cui comprensione risulta molto ostica a ciò che vediamo nelle nostre cliniche), forse questa creatura (che, ricordiamolo, non pretende nulla se non l’amore dei genitori) riceverà del latte materno.
Ma se la madre ha dovuto lavorare sino alle prime contrazioni, non ha ricevuto suggerimenti sui testi giusti ma ha dovuto solamente sfogliare qualche terribile lettura i cui autori sono il sensibilissimo Estivill o l’autorevole e plurilaureata “tata” Lucia (ancor meglio se ha letto entrambi), possiamo calcolare che la madre vivrà le prime settimane di allattamento imponendo al proprio figlio (neonato) una sfilza di regole alla Full Metal Jacket di kubrickiana memoria. Il pargolo dovrà:
* mangiare a orari
* dormire a orari
* dormire da solo
* iniziare l’assaggio di frutta in omogenizzato a tre mesi e le
pappine di pollo a sei
* fare a meno della mamma a causa di una legge sulla maternità che obbliga la donna a rientrare molto presto sul posto di lavoro
* imparare a stare con chiunque: nonne, zie, tate…
* crescere esponenzialente secondo le tabelle di crescita del pediatra
* subire TUTTI (e dico tutti) i vaccini
* guarire dalle infezioni nel tempo più veloce possibile
Ottimo. Mettiamo il caso che questo portento di figliolo esegua tutto quello che è elencato prima. Come in un film, vediamo il protagonista crescere secondo le regole dettate dal costume odierno: ci si veste come detta la moda, si guarda la tivù, si viaggia su internet, si riceve il gameboy, si fanno 4 attività extrascolastiche (compresa la Catechesi Cattolica anche se alla Messa non si va, ma tutti lo fanno e allora bisogna farlo: vorrai mica non sposarti in Chiesa senza bombonierecenalussuosavacanzeaiCaraibi, no?) e si mangiano tanti kinder.
Poi, improvvisamente e quasi in sordina, eccola lì: la PUBERTA’: ormoni che girano come pazzi nel circolo sanguigno e milioni di imput sessuali, erotici e pornografici che la nostra tivù (che tutto ci spiega, che a tutto provvede) propina al nostro Eroe. Ci pensa lei insieme a inetrnet a spegare al Nostro, come si fa. Se l’Eroe è maschio dovrà avere determinate caratteristiche: bello, alla moda, intelligente q.b. (come la quantità di sale nelle ricette del pane) e pieno di gadgets.
Se è femmina sarà: bella, alla moda, non troppo intelligente (altrimenti come fa a diventare velina?), provvista di french manicure e piercing all’ombelico. Per entrambi, ovviamente: cellulare, computer, motorino e soprattutto vestiti.
Ma… C’è un ma nella nostra tragicomica vicenda. Succede, infatti, che le medesime fonti che i genitori sfruttano per capire come deve comportarsi un bravo genitore e come deve essere un bravo figliolo (di solito sono testi che hanno titoli che sfruttano la seconda persona plurale, come “Fate i bravi”, “Fate la nanna”… o show televisivi dove una persona dice ai genitori cosa fare), ammoniscano i diligenti genitori sull’importanza che ha, per il proprio figlio e per la propria figlia, lo sviluppo di una personalità equilibrata e soggettiva.
Si dilungano, le fonti educative, sui danni della televisione, dei videogiochi e della moda. Propinano video angoscianti sui rischi dell’omologazione che la società dà ai giovani e sui rischi che si fanno correre ai figli, facendoli possedere un motorino o una macchina.
Attenzione, perchè la situazione è delicata e non risalta subito la realtà dei fatti: prima il bambino cresce con un susseguirsi di doveri ai quali i genitori lo obbligano. Cosa accade alla personalità di un bambino quando ogni suo desiderio, bisogno, richiesta, è pilotata, guidata o tacciata di non essere quella giusta?
Immaginiamo il nostro neonato: ha bisogno di stare con la mamma, del suo seno (chiamarla col suo nome è troppo forte? si può dire “mammella” in tivù, signori del palinsesto?) e del contatto. No: “tata” Maria sa meglio di lui di cosa ha bisogno! “Tata” Giuditta sciorina conoscenze di puericultura insegnando alla madre che il suo istinto (quello di cullare, allattare, dormire con il proprio bambino), fa male al diretto interessato. Lo vizia. Lo renderà dipendente da lei e lo rovinerà. Così le madri scelgono di seguire le indicazioni della “tata” o del pediatra bontempone di turno e si ostinano ad allattare a orari, a ninnarlo solo per farlo stancare ma non per addormentarlo o, meglio ancora, a lasciarlo piangere.
Cosa succede nella mente, ma anche nell’anima, del piccolo? Capisce. Capisce che il suo bisogno di fame non è importante, gli è chiaro che l’esigenza fisiologica di contatto non è meritata e che, nella vita (che, non scordiamoci, è sofferenza) si deve fare ciò che gli viene detto.
Ecco che egli, diligentemente, esegue il compito: impara che bisogna vestirsi, comportarsi e che deve obbedire al comune sentire, al conformismo.
Ecco l’inghippo. Nei figli non c’è nulla di sbagliato. Loro si abituano, dalla culla in poi, a dover fare o essere in un modo.
Ovvio, mi pare, che risulti impossibile che, nel momento della resa dei conti, nel tempo della raccolta dei frutti, egli non sia la pianta che i genitori desideravano. Abbiamo (tutti noi, la società) una generazione di figli che saprà dormire nel proprio letto e non saprà dire di no alla pasticca di extasi? Non lo so: forse questo è un sillogismo semplicistico della situazione.
Una cosa è certa: molti ragazzi vengono su con una personalità di carta velina. lLi abituiamo a essere comandati, a non scegliere, al fatto di non avere esigenze o che queste siano inesorabili vizi da cancellare dalla loro anima e da purificare, e poi cosa facciamo? Imponiamo loro di essere forti. Di far valere i loro bisogni, non quelli dei messaggi pubblicitari.
Ma andiamo a riempire vasi talmente incrinati da ore ed ore passate a piangere per il bisogno di una coccola, di una carezza, che i vasi si rompono tra le nostre dita.
I nostri figli hanno talmente subìto le decisioni altrui (alcuni genitori applicano regole sul sonno perché hanno ricevuto la medesima educazione, altri lo fanno perché facenti patre di una generazione in cui è il pediatra a dire come fare ad allevare bene la prole, o, ancora meglio, è il furbo di turno a scrivere testi degni di un lager nazista, altri ancora perchè non sanno da che parte “sbattere la testa” per educare il figlio) che, nel momento della loro vita in cui sono più delicati, in cui il loro stelo è sottile sottile, non sono capaci d’imporsi.
Non sono capaci di essere razionali e di scegliere la cosa migliore per loro. Credono di saperlo fare imponendosi magari con la violenza, ma ne sono schiavi.
Ricordo le parole del confessore di un ragazzo che ammazzò madre, padre e fratello, quando lo descriveva: “…non è cattivo, è vuoto”.
I bambini sono gli adulti di domani. Se davvero desideriamo un figlio forte (forte non significa capace d’imporsi con la forza fisica o con la violenza), in grado di scegliere, di assumersi responsabilità, pensiamo al fatto che dobbiamo aiutare la sua personalità a venir fuori.
Fidiamoci del suo istinto, fidiamoci delle sue esigenze fisiche e psicologiche. E non solo, cara Mamma e caro Papà: amate i vostri figli. Ciò basta.
Rachele Sagramoso

sabato 2 ottobre 2010

Scuola verso la militarizzazione?

Un preoccupante affresco di quanto prospettato dalla tanto voluta riforma della scuola...

Con un accordo Gelmini-La Russa via a un corso che prevede la divisione degli studenti in "pattuglie", lezioni di tiro con la pistola ad aria compressa e percorsi "ginnico-militari".

Si chiama "allenati per la vita". E' il corso teorico e pratico, valido come credito formativo scolastico, rivolto agli studenti delle scuole superiori, frutto di un protocollo tra ministero dell'Istruzione e della Difesa. E che cosa serve a un ragazzo per allenarsi per la vita? Esperienze di condivisione sociale, culturale e sportive , informa la circolare del comando militare lombardo rivolta ai professori della regione.

Dopo le lezioni teoriche "che possono essere inserite nell'attività scolastica di "Diritto e Costituzione" seguiranno corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e "orienteering", vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, (ma l'autore della circolare scrive orientiring, coniando un neologismo). Non solo, ma agli studenti si insegnerà a tirare con l'arco e a sparare con la pistola (ad aria compressa). E in più "percorsi ginnico-militari".

Il perché bisogna insegnare la vita e la Costituzione a uno studente liceale facendolo sparare con una pistola ad aria compressa viene spiegato nella stessa circolare: "Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso".

Secondo il progetto Gelmini-La Russa, che ha già sollevato perplessità tra i professori che hanno ricevuto la circolare, "la pratica del mondo sportivo militare, veicolata all'interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la "conoscenza e l'apprendimento" della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l'importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al "bullismo" grazie al lavoro di squadra che determina l'aumento dell'autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo".

Seguirà, a fine corso, "una gara pratica tra pattuglie di studenti (il termine è proprio pattuglie, recita la circolare, termine che ha fatto storcere il naso a molti docenti, ndr)". Intanto si è aperto il dibattito: è giusto trasformare la scuola pubblica in un collegio militare? O è solo un'opportunità in più per i ragazzi di avvicinarsi a organismi e istituzioni come protezione civile, esercito e croce rossa?

Fonte: Famiglia Cristiana.it

venerdì 7 maggio 2010

Homeschooling: boom dell'istruzione a domicilio

Si chiama "homeschooling" la risposta familiare alla scuola, diffusa in tutto il mondo e ora sempre più frequente anche in Italia.

Si tratta della cosiddetta istruzione a domicilio, fuori dalle strutture scolastiche. A impartire le lezioni ai bambini sono dunque i genitori, oppure istitutori privati, come si faceva una volta.

Questa tendenza, proibita in Paesi come la Germania, è ormai un'abitudine in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Gran Bretagna, se si pensa che negli Usa sono ormai 2 milioni i bambini che studiano con i genitori, 20 mila in Inghilterra e almeno 3 mila in Francia.

Ora anche l'Italia sta seguendo l'esempio mondiale: nel nostro Paese - rileva un'inchiesta del quotidiano la Repubblica seguita da Paola Coppola - sono quasi 200 i casi di "istruzione parentale" rilevati, secondo i dati della Rete italiana scuola famigliare.

Sono centinaia le mamme che fanno lezione ai loro figli e si scambiano consiglio sul web. Altrettante le famiglie che si confrontano ormai da tempo sulle novità in merito a questa nuova "moda", che può essere considerata forse un campanello d'allarme per l'istruzione del nostro Paese. In altre parole, la scuola è in crisi e i genitori preferiscono istruire i propri figli in casa.

"La scuola non è obbligatoria, l'istruzione sì", spiega chi ha deciso di compiere questa scelta, prevista dalla Costituzione e dalle leggi. Questi genitori ritengono, infatti, sia un'opzione che tiene lontani i bambini dal bullismo e offre loro il meglio, allontanandoli da una scuola noiosa e standardizzata.

Una decisione discutibile, invece, secondo Sandra Chistolini, ordinario di pedagogia all'Università Roma 3 , secondo la quale "la diffusione dell'educazione parentale priva i ragazzi del contesto sociale" offerto dalla scuola.

"La scuola pubblica per l'Italia è stata un'importante conquista sociale, la diffusione di quella parentale disperde questo patrimonio", sottolinea la docente Chistolini, che avverte "da noi questo tipo di istruzione non è gestita dall'autorità didattica come in altri paesi, non c'è controllo".

Fonte:
Blitz Quotidiano.it


lunedì 22 febbraio 2010

Allattamento e comportamento

Diremmo mai ad una mamma di smettere di carezzare, baciare, consolare suo figlio arrivati ad una certa età? "Ora tuo figlio ha due anni, smetti di consolarlo se pensi che ne abbia bisogno, è grande può bastare, sennò lo vizi.."

Allattare è un gesto d'amore e come tale non ha per natura limiti di tempo, l'amore non è a tempo! Gli ormoni coinvolti nel processo di lattazione materno sono gli stessi responsabili del concepimento e del parto, poiché l'allattamento è parte della vita sessuale di una donna.

La madre che sceglie di allattare a lungo il proprio bambino lo deve fare in un mondo che vede il seno soltanto come oggetto di attrazione sessuale senza considerarne la funzione fisiologica primaria.

Come non ci sogneremmo mai di entrare nell'intimità di un atto di amore che porta al concepimento, così dovrebbe essere quando un mamma nutre il suo bambino al seno. Ogni relazione d'amore ha le sue regole, la propria intimità, e nessuno può interferire in quella coppia, che oltre al nutrimento si sta scambiando un codice affettivo e relazionale che resterà nella loro memoria per sempre.

Invece, è prassi che una mamma che allatta il suo bambino diventi bersaglio di facili commenti da parte di chi assiste alla poppata. Commenti che si inaspriscono con l'aumentare dell'età del piccolo allattato, soprattutto in società come quella italiana, dove la cultura suggerisce modelli genitoriali a basso contatto.

Ormai sono numerosissimi gli studi che riguardano l'allattamento al seno nelle varie culture e i risultati non sono proprio così scontati per realtà come la nostra. Spesso le mamme si lasciano condizionare da chi hanno intorno come amiche e parenti, e da ciò che sentono dire o leggono su libri e giornali dedicati a loro, poiché ancora non esiste nel nostro Paese una cultura che sostiene l'allattamento al seno, né esistono modelli a cui fare riferimento. Le madri che allattano a lungo il più delle volte devono nascondersi, o mentire a chi hanno d'intorno.

Mary Ainsworth (1), famosissima psicologa, grazie ad alcune ricerche da lei compiute in Africa, già nel 1972 ipotizzava che l'età di svezzamento dei bambini dovesse essere intorno ai due/tre anni e che le modalità di allattamento al seno a richiesta, anche di notte, dormendo vicino al bambino e allattandolo per farlo addormentare, contribuirebbero a rendere il bambino più sicuro di sé e aumenterebbero la sua fiducia nel fatto che la madre comprenda i suoi segnali ed i suoi bisogni. Ciò costituirebbe una sorta di iniezione di fiducia e di sicurezza a cui il bambino farebbe riferimento per tutta la vita nei momenti di difficoltà.

Katherine Dettwailer (2), antropologa americana, comparando l'allattamento dei primati e analizzando la letteratura sull'età di svezzamento nelle varie culture, fa notare come esistano usanze molto diverse fra i vari popoli della Terra, sull'età ideale in cui si dovrebbero svezzare i bambini; in base ai suoi studi questa autrice afferma che se lo svezzamento avvenisse senza farsi condizionare dalle regole della società di appartenenza e fosse rispettato il processo biologico scelto dalla natura da migliaia di anni attraverso la selezione naturale, questo avverrebbe in un'età compresa fra i due anni e mezzo e i sette.

È chiaro che nelle società civilizzate la mancanza di allattamento è compensata dalla diffusione dell'igiene e dalle cure mediche, ma non è ancora sufficientemente valorizzato che oltre a queste esigenze il bambino, attraverso il contatto col seno di sua madre soddisfa anche il proprio bisogno di sicurezza, di affetto e di rassicurazione.

Maria Ersilia Armeni (3), pediatra italiana e consulente IBCLC di allattamento, afferma che: "La psicologia italiana è uno dei pilastri della legittimazione a sospendere l'allattamento protratto oltre i primi mesi poichè non è al corrente del profondo radicamento dal punto di vista ormonale e fisiologico dell'allattamento nella donna e nel bambino. Questo rappresenta una copertura che la nostra società adotta per rivestire di legittimità comportamenti e pratiche che non rispondono affatto alle esigenze biologiche dei nostri bambini".

Nella nostra società gli psicologi pensano addirittura che allattare un bambino oltre il primo anno di vita, possa provocare un danno psicologico, una limitazione all'acquisizione dell'autonomia del bambino, ma non esistono dati scientifici che lo dimostrino, né si spiegherebbe come un comportamento così pericoloso per l'individuo sarebbe stato selezionato nell'adattamento della specie fino ad arrivare ai giorni nostri.

Alcuni psicologi e pediatri colpevolizzano addirittura le madri che non svezzano il bambino dal seno entro il primo anno, affermando che queste abbiano difficoltà proprie nello staccarsi dal bambino e di fatto, contribuiscono a generare in loro sentimenti di sfiducia in sé e di confusione circa l'ascolto dei propri istinti di accudimento dei bambini e non le aiutano di certo a prendere decisioni consapevoli e autonome.

Ciò non significa che una mamma debba allattare per forza e a lungo, ma soltanto che se la mamma ha questa intenzione va rispettata e sostenuta. Questo è un aspetto nodale che vorrei mettere in risalto: alcuni psicologi vorrebbero sostenere le mamme ma di fatto, ne mettono a rischio l'autostima e l'autonomia decisionale, per pura disinformazione. Si pongono in maniera autoritaria e direttiva rendendole dipendenti, anzichè promuovere in loro l'attivazione delle risorse e delle proprie competenze, rispettandone le scelte.

Si rifletta anche sul termine "svezzamento" che letteralmente significa "togliere il vezzo", cioè il vizio. Passa il messaggio che allattare vizia il bambino. È il punto di partenza in base al quale si crea un immaginario collettivo non corretto, in quanto gli studi dimostrano che le mamme che allattano a lungo sono quelle dotate, per caratteristiche personali di un maggior senso di autoefficacia.

Anche l'espressione "allattamento prolungato" è discutibile: prolungato rispetto a cosa? Se neanche l'OMS dà un limite oltre il quale si deve smettere di allattare, perché lo devono dare gli psicologi o tutti gli pseudopediatri che circondano una mamma che allatta?

Carlos Gonzales (4), pediatra spagnolo, padre di tre figli e fondatore dell'associazione catalana per l'allattamento materno afferma che non esiste nessun limite all'allattamento materno, che non esiste alcune motivazione, medica, psicologica o nutrizionale per svezzare obbligatoriamente ad una certa età. Che le donne sono libere di decidere quanto allattare senza farsi condizionare dalle opinioni di esperti o presunti tali.

Michele Grandolfo, dirigente di ricerca dell'Istituto Superiore di Sanità, afferma che allattare è una questione di espressione di competenze. Ci fa notare che nel campo della promozione della salute l'obiettivo fondamentale dovrebbe essere quello di informare le donne e le loro famiglie per aiutarle a prendere decisioni autonome e consapevoli come espressione della propria competenza.

Soltanto così si avrà il vero empowerment: la donna avrà così più fiducia in sé e nella propria capacità di far fronte ai problemi risolvendoli grazie ad una maggiore capacità di ricerca della salute.

Perciò il vero potere della mamma dovrebbe essere rappresentato dall'autonomia e non dalla dipendenza da esperti che tendono a dominare e ad indirizzare scelte e comportamenti. L'espressione libera e autonoma delle proprie competenze che prima di diventare madri, non ci si sarebbe neanche immaginati di avere, dà forza alle mamme ed è associata ad una maggiore durata dell'allattamento.

Gli studi condotti da questo autore provano che non è una questione di stabilire quanto allattare, o se esiste un'età prestabilita per staccare il bambino dal seno materno, quanto invece, di mettere la mamma nelle condizioni di sentirsi forte, informata e autonoma nel compiere la propria scelte circa come, quando e soprattutto quanto allattare.

Esistono inoltre ricerche che mettono in luce che ciò che influisce maggiormente sulla decisione delle madri circa la durata dell'allattamento: sono le opinioni delle persone che circondano la mamma che allatta. Più a lungo la mamma allatta e meno supporto trova intorno a sé.

Risulta evidente quindi, che il problema è esclusivamente culturale, una cultura non del sapere, ma dell'ignoranza nel vero senso della parola, perché di fatto, l'allattamento non è materia di studio nei programmi universitari delle facoltà di Psicologia italiane. Eppure gli psicologi esprimono a gran voce pareri sfavorevoli all'allattamento oltre i primi mesi di vita, ignorandone i meccanismi psicobiologici.

Braibanti (5) affermava stupendamente che "allattare a lungo fa bene sia alla mamma che al bambino e che dal punto di vista materno, oltre ai vari effetti positivi sulla salute della donna, l'allattamento favorisce più saldi legami di attaccamento nei confronti del bambino e una maggiore competenza nell'interazione precoce. Questo accresce la fiducia della madre verso il bambino e verso se stessa; quindi tiene lontani atteggiamenti iperprotettivi e di simbiosi prolungata che nascono dalla mancanza di sicurezza sia verso se stessa che verso la relazione col proprio bambino.

La separazione in età precoce e gli atteggiamenti di disconferma della competenza femminile nel ruolo madre-nutrice rafforzano, invece, i sentimenti di insicurezza e di crisi. Quindi l'allattamento protratto non può essere dannoso né per la madre né per il bambino, né da un punto di vista psicologico, né fisiologico. Non c'è evidenza alcuna che l'allattamento protratto sia sintomo di difficoltà nella relazione normale tra madre e bambino".

Alexander Lowen (6), psicologo, padre della bioenergetica, afferma che "Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell'aria. L'intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l'allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo, alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri.

Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l'energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre. Se il bambino viene allattato circa tre anni, quello che a mio avviso è il tempo richiesto per soddisfare i suoi bisogni fondamentali, lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati".

Questo autore pone a mio avviso una questione fondamentale: quella del bisogno primario, oggettivo ed universale di tutti i bambini, di contatto.

Vorrei citare infine, la pediatra Elena Balsamo (7) che riflette sulla questione della durata dell'allattamento secondo l'approccio dell'etnopediatria, branca della pediatria che compara le modalità di accudimento dei bambini nelle varie culture tradizionali della Terra.

A mio parere, soltanto così si può avere un quadro reale di ciò che è adattivo per l'essere umano e di quali sono i bisogni reali e geneticamente predeterminati di mamme e bambini ovunque essi vivano, non ha senso riferirsi ad un unico parametro culturale, poiché in sé troppo riduttivo e limitante circa le risorse da attivare quando ci si relaziona con un bimbo.

Ebbene, secondo questo approccio si è rilevato che nella maggior parte delle culture tradizionali del mondo le donne allattano con una durata media di circa due anni. Ciò che ha determinato il grande cambiamento in fatto di alimentazione infantile lo dobbiamo al processo di industrializzazione e lo svezzamento precoce è un'invenzione occidentale e post-industriale.

L'autrice inoltre afferma che permettere ad ogni bambino di lasciare il seno della mamma nel momento in cui è pronto, così come scegliere la frequenza e la durata dei pasti è un grosso aiuto allo sviluppo dell'autonomia e della capacità di operare scelte consapevoli in futuro. Nelle culture dove ciò avviene, i bambini sono più sicuri e meno aggressivi da adulti.

Eppure molti pensano che una mamma che permette ciò sia schiava del bambino e che non si sappia imporre, quando magari per lei sarebbe un piacere se solo non si sentisse osservata e giudicata.

Forse i bambini imparano così anche la differenza fra gli oggetti e le persone: la mamma che abbia voglia di offrire il seno in carne ed ossa anche al momento dell'addormentamento, fatta di calore, disponibilità, sguardi e scambi comunicativi da cui imparare a relazionarsi come esempio per i rapporti del futuro, è certamente altro rispetto ad un oggetto da portarsi a nanna.

Eppure questa visione suggerisce ai più, sempre per condizionamenti culturali, a mio parere, che il bambino venga viziato e non abbia regole, che sia maleducato. L'indagine antropologica ci dice esattamente il contrario e penso che ci vorranno ancora molti studi e molti anni perchè queste informazioni raggiungano tutti; non tanto per convincere su ciò che sia meglio fare e per dare indicazioni di comportamenti ai genitori, ma con il solo obiettivo di dare spunti di riflessione per poi poter mettere le famiglie nella migliore condizioni di compiere scelte consapevoli autonome, informate e generatrici di salute sia fisica che mentale a lungo termine.

Credo che i bambini imparino praticamente tutto dall'esempio che gli viene dato dai genitori e da chi si prende cura di loro. Se questo è un esempio di assenza e di carenza di contatto, di surrogati materni di ogni genere, di mancanza di disponibilità e di ascolto, di tempi prestabiliti da altri e non in armonia con la crescita del singolo bambino, questi saranno adulti con fratture relazionali tracciate nella loro memoria, difficili da scardinare (8).

È un aspetto spesso trascurato da parte degli psicologi, che dovrebbe stimolare studi a lungo termine sulle implicazioni relazionali delle modalità di allattamento e degli schemi educativi rigidi imposti ancora da un certo tipo di condizionamenti culturali e dai prodotti presenti sul mercato, soprattutto quello editoriale.

Ovviamente ciò non significa che i bambini non debbano avere regole e che i genitori siano al servizio di piccoli tiranni, significa soltanto che i tempi sono cambiati e dobbiamo allargare la nostra indagine, considerando l'allattamento da un punto di vista psicologico anche come un'esperienza relazionale di base, da cui i bambini imparano e verosimilmente baseranno i loro rapporti futuri, i loro pensieri e i loro pregiudizi a partire da ciò che hanno vissuto.

Alessandra Bortolott

mercoledì 7 ottobre 2009

Dal web alla realtà


Avviso i miei lettori che si sta formando a Torino il primo nucleo del Centro Studi S. Gabriele, dedicato all'educazione del bambino e della bambina, e in particolare all'uso della medicina naturale per l'infanzia. Non si tratta al momento di un'associazione né di una fondazione, ma di una mia iniziativa personale in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta. Sta ad ognuno di voi che leggete decidere se darmi fiducia o se bollare il mio progetto come una delle tante truffe che circolano in Rete spacciandosi per Onlus o associazioni di beneficenza.
Al momento la sua sede è... una grossa valigia piena di libri parcheggiata in casa di un'amica, ma spero che con il vostro aiuto si possa trovare un luogo adeguato anche minuscolo, purché visitabile dalla gente. Solo allora si potrà parlare di vere e proprie campagne benefiche: non avrebbe senso infatti iniziare da subito con il sostegno ad altri enti che si servono per lo più di medicinali a base chimica, quando si conoscono gli effetti collaterali che possono provocare; nè avrebbe senso sostenere gruppi che cercano di re-inserire al più presto le mamme nelle attività lavorative, con la coscienza che in realtà tante chiedono un aiuto per dedicarsi alla famiglia a tempo pieno. Se tale è il modo di fare di alcune associazioni, non sta a me giudicarle: ma il Centro Studi S.Gabriele nasce per fini del tutto diversi, perchè diversi sono i principi di fondo.
Spero che saranno tante le persone che vorranno collaborare alla realizzazione di questo progetto, con aiuti materiali o con la loro amicizia e sostegno morale: come già questo sito, anche il Centro è rivolto a tutti i bambini e a tutti coloro che li amano. Per informazioni scrivete a questo indirizzo: amicidisangabriele@gmail.com

venerdì 2 ottobre 2009

Giochiamo a fare le mamme

Da oggi le bambine americane impareranno a fare le mamme con 'Baby Glutton' (piccola ghiottona), una bambola che simula l'allattamento al seno con suoni e movimenti della bocca. Il giocattolo, prodotto da un'azienda spagnola, la Berjuan, viene venduto con uno speciale top per bambine che ricorda il reggiseno da allattamento, per rendere il gioco del tutto reale.
Tramite particolari sensori, la bambola piange come un neonato vero quando ha bisogno di più latte e fa il ruttino quando è sazia... E negli Usa è stata subito polemica: alcuni temono, infatti, che 'Baby Glutton' possa spingere le bambine a voler diventare madri troppo presto, aumentando il rischio di gravidanze tra le adolescenti. «L'allattamento è un processo naturale per le donne - ha commentato il direttore marketing dell'azienda di giocattoli - non è una cosa che abbiamo inventato noi. La bambola aiuterà le giovani donne a sentirsi a proprio agio con una cosa che esiste in tutto il mondo». E' strano come bambolotti venduti per anni assieme a piccoli biberon per la simulazione dell'allattamento artificiale non abbiano mai destato lo stupore o l'indignazione di alcuno, e come invece il primo esempio di bambola allattata "naturalmente" stia suscitando tanto allarme e altrettante polemiche...
da www.bambinonaturale.it

martedì 21 luglio 2009

Fiabe

Antiche come il mondo,le fiabe raccontano della vita,della natura umana e dei passi necessari per entrarenella società al meglio delle proprie capacità.Permettono al bambino di imparare non solo sul mondo ma anche su di sé.Le fiabe parlano il linguaggio dei bambini.Si esprimono con immagini, simboli, ricalcando trame mitologiche di tutti i tempi, usano lo stesso linguaggio dei sogni.
Prima di sviluppare le attività dell’emisfero sinistro del cervello – la parola,la logica, il ragionamento razionale – il bambino vive immerso nel mondo dell’analogia,della fantasie e dell’immaginazione,attività proprie dell’emisfero destro.Nel bambino,soprattutto prima dell’età scolare, l’apprendimento avviene principalmente attraverso questi canali e la fiaba è,sin dalla notte dei tempi,lo strumento principe per imparare a conoscere le cose più importanti della vita,le fasi di crescita,le sfide,le difficoltà da affrontare,i valori da coltivare e le qualità da sviluppare.
L’elemento comune alle fiabe di tutto il mondo è il viaggio dell’eroe. Il protagonista si trova a dover lasciare la sua casa,per sua volontà o spinto dalle circostanze; nel suo viaggio affronta difficoltà e prove, incontra alleati, riceve doni magici, conclude felicemente l’impresa e torna a casa da vinci-tore, spesso sposando il principe o la principessa. È la storia di ogni iniziazione alla vita sociale, dell’arduo cammino per uscire dall’infanzia e superare le tappe necessarie per entrare nella società come adulto.
Nel loro linguaggio simbolico le fiabe impartiscono lezioni di vita, suggeriscono codici di comportamento,diffondono valori e speranza.«Le fiabe non servono per addormentare i bambini, ma per risvegliare le coscienza dell’uomo», dice Jean Pascal Debail-leul,che vede nelle fiabe uno strumento per il cambiamento e la crescita non solo dei bambini ma anche degli adulti.È possibile usare il potere delle fiabe anche come apprendimento sul mondo interiore del bambino, suggerendo di chiedere a lui di raccontare una fiaba che, inevitabilmente,darà voce e corpo alle sue ansie,ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni.
da Lifegate, "Il bambino naturale"

venerdì 17 luglio 2009

Educazione

Quando un bambino viene al mondo,negli occhi ha ancora
l’immensità dell’universo e del mistero da cui proviene. È
un individuo con tutta la sua dignità e spetta a noi aiutarlo
a crescere nella sua pienezza e bellezza.
Né cera plasmabile,né vaso da riempire,un bambino è sempre
un essere nuovo che entra nella nostra vita. Al di là di ogni
teoria di riferimento sullo sviluppo del bambino,ci sono alcuni
atteggiamenti di base che aiutano a svolgere al meglio il ruolo
di educatore. La prima cosa è l’atteggiamento di rispetto e di
ascolto davanti a un altro essere umano ancora tutto da sco-
prire. L’amore arriva come conseguenza naturale del rispetto,
amore che non va confuso con attaccamento e senso di pos-
sesso nei confronti del piccolo essere,ma espresso in termini di
accettazione e accoglienza, qualità necessarie al piccolo essere
per cominciare a far fiorire la sua identità di nascita.
Ascoltate il vostro bambino! Quello che vi chiederà potrà es-
sere diverso da quello che chiedono altri. Date attenzione ai
segnali che manda, ai bisogni che esprime, ai tempi e ai rit-
mi di cui ha bisogno.Non sottovalutate i bambini,capiscono
molto più di quanto non si creda.Non prendeteli in giro, non
derideteli, non imbrogliateli, spiegate la motivazione di ogni
vostra richiesta, imparerà ad avere fiducia in voi e a capire che quando gli chiedete qualcosa una ragione c’è.Rispettate il
loro bisogno di fantasticare,di muoversi nel mondo delle im-
magini e dei simboli prima ancora che nel mondo della ragio-
ne e della logica, c’è un tempo per tutto. Non preoccupatevi
solo di insegnare, fermatevi a imparare da loro. Valorizzateli,
per aiutarli a sviluppare fiducia in loro stessi e nelle loro qua-
lità.Non confondete amore con “lasciar fare”: avere dei limiti
chiari e motivati rassicura il bambino. Amare non vuol dire
rinunciare all’autorevolezza, ci vuole più amore a dire ogni
tanto di no che a dire sempre di sì.Infine,ritrovate insieme ai
più piccoli il piacere di far rivivere il vostro bambino interiore,
quella parte capace di vedere la vita con occhi sempre nuovi,
di cogliere la magia e la bellezza dell’esistenza, le qualità più
preziose,da custodire,dell’infanzia.
da Lifegate, "Il bambino naturale"