mercoledì 10 marzo 2010

Il chiama-angeli per la mamma in attesa

Uno degli aspetti più importanti per assicurare un parto naturale è che il bimbo sia in posizione cefalica (con la nuca rivolta verso il basso) in modo che la testa del piccolo si incanali nel canale del parto.

Durante i nove mesi di gravidanza la piccola creatura può girarsi più e più volte all'interno del caldo ed accogliente utero materno e ovviamente più spazio avrà (inizio gravidanza) e più gli sarà possibile fare comode capriole.

Negli ultimi mesi infatti, lo spazio limitato gli rende difficoltosa la rotazione, anche se ciò può accadere per correggere la posizione e mettersi finalmente a testa in giù, o a volte, purtroppo, per mettersi podalico.

Un parto con bimbo podalico non è impossibile e ci sono tante testimonianze molto interessanti e rassicuranti a riguardo, ma in questi casi la maggior parte degli ospedali italiani (e non) danno per scontato un taglio cesareo in quanto ritenuto pericoloso e più complesso di un parto naturale. Ma questo è un altro argomento...

Fin dall'inizio della gravidanza è possibile aiutare il bambino ad orientarsi all'interno dell'utero materno e a suggerirgli la posizione corretta che deve assumere con semplici accorgimenti.

Un curioso ciondolo "riscoperto" ultimamente e che in tanti chiamano "Chiama Angeli" risulta essere molto efficace. Il suo vero nome è "Bola" e ha origini messicane.

Si tratta di un ciondolo in argento dalla forma sferica al cui interno è saldato un piccolo xilofono che con leggeri movimenti crea un particolare e delicato tintinnio. Indossato come una lunga collana al collo della donna in dolce attesa, ha particolari effetti anche sul nascituro.

Alla dodicesima settimana di vita intrauterina l'orecchio interno inizia a svilupparsi e già verso la ventesima settimana l'udito è ottimale e il piccolo inizia a sentire le voci, i suoni e i rumori intrauterini ed extrauterini. Ad ogni passo della futura mamma il piccolo sarà cullato dal suo comodo utero, dal caldo liquido amniotico in cui è immerso e...dal dolce trillo del ciondolo. Il bimbo tenderà istintivamente a seguire quel suono e se posizionato a testa in su potrebbe tentare di girarsi, incuriosito dallo xilofono.

Inoltre il tintinnio fa rilassare e tranquillizzare la piccola creatura, ma soprattutto lo abitua ai ritmi della madre e quindi del sonno/veglia: quando è giorno si sta svegli e si cammina (e il ciondolo suona), quando è notte si riposa e si sta fermi (e il suono non c'è più). Quindi, future mamme, ricordate di togliere il bola di notte e, futuri papà, ricordatevi di farglielo togliere per non passare notti insonni in futuro!

Attenzione: è di fondamentale importanza posizionare il ciondolo in maniera corretta per non rischiare di ottenere l'effetto contrario aiutando il piccolo a mettersi podalico. Il bola deve infatti essere indossato con un cordino molto lungo in modo che la sfera arrivi all'altezza del basso ventre in corrispondenza della testolina del piccolo (almeno 4 dita sotto l'ombelico). Tante volte mi è capitato di vedere mamme con il ciondolo posizionato troppo alto e lamentarsi del piccolo podalico...

Ci tengo a sottolineare un aspetto importante di questo articolo: il suddetto ciondolo è solo un semplice modo per aiutare il bambino a rimanere della posizione corretta o per aiutarlo a girarsi, ma questa non è una garanzia.

In caso di bimbi podalici esistono tantissimi metodi per guidarli verso il canale del parto in posizione corretta, anche a gravidanza avanzata. Ci sono tecniche naturali, erbe da applicare in particolari punti, movimenti e posture da assumere, trattamenti di particolari discipline,... Il mio consiglio è di cercare fin da subito di instaurare un rapporto speciale con il proprio cucciolo che, anche se nel pancione, riesce a percepire benissimo le parole e la presenza di mamma e papà: parliamogli come se fosse un adulto, incoraggiamolo a girarsi, facciamogli sentire il calore e l'amore delle mani sul basso ventre.

Sono semplici cose, ma che permettono di instaurare un solido rapporto di comunicazione tra figlio e genitori basato sul puro amore.

L'argomento resta comunque molto delicato e quando si è tentato davvero di tutto per far girare il piccolo, ma ogni tentativo risulta essere invano, è importante per i futuri genitori trovare la forza per accettare la situazione rispettando la decisione del proprio figlio. Questo non vuol dire rassegnarsi, ma solo mettersi in uno stato di accettazione.

Ricordiamoci comunque che, anche se lo spazio è davvero ridotto, il piccolo potrebbe girarsi anche all'ultimo istante prima di venire alla luce.

Federica Scropetta

Dalla parte del bambino

Diego nasce alla 38° settimana di gestazione da taglio cesareo elettivo, la mamma è una precesarizzata. Fino a quel momento Diego aveva fatto il suo dovere, mettendosi in posizione cefalica, ma senza fretta, perché non aveva avvertito alcun segnale che gli indicava di doversi impegnare. Nessun avvertimento biochimico o ormonale, nessun segnale meccanico, nessuna comunicazione tra lui e la placenta, nessun vero dialogo tra il suo cervello e quello della mamma. Lui non poteva sapere che quel cerchiolino sul calendario in cucina stava ad indicare che mercoledì mattina alle 8, in una moderna sala operatoria, il suo mondo sarebbe definitivamente cambiato. Quando la mano guantata lo estrae con attenzione, ma senza chiedere il permesso, il suo viso è una enorme unica smorfia; esce come da un sifone trascinandosi tutto il suo liquido (è proprio suo, l’ha prodotto lui). Come giustamente si usa dire: Diego viene alla luce; la luce della vita? No, la luce della scialitica (anzi due, di fabbricazione tedesca).

Con gesti rapidi e sicuri viene immediatamente separato dalla sua placenta; ‘la placenta è l’unico organo del corpo che si butta via’.

L’Apgar si dà al termine del primo minuto, ma Diego inizia a respirare al terzo secondo, e a otto secondi mostra già tutti i dieci punti. E continua a piangere; ma, ‘neonato che piange, anestesista che ride’. In effetti tutti ridono e si complimentano a vicenda; anche Diego riceve molti complimenti, ma lui non gradisce e continua a piangere. L’ostetrica che l’ha preso per portarlo sul lettino tenta di calmarlo asciugandolo e avvolgendolo con un telo tiepido. Respira già bene e quindi non viene aspirato; anche la luce del lettino viene spenta per non disturbarlo inutilmente, ma lui continua a piangere. E’ così arrabbiato da inarcarsi in opistotono, anche gli arti sono rigidi. Fortunatamente questo atteggiamento dura poco, altrimenti anche il respiro avrebbe cominciato a farsi difficoltoso.

Viene avvolto più stretto nel telino per dargli un confine e una sponda di appoggio, ma lui continua a piangere. L’anestesista ora non ride più ed è stupito da questa disperazione ‘perché fa così? cosa c’è di meno traumatico che nascere da cesareo senza neppure la fatica del travaglio?’. Queste parole mi colpiscono, anche se dal punto di vista del medico, o semplicemente di un adulto, sono logiche. E’ dal punto di vista di Diego che invece sono prive di senso.

Cerchiamo di capire perché.

Tecnicamente Diego nasce con un parto precipitoso; non è possibile concepire un modo per nascere più veloce di questo. Senza travaglio non gli è stata possibile alcuna preparazione e neppure alcuna partecipazione. Soltanto aspettando l’inizio spontaneo del travaglio avremmo potuto capire quando Diego era pronto per nascere. E’ anche per questo che i nati a termine da taglio cesareo senza travaglio, hanno un rischio di patologia respiratoria da difficoltoso adattamento circa sette volte maggiore dei nati da parto spontaneo.

La mancata partecipazione fisica ed emotiva al travaglio e al parto, impediscono l’attivazione di quei raffinati movimenti fetali di locomozione e propulsione che Milani Comparetti identificava come repertorio innato del feto, in grado di dare inizio agli automatismi primari (cioè quelle competenze geneticamente programmate che attivate dall’esperienza e dall’ambiente danno origine a importanti funzioni adattive).

Cerchiamo di immaginare come Diego ha vissuto fino a pochi secondi dalla nascita.

Avvolto dal liquido, in assenza di gravità, massaggiato continuamente dalle pareti morbide, lisce e pulsanti dell’utero, accompagnato da suoni continui (interni ed esterni al corpo materno), in perenne e ritmico dondolio. Diego come tutti i feti per nove mesi è un bambino ‘viziato’; in utero infatti il bisogno viene soddisfatto prima ancora di essere percepito, in quello stato è assente la percezione di mancanza. La fame e la sete vengono annullate da una placenta prodiga, simile alla manna del racconto biblico, un nutrimento pronto e non conservabile, in una posologia definibile quanto basta.

Se approfondiamo il nostro sforzo di immaginare la vita fetale di Diego, riusciamo a intuire che per lui (ancora privo di individualità consapevole) mondo interno e mondo esterno coincidono; lui è anche la sua placenta, ma anche il suo utero, e anche la sua mamma. Per alcuni mesi dopo il parto Diego non avrà una mamma, perché la mamma continuerà ancora per un po’ ad essere percepita come una parte di sé. In utero ha vissuto buona parte del suo tempo in una sorta di dormiveglia, in sonno attivo (e questo ha favorito il suo sviluppo cerebrale). In realtà Diego non è in grado di distinguere tra la veglia e il sonno, tra la realtà e il sogno; e poiché quando sogna non sa di sognare, vivrà il suo sogno con la stessa intensità della veglia attiva.

Diego fino al momento della nascita ha vissuto soltanto il tempo uterino, che è un non-tempo, con caratteristiche di costanza e prevedibilità, dove il ritmo è dato dalla periodicità biologica dell’organismo materno e fetale. E’ proprio questa coerenza dell’esistenza fetale a caratterizzare il mondo uterino, dove la coscienza emozionale è rappresentata da una percezione sensoriale globale, nella quale la dimensione cognitiva ed affettiva coincidono.

Come ogni feto Diego è un soggetto sinestesico, incapace di separare e catalogare con un pensiero razionale e simbolico la natura delle proprie percezioni ed emozioni. Lui è il suo corpo, ma questo corpo comprende anche l’ambiente nel quale è inserito, e il suo ambiente arriva fin dove la sua capacità percettiva è capace di giungere.

Quando Diego nasce è quindi un bambino ‘viziato’ che non può fare a meno dell’esperienza fatta in utero, un’esperienza che potremmo definire di ‘relazione-senza relazione’ (dove appunto 1+1 fa esattamente 1); nel momento in cui nasce deve iniziare a sperimentare una nuova forma di esistenza (e a questo punto nella logica della nascita 1-1 farà 2). Adesso occorre costruire una relazione vera tra due o più individui, ma a Diego occorreranno mesi per capire o intuire questa difficile verità.

Ritorniamo ancora a Milani Comparetti che oltre vent’anni fa, con profetica lucidità, definiva la nascita ‘un evento che agisce come organizzatore di nuovi e diversificati fattori biologici e relazionali’, e sottolineava la ‘continuità del processo evolutivo ontogenetico’ nel quale ogni nascita è inserita.

Il dialogo biologico e psicologico, che caratterizza la relazione madre-bambino iniziata in utero, con la nascita non si interrompe, ma si riconverte e si riorganizza; madre e bambino iniziano un rapporto nel quale ognuno di loro è contemporaneamente soggetto e oggetto.
La voce della mamma rappresenta il primo forte collegamento con la vita prenatale; sappiamo che per buona parte della vita fetale l’udito appare ben sviluppato e attivo, permettendo quella che viene definita memoria intrinseca o evocativa. Il timbro, il tono e la musicalità della voce materna può essere considerato la prima forma di collegamento tra l’endo e l’esogestazione. Ogni altro suono sarà nuovo, sconosciuto, disturbante, incapace di evocare alcunché.

Studi di neurofisiologia hanno mostrato la diversa attivazione cerebrale prodotta nel neonato dalla voce materna – il motherese - rispetto alla comune voce dell’adulto, dimostrando che il neonato, fin dal settimo mese di gestazione, è capace di processare la qualità dei suoni discriminando le componenti linguistiche.

Quando il neonato si rilassa, ritrova un nuovo equilibrio sensoriale e una nuova dimensione cinestesica, arrivando ad aprire gli occhi. Inizialmente ‘vedrà senza guardare’ non potendo vedere nulla di noto (neppure il volto materno); occorrerà un po’ di tempo per mettere in collegamento il volto della madre con la sua voce, il suo odore, il suo tocco, il suo seno, il suo latte, ….

Il contatto col seno riporta il neonato alla prevedibilità e alla coerenza uterina. Per lui la realtà è ancora sinestesica: quando succhia il seno, con la bocca beve il latte e con lo sguardo beve il viso della mamma; intanto annusa, tocca ed è toccato. Durante l’allattamento i suoi sensi sono particolarmente attivi e sinergici; così nel momento della poppata sono tantissimi i bisogni che vengono contemporaneamente soddisfatti: fame, sete, calore, contenimento, contatto, visione, …e per un po’ si realizza una nuova rassicurante omeostasi.

Durante la suzione del seno il neonato riesce ad addormentarsi direttamente in sonno REM, cominciando immediatamente a sognare; ma a sognare cosa? probabilmente sogna di poppare oppure di essere tornato nella pancia ‘dove ogni bisogno è soddisfatto prima di poter essere percepito’.

Il passaggio da feto a neonato è un processo biologico e psicologio che coinvolge principalmente il SNC (gli altri organi e apparati sono coinvolti solo secondariamente). Nelle ultime settimane di gravidanza il tronco cerebrale ha terminato la sua maturazione e la corteccia ha iniziato ad integrarsi con le strutture sottocorticali permettendo l’elaborazione delle esperienze sensoriali. Attraverso la plasticità cerebrale, le stimolazioni e le interazioni con l’ambiente producono condizionamenti e modifiche strutturali sulla maturazione cerebrale, sia nell’ultimo periodo fetale che nei primi mesi di vita.

Il percorso da feto a neonato potrebbe essere considerato una forma di ‘ricerca di senso’, inizialmente di coerenza ed equilibrio e subito dopo di maggiore organizzazione.

Potremmo anche paragonare il neonato ad un adolescente, entrambi vivono infatti una faticosa e stimolante esperienza di transizione tra un mondo definitivamente perduto e un altro completamente nuovo da costruire.

Ma come aiutare questo ‘adolescente’ privo di coscienza e pensiero simbolico, innamorato folle della propria madre? Come aiutare questo individuo incapace di riconosce la realtà, ma che nella realtà si trova a vivere completamente esposto, privo di filtri e difese?

La nostra specie vive il primo semestre di vita mantenendo funzioni di natura fetali, e per questo parliamo di esogestazione. Per Winnicott il neonato al momento della nascita non è ancora pronto per nascere e Selma Fraiberg ha osservato che ‘gli avvenimenti della sua vita sono senza connessione’.

Se vogliamo rendere più facile al neonato la sua disperata ricerca di equilibrio, dobbiamo mettere ordine e coerenza nella ‘confusione’ delle sue percezioni, ricordando, come osservava J. Korzack, che egli pensa per ‘emozioni e sentimento’.

Diego ha mostrato in modo eclatante tutto il suo bisogno di adattamento, ma anche la sua mamma e il suo papà non sono esenti da bisogni speciali ed emotivamente importanti.

Il loro primo bisogno nasce dalla necessità di vedere, di ascoltare e di toccare il bambino, di sentirlo vivo (a noi medici invece interessa la sua vitalità,… non è la stessa cosa). Ma subito dopo compare il bisogno di essere visti da lui, e poi di essere toccati, fino ad arrivare ad essere ‘mangiati’ da lui (anche se inizialmente è solo un piccolo assaggio).

In un attimo compare il bambino reale, quello vero, che sostituisce quello immaginato; ma il neonato immaginato è anche un po’ temuto, e quindi occorre che una persona di fiducia dichiari esplicitamente: è sano e sta bene (anche se la cosa fosse già di per se evidente).

Il tenere in braccio rappresenta il termine della fatica della gravidanza e lo scopo del dolore del parto, ma è anche l’inizio vero e proprio di un progetto esistenziale che può essere guardato e toccato. In questo momento si colma, in maniera quasi automatica e inconscia, quel senso di vuoto di una pancia disabitata, dove improvvisamente non avvengono più movimenti e azioni.

Questo processo può essere rapidissimo, oppure può durare a lungo se il neonato viene portato via, se il bambino invisibile della pancia non si mantiene in continuità col bambino tenuto in braccio; il bambino che ritorna lavato e vestito, può essere percepito come un altro bambino.

Ha scritto una mamma: il risveglio dall’anestesia del cesareo è stato strano, non c’era più la pancia e non c’era più mia figlia (…) Era tutto talmente doloroso, un vero incubo, era come se non avessi partorito, mi comportavo come se mio figlio non fosse mai nato, come se non fossi mai stata incinta, altrimenti non avrei retto quel distacco innaturale (…)

E’ molto difficile per il personale ospedaliero aiutare un neonato disorientato, lo dimostra la facilità con la quale viene accettato il suo pianto. Il pianto non è una semplice forma espressiva (altrimenti i neonati canterebbero!) e neppure una ginnastica respiratoria (sic), il pianto serve per sperimentare la consolazione. Quando noi restiamo senza reagire a urla e pianti insistenti siamo come giornalisti inviati di guerra che al fronte, in poco tempo, assumono atteggiamenti distaccati e cinici; il nostro è un normale atteggiamento di difesa, ma il rischio è di creare un ambiente anaffettivo, dove anche i genitori per condizionamento e imitazione possono vedere prosciugarsi o bloccarsi la loro sensibilità e affettività inconscie.

Come operatori sanitari possiamo invece aiutare i genitori a essere emotivamente disponibili, favorendo la loro predisposizione all’accudimento, incoraggiando il fare, rassicurando e rispondendo ai dubbi e se necessario prevenendo i pregiudizi inespressi: ‘signora, forse il bambino vuole essere preso in braccio e coccolato, provi a prenderlo con sé, adesso che è ancora piccolo non corre nessun rischio di viziarlo’.

Dobbiamo anche evitare di confondere la puericultura con il maternage: la puericultura riguarda le prassi e le modalità di comportamento degli operatori, mentre il maternage comprende l’insieme delle azioni e degli atteggiamenti che permettono alla madre di prendersi cura del bambino. La puericultura può essere standardizzata e normata da protocolli, mentre il maternage è sempre e solo personale, unico, dinamico e creativo.

I due ambiti possono contaminarsi positivamente: gli operatori possono personalizzare il loro agire e migliorare la loro sensibilità, i genitori possono acquisire un saper fare facilitato e più fiducioso. Occorre però evitare incoerenza e confusione tra i ruoli: la mamma che diventa una brava e precisa infermiera del figlio, l’operatore che sostituisce la madre in mansioni che esprimono un’importante valenza relazionale, come ad esempio l’alimentazione o il tenere in braccio (scriveva con un po’ di perfidia Winnicott: non lasciate che una persona prenda in braccio il vostro bambino, se capite che ciò non ha alcun significato per lei).

Come operatori dobbiamo puntare ad affinare sensibilità e attenzione nel cogliere le sfumature tra la relazione genitori-figlio, ‘pulendo’ il nostro linguaggio, favorendo intimità e rassicurazione; dobbiamo crescere nella consapevolezza che qualunque nostra procedura o azione non potrà mai essere neutra e, se non necessaria, diventerà immediatamente un ostacolo ai processi di adattamento e di bonding.

Usando per un attimo la prospettiva del neonato, proviamo a chiederci: alla nascita il neonato si aspetta di essere messo in una culla o di essere preso in braccio? Tenere in incubatrice per alcune ore dopo il parto un neonato che non ne ha bisogno, significa sostituire il dialogo uterino che si è improvvisamente interrotto, con un ambiente neutro e anaffettivo, che il neonato non è in grado di comprendere e di gestire; l’incubatrice è un oggetto col quale non è possibile interagire e che impedisce ad un neonato reattivo di organizzare una relazione primaria, minando così la sua ricerca di equilibrio col nuovo ambiente.

Sono ormai numerose le evidenze che mostrano la superiorità del contatto pelle a pelle rispetto all’incubatrice per stabilizzare la termoregolazione nell’immediato postpartum. Come già evidenziato per l’allattamento, anche il contatto madre-bambino subito dopo il parto assume molteplici valenze, coinvolgendo l’insieme delle componenti psicofisiche del neonato e producendo effetti di gran lunga superiori alla pratica tout court.

Siamo tutti consapevoli che il primo periodo dopo la nascita rappresenta un momento privilegiato per la costruzione dei processi di attaccamento tra i genitori e il bambino. La teoria di Bowlby è stata definita una teoria ‘spaziale’, nel senso che necessita di contatto diretto e vicinanza costanti, a mio avviso è anche una teoria ‘temporale’ che richiede tempi e modi privilegiati, il cui riferimento sono il ritmo e la periodicità uterine. In questa fase sarebbe quindi particolarmente utile posticipare gli interventi non strettamente o immediatamente necessari.

Occorre che riscopriamo e affiniamo un saper fare che promuova la normalità (Milani Comparetti parlava di semeiotica positiva) affinché la fisiologia possa rimanere tale e la cultura del nascere non venga contaminata da mansioni e procedure che non le appartengono.

Salvaguardare la ‘normalità’ di un neonato significa non aspirarlo se sputa e tossisce, significa interrompere il bagnetto se questo lo fa piangere, vuol dire attivarsi per portarlo rapidamente ad uno stato di tranquillità (Apgar 12?), posticipando la profilassi antiemorragica e oftalmica almeno di una paio d’ore dopo la nascita.

Anche sul neonato è possibile fare azione di empowerment, al fine di canalizzare e finalizzare le risorse e le energie di cui la natura lo ha fornito.

Siamo stati capaci di portare la ‘mortalità perinatale’ a percentuali bassissime, ma adesso a quali percentuali pensiamo di riuscire a portare la ’felicità perinatale’?

Come operatori possiamo chiedere a noi stessi di farci educare dalle nascite e dai neonati che incontriamo ogni giorno; ma un cammino educativo presuppone la disponibilità ad un costante cambiamento, sia individuale che di gruppo.

Ai genitori invece spetta il compito di attivare sentimenti forti ed empatici, come scrive Winnicott, per ‘presentare al bambino il mondo in un modo che abbia senso per lui’. Inizialmente soltanto la mamma (l’ambiente uterino da poco abbandonato) è in grado di fare da filtro col ‘mondo esterno’ minimizzando stimoli ed esperienze per il neonato incomprensibili e poco tollerabili, facilitando invece i necessari adattamenti per riconquistare l’equilibrio perduto.

In un certo senso un neonato separato dalla madre è un neonato ‘malformato’, perché privo di qualcosa di essenziale; egli può essere considerato un sistema omeostatico aperto, regolato dai processi di attaccamento e di interazione con la mamma. La regolazione che la madre esercita su di lui è definitiva e potrà riattivarsi anche nella vita adulta ogni volta che si realizzeranno condizioni e bisogni primari.

Attraverso l’allattamento la madre è in grado di tramutarsi da nutrimento biologico a nutrimento emotivo, trasformandosi in esperienza totalizzante. Così come dalla placenta per nove mesi sono passati i nutrienti per vivere e per crescere, dopo la nascita è il seno a fornire sostanze vitali che, come il sangue placentare, hanno origine direttamente dal corpo materno.

Già Ludovico Dolce nel 1547 definiva il latte di donna ‘sangue bianco’ e spiegava: ‘provide la natura alla nudritura de fanciulli, convertendo con meraviglioso artificio il sangue in latte, affine che quello aspetto non spaventasse’. Effettivamente il latte della mamma mantiene il neonato in stretta dipendenza biologica, permettendogli di continuare a cibarsi di lei. La separazione dal corpo materno è resa lenta e progressiva, limitando così il ‘trauma’ di una nascita inevitabilmente sempre troppo veloce.

Nel 1794 nel suo Discorso sopra l’allattamento de’ bambini Antonio Fantini osservava che ‘porgendo il seno al figlio la madre sente una porzione della sua esistenza passare in quella di lui’, e questo intimo senso di comunicazione d’esistenza è così forte e così coinvolgente ‘che essa di tutto si scorda in un momento, e da tutti i legami più cari si stacca; ella si chiude in casa sua, né sa più vivere che per suo figlio, che le tien luogo di tutti’; dopo oltre due secoli è arrivata la nostra scienza moderna a farci scoprire bonding e reverie materna.

Anche le attuali discussioni sul rooming-in e l’attaccamento precoce al seno sono state oggetto di riflessione già molti decenni orsono (almeno fin dagli anni ’40) e un pediatra milanese poco noto, Ferdinando Cislaghi, nel 1956 aveva il coraggio di scrivere: la nursery è comoda per molti, meno che al neonato. A quando una seria e onesta discussione sulla inutilità e sul danno iatrogeno prodotto per decenni dai nidi delle nostre maternità ?

Per terminare la storia della nascita di Diego, con la quale abbiamo iniziato questa riflessione, dobbiamo raccontare che quel suo pianto insistente e inconsolabile si è interrotto per pochi minuti soltanto quando è stato portato vicino alla mamma (ancora sul lettino operatorio) e ha potuto ascoltare la sua voce.

Mentre per noi operatori il mercoledì mattina in cui Diego è nato rappresenta un comune e feriale giorno lavorativo, per lui quello è stato il giorno più importante della sua vita; per sperimentare ancora un cambiamento esistenziale tanto impegnativo e significativo dovrà aspettare l’ultimo secondo della sua vita.

Alessandro Volta, pediatra

lunedì 8 marzo 2010

Auguri un corno

Ho un diavolo per capello.
(Succede anche a chi scrive blog sugli angeli.)
Incazzata come una biscia. Non solo per la mia vita privata distrutta, né per l'ennesimo sintomo bizzarro dovuto all'inquinamento sempre più diffuso, e ben celato all'opinione pubblica, della zona in cui sono costretta a vivere.
Detesto l'8 marzo, ecco il motivo. Lo detesto come e forse più del Natale trasformato in fiera del commercio: perché stavolta non è solo Dio a essere preso in giro, cosa che può non interessare chi non crede, ma siamo tutti noi, che ogni benedetto 8 marzo facciamo o riceviamo una fiumana di auguri che in realtà sono solo insulti.
Insulti verso quelle povere criste di operaie che andarono a fuoco centodue anni fa per aver osato protestare contro il loro sfruttamento e che non sarebbero morte se solo qualcuno, a partire dalle loro stesse famiglie su su fino al governo, le avesse aiutate a restare a casa anziché spedirle in fabbrica.
Altri insulti verso tutte noi che fin da piccole siamo state obbligate a ripetere come tante pappagalle che per essere felice devi essere trattata come i maschi, devi comandare, devi fare carriera in giacca e pantaloni e stare al lavoro tutto il santo giorno senza neanche il tempo di farti una maglia o prepararti un té, devi fare pochi figli e possibilmente nessuno perché costano e ingombrano, devi fare la zitella per essere indipendente, eccetera ... e per un bel po' di tempo ci abbiamo pure creduto. Io stessa, che scrivo, ho collaborato con il St.Catherine College di Londra, e solo l'amore mi ha aperto gli occhi, anche se non sono stata capace di dimostrarlo e me ne pento ogni volta che respiro fino a sentire la testa che scoppia. Considero un segno della Provvidenza che l'indirizzo mail che usavo allora sia andato bruciato per un phishing quando ho cambiato vita, rendendomi così impossibile da rintracciare.
Un'altra sfilza di insulti contro i nostri uomini, che siano papà, fratelli, mariti, amici o vicini di casa, dipinti a seconda dei casi come sfruttatori violenti o come minorati mentali con un cervello incapace di pensare due cose nello stesso momento: ogni volta che sento dire certe fesserie mi vengono in mente, chissà perché, Leonardo da Vinci e Gandhi...
Infine, tanto per cambiare, insulti e bestemmie contro Dio trattato come uno stupido o un poco di buono (pure Lui!) per avere osato crearci diversi, e per averci "offese" in maniera gravissima assegnando ad Eva la sfida di dare alla luce i suoi tanti figli anziché mandare anche lei a zappare e sollevare pesi sudando a più non posso.
Ecco, chi vuole proprio festeggiare l'8 marzo usi come regalo un bel serpentone come quello che fu la causa di tutto il putiferio: e lasciate sulla pianta il ramo di mimosa, simpatica e delicata piantina che non ha mai fatto male a nessuno ed è stata trasformata, suo malgrado, nel simbolo di una colossale presa in giro

lunedì 22 febbraio 2010

Allattamento e comportamento

Diremmo mai ad una mamma di smettere di carezzare, baciare, consolare suo figlio arrivati ad una certa età? "Ora tuo figlio ha due anni, smetti di consolarlo se pensi che ne abbia bisogno, è grande può bastare, sennò lo vizi.."

Allattare è un gesto d'amore e come tale non ha per natura limiti di tempo, l'amore non è a tempo! Gli ormoni coinvolti nel processo di lattazione materno sono gli stessi responsabili del concepimento e del parto, poiché l'allattamento è parte della vita sessuale di una donna.

La madre che sceglie di allattare a lungo il proprio bambino lo deve fare in un mondo che vede il seno soltanto come oggetto di attrazione sessuale senza considerarne la funzione fisiologica primaria.

Come non ci sogneremmo mai di entrare nell'intimità di un atto di amore che porta al concepimento, così dovrebbe essere quando un mamma nutre il suo bambino al seno. Ogni relazione d'amore ha le sue regole, la propria intimità, e nessuno può interferire in quella coppia, che oltre al nutrimento si sta scambiando un codice affettivo e relazionale che resterà nella loro memoria per sempre.

Invece, è prassi che una mamma che allatta il suo bambino diventi bersaglio di facili commenti da parte di chi assiste alla poppata. Commenti che si inaspriscono con l'aumentare dell'età del piccolo allattato, soprattutto in società come quella italiana, dove la cultura suggerisce modelli genitoriali a basso contatto.

Ormai sono numerosissimi gli studi che riguardano l'allattamento al seno nelle varie culture e i risultati non sono proprio così scontati per realtà come la nostra. Spesso le mamme si lasciano condizionare da chi hanno intorno come amiche e parenti, e da ciò che sentono dire o leggono su libri e giornali dedicati a loro, poiché ancora non esiste nel nostro Paese una cultura che sostiene l'allattamento al seno, né esistono modelli a cui fare riferimento. Le madri che allattano a lungo il più delle volte devono nascondersi, o mentire a chi hanno d'intorno.

Mary Ainsworth (1), famosissima psicologa, grazie ad alcune ricerche da lei compiute in Africa, già nel 1972 ipotizzava che l'età di svezzamento dei bambini dovesse essere intorno ai due/tre anni e che le modalità di allattamento al seno a richiesta, anche di notte, dormendo vicino al bambino e allattandolo per farlo addormentare, contribuirebbero a rendere il bambino più sicuro di sé e aumenterebbero la sua fiducia nel fatto che la madre comprenda i suoi segnali ed i suoi bisogni. Ciò costituirebbe una sorta di iniezione di fiducia e di sicurezza a cui il bambino farebbe riferimento per tutta la vita nei momenti di difficoltà.

Katherine Dettwailer (2), antropologa americana, comparando l'allattamento dei primati e analizzando la letteratura sull'età di svezzamento nelle varie culture, fa notare come esistano usanze molto diverse fra i vari popoli della Terra, sull'età ideale in cui si dovrebbero svezzare i bambini; in base ai suoi studi questa autrice afferma che se lo svezzamento avvenisse senza farsi condizionare dalle regole della società di appartenenza e fosse rispettato il processo biologico scelto dalla natura da migliaia di anni attraverso la selezione naturale, questo avverrebbe in un'età compresa fra i due anni e mezzo e i sette.

È chiaro che nelle società civilizzate la mancanza di allattamento è compensata dalla diffusione dell'igiene e dalle cure mediche, ma non è ancora sufficientemente valorizzato che oltre a queste esigenze il bambino, attraverso il contatto col seno di sua madre soddisfa anche il proprio bisogno di sicurezza, di affetto e di rassicurazione.

Maria Ersilia Armeni (3), pediatra italiana e consulente IBCLC di allattamento, afferma che: "La psicologia italiana è uno dei pilastri della legittimazione a sospendere l'allattamento protratto oltre i primi mesi poichè non è al corrente del profondo radicamento dal punto di vista ormonale e fisiologico dell'allattamento nella donna e nel bambino. Questo rappresenta una copertura che la nostra società adotta per rivestire di legittimità comportamenti e pratiche che non rispondono affatto alle esigenze biologiche dei nostri bambini".

Nella nostra società gli psicologi pensano addirittura che allattare un bambino oltre il primo anno di vita, possa provocare un danno psicologico, una limitazione all'acquisizione dell'autonomia del bambino, ma non esistono dati scientifici che lo dimostrino, né si spiegherebbe come un comportamento così pericoloso per l'individuo sarebbe stato selezionato nell'adattamento della specie fino ad arrivare ai giorni nostri.

Alcuni psicologi e pediatri colpevolizzano addirittura le madri che non svezzano il bambino dal seno entro il primo anno, affermando che queste abbiano difficoltà proprie nello staccarsi dal bambino e di fatto, contribuiscono a generare in loro sentimenti di sfiducia in sé e di confusione circa l'ascolto dei propri istinti di accudimento dei bambini e non le aiutano di certo a prendere decisioni consapevoli e autonome.

Ciò non significa che una mamma debba allattare per forza e a lungo, ma soltanto che se la mamma ha questa intenzione va rispettata e sostenuta. Questo è un aspetto nodale che vorrei mettere in risalto: alcuni psicologi vorrebbero sostenere le mamme ma di fatto, ne mettono a rischio l'autostima e l'autonomia decisionale, per pura disinformazione. Si pongono in maniera autoritaria e direttiva rendendole dipendenti, anzichè promuovere in loro l'attivazione delle risorse e delle proprie competenze, rispettandone le scelte.

Si rifletta anche sul termine "svezzamento" che letteralmente significa "togliere il vezzo", cioè il vizio. Passa il messaggio che allattare vizia il bambino. È il punto di partenza in base al quale si crea un immaginario collettivo non corretto, in quanto gli studi dimostrano che le mamme che allattano a lungo sono quelle dotate, per caratteristiche personali di un maggior senso di autoefficacia.

Anche l'espressione "allattamento prolungato" è discutibile: prolungato rispetto a cosa? Se neanche l'OMS dà un limite oltre il quale si deve smettere di allattare, perché lo devono dare gli psicologi o tutti gli pseudopediatri che circondano una mamma che allatta?

Carlos Gonzales (4), pediatra spagnolo, padre di tre figli e fondatore dell'associazione catalana per l'allattamento materno afferma che non esiste nessun limite all'allattamento materno, che non esiste alcune motivazione, medica, psicologica o nutrizionale per svezzare obbligatoriamente ad una certa età. Che le donne sono libere di decidere quanto allattare senza farsi condizionare dalle opinioni di esperti o presunti tali.

Michele Grandolfo, dirigente di ricerca dell'Istituto Superiore di Sanità, afferma che allattare è una questione di espressione di competenze. Ci fa notare che nel campo della promozione della salute l'obiettivo fondamentale dovrebbe essere quello di informare le donne e le loro famiglie per aiutarle a prendere decisioni autonome e consapevoli come espressione della propria competenza.

Soltanto così si avrà il vero empowerment: la donna avrà così più fiducia in sé e nella propria capacità di far fronte ai problemi risolvendoli grazie ad una maggiore capacità di ricerca della salute.

Perciò il vero potere della mamma dovrebbe essere rappresentato dall'autonomia e non dalla dipendenza da esperti che tendono a dominare e ad indirizzare scelte e comportamenti. L'espressione libera e autonoma delle proprie competenze che prima di diventare madri, non ci si sarebbe neanche immaginati di avere, dà forza alle mamme ed è associata ad una maggiore durata dell'allattamento.

Gli studi condotti da questo autore provano che non è una questione di stabilire quanto allattare, o se esiste un'età prestabilita per staccare il bambino dal seno materno, quanto invece, di mettere la mamma nelle condizioni di sentirsi forte, informata e autonoma nel compiere la propria scelte circa come, quando e soprattutto quanto allattare.

Esistono inoltre ricerche che mettono in luce che ciò che influisce maggiormente sulla decisione delle madri circa la durata dell'allattamento: sono le opinioni delle persone che circondano la mamma che allatta. Più a lungo la mamma allatta e meno supporto trova intorno a sé.

Risulta evidente quindi, che il problema è esclusivamente culturale, una cultura non del sapere, ma dell'ignoranza nel vero senso della parola, perché di fatto, l'allattamento non è materia di studio nei programmi universitari delle facoltà di Psicologia italiane. Eppure gli psicologi esprimono a gran voce pareri sfavorevoli all'allattamento oltre i primi mesi di vita, ignorandone i meccanismi psicobiologici.

Braibanti (5) affermava stupendamente che "allattare a lungo fa bene sia alla mamma che al bambino e che dal punto di vista materno, oltre ai vari effetti positivi sulla salute della donna, l'allattamento favorisce più saldi legami di attaccamento nei confronti del bambino e una maggiore competenza nell'interazione precoce. Questo accresce la fiducia della madre verso il bambino e verso se stessa; quindi tiene lontani atteggiamenti iperprotettivi e di simbiosi prolungata che nascono dalla mancanza di sicurezza sia verso se stessa che verso la relazione col proprio bambino.

La separazione in età precoce e gli atteggiamenti di disconferma della competenza femminile nel ruolo madre-nutrice rafforzano, invece, i sentimenti di insicurezza e di crisi. Quindi l'allattamento protratto non può essere dannoso né per la madre né per il bambino, né da un punto di vista psicologico, né fisiologico. Non c'è evidenza alcuna che l'allattamento protratto sia sintomo di difficoltà nella relazione normale tra madre e bambino".

Alexander Lowen (6), psicologo, padre della bioenergetica, afferma che "Il neonato ha bisogno del contatto fisico con sua madre così come ha bisogno del cibo e dell'aria. L'intimità necessaria si raggiunge soprattutto attraverso l'allattamento al seno. Soltanto il bambino sa di quanto contatto ha bisogno e per quanto tempo, alcuni bambini ne avranno bisogno più di altri.

Il contatto del bambino col sistema energetico della madre eccita l'energia del suo sistema e lo fa avvicinare al petto di sua madre. Se il bambino viene allattato circa tre anni, quello che a mio avviso è il tempo richiesto per soddisfare i suoi bisogni fondamentali, lo svezzamento non sarà traumatico e molti disturbi mentali potrebbero essere spiegati".

Questo autore pone a mio avviso una questione fondamentale: quella del bisogno primario, oggettivo ed universale di tutti i bambini, di contatto.

Vorrei citare infine, la pediatra Elena Balsamo (7) che riflette sulla questione della durata dell'allattamento secondo l'approccio dell'etnopediatria, branca della pediatria che compara le modalità di accudimento dei bambini nelle varie culture tradizionali della Terra.

A mio parere, soltanto così si può avere un quadro reale di ciò che è adattivo per l'essere umano e di quali sono i bisogni reali e geneticamente predeterminati di mamme e bambini ovunque essi vivano, non ha senso riferirsi ad un unico parametro culturale, poiché in sé troppo riduttivo e limitante circa le risorse da attivare quando ci si relaziona con un bimbo.

Ebbene, secondo questo approccio si è rilevato che nella maggior parte delle culture tradizionali del mondo le donne allattano con una durata media di circa due anni. Ciò che ha determinato il grande cambiamento in fatto di alimentazione infantile lo dobbiamo al processo di industrializzazione e lo svezzamento precoce è un'invenzione occidentale e post-industriale.

L'autrice inoltre afferma che permettere ad ogni bambino di lasciare il seno della mamma nel momento in cui è pronto, così come scegliere la frequenza e la durata dei pasti è un grosso aiuto allo sviluppo dell'autonomia e della capacità di operare scelte consapevoli in futuro. Nelle culture dove ciò avviene, i bambini sono più sicuri e meno aggressivi da adulti.

Eppure molti pensano che una mamma che permette ciò sia schiava del bambino e che non si sappia imporre, quando magari per lei sarebbe un piacere se solo non si sentisse osservata e giudicata.

Forse i bambini imparano così anche la differenza fra gli oggetti e le persone: la mamma che abbia voglia di offrire il seno in carne ed ossa anche al momento dell'addormentamento, fatta di calore, disponibilità, sguardi e scambi comunicativi da cui imparare a relazionarsi come esempio per i rapporti del futuro, è certamente altro rispetto ad un oggetto da portarsi a nanna.

Eppure questa visione suggerisce ai più, sempre per condizionamenti culturali, a mio parere, che il bambino venga viziato e non abbia regole, che sia maleducato. L'indagine antropologica ci dice esattamente il contrario e penso che ci vorranno ancora molti studi e molti anni perchè queste informazioni raggiungano tutti; non tanto per convincere su ciò che sia meglio fare e per dare indicazioni di comportamenti ai genitori, ma con il solo obiettivo di dare spunti di riflessione per poi poter mettere le famiglie nella migliore condizioni di compiere scelte consapevoli autonome, informate e generatrici di salute sia fisica che mentale a lungo termine.

Credo che i bambini imparino praticamente tutto dall'esempio che gli viene dato dai genitori e da chi si prende cura di loro. Se questo è un esempio di assenza e di carenza di contatto, di surrogati materni di ogni genere, di mancanza di disponibilità e di ascolto, di tempi prestabiliti da altri e non in armonia con la crescita del singolo bambino, questi saranno adulti con fratture relazionali tracciate nella loro memoria, difficili da scardinare (8).

È un aspetto spesso trascurato da parte degli psicologi, che dovrebbe stimolare studi a lungo termine sulle implicazioni relazionali delle modalità di allattamento e degli schemi educativi rigidi imposti ancora da un certo tipo di condizionamenti culturali e dai prodotti presenti sul mercato, soprattutto quello editoriale.

Ovviamente ciò non significa che i bambini non debbano avere regole e che i genitori siano al servizio di piccoli tiranni, significa soltanto che i tempi sono cambiati e dobbiamo allargare la nostra indagine, considerando l'allattamento da un punto di vista psicologico anche come un'esperienza relazionale di base, da cui i bambini imparano e verosimilmente baseranno i loro rapporti futuri, i loro pensieri e i loro pregiudizi a partire da ciò che hanno vissuto.

Alessandra Bortolott

Sui pensieri

Secondo Evagrio Pontico (+ 399) “la preghiera è un mettere da parte i pensieri”.

Mettere da parte: non un conflitto selvaggio, non una furiosa repressione, ma una qualche, sia pure costante, azione di distacco. Attraverso la ripetizione del Nome, siamo aiutati a “mettere da parte”, a lasciare andare le nostre futili e dannose immaginazioni e sostituire ad esse il pensiero di Gesù [...]

Quando per la prima volta iniziate la Preghiera di Gesù, non preoccupatevi troppo di eliminare pensieri e immagini mentali. Come abbiamo già detto, lasciate che vostra strategia sia positiva, non negativa. Richiamate alla mente non ciò che deve essere escluso ma ciò che deve essere presente. Non fermatevi sui vostri pensieri e su come eliminarli: pensate a Gesù.

Concentrate il vostro intero io, tutto il vostro ardore e devozione sulla persona del Salvatore; sentite la sua presenza; parlategli con amore. Se l’attenzione divaga, come indubbiamente accadrà, non scoraggiatevi: con gentilezza, senza esasperazione o rabbia interiore, riportatela indietro. Se essa vaga di nuovo, di nuovo riportatela indietro. Ritornate al centro, il centro vitale e personale che è Gesù Cristo.

Guardate all’invocazione, non tanto come preghiera vuota di pensieri, ma come preghiera piena dell’Amato. Lasciate che sia, nel senso più ricco della parola, una preghiera di affetto – sebbene non di eccitamento emotivo autoindotto. Poiché, mentre la Preghiera di Gesù è certamente molto più che una preghiera affettiva, nel senso tecnico occidentale, è con sentimento di amore che noi dobbiamo correttamente iniziare. Il nostro atteggiamento interiore, quando incominciamo l’invocazione, è quello di S. Riccardo di Chichester:

O mio misericordioso Redentore,
amico e fratello,
possa vederTi più chiaramente,
amarTi più teneramente,
e seguirTi più da vicino

Kallistos Ware, La potenza del nome, Il leone verde

Alimentazione per le mamme che allattano

L'alimentazione della mamma durante l'allattamento si potrebbe riassumere con "come rendere complicato qualcosa di semplice".

Un po' per il solito discorso che con l'allattamento negli anni ci siamo complicati la vita quanto più possibile, un po' per interessi commerciali di vendere pillole e polverine, a sentire cioè che si dice in giro sembra che una donna per allattare debba seguire diete speciali, debba privarsi di una lunga lista di alimenti, rendendo in questo modo l'allattamento una scelta degna di monaci buddisti.
Cosa mangiare durante l'allattamento? Quello che si mangia di solito! E' logico che non dovrò essere certo io a spiegarvi che "di solito" vuol dire "alimentazione sana, equilibrata, variata", in altre parole seguire le indicazioni della famosa "piramide alimentare".
La piramide prevede alla base gli alimenti da consumare più spesso e via via salendo i piani troviamo quelli da consumare con minor frequenza. Provate a auto-interrogarvi e vedere se indovinate la sequenza...
Ecco la soluzione del quiz: alla base della piramide ci sono frutta e verdura, poi troviamo gli alimenti ricchi di carboidrati (pane, pasta, riso, patate ecc.), in seguito i latticini (latte, yogurt, formaggi), poi i cibi ricchi di proteine (carne, pesce, salumi, uova, legumi) e ovviamente in cima troviamo i dolci.
Niente di nuovo, spero.
Ovviamente potranno esserci degli aggiustamenti in base alla situazione personale (particolari malattie, allergie, condizioni fisiche) o a scelte etiche (ad esempio per i vegetariani), ma tutto questo andrebbe sempre discusso con un medico specialista.
Quanto appena detto vale per ogni momento della propria vita, non solo durante l'allattamento.
E' vero invece che spesso è solo al momento della gravidanza e del successivo allattamento che, per timore di ripercussioni sulla salute del bambino, ci si interroga sulla correttezza della propria alimentazione.
Senza dubbio i vari momenti "particolari" della nostra vita (come appunto la gravidanza, l'allattamento, l'infanzia o la vecchiaia) potranno richiedere delle attenzioni speciali rispetto all'alimentazione, ma tenendo sempre presente che lo schema della piramide alimentare è alla base della sana alimentazione a tutte le età.
Vediamo nello specifico quali sono le attenzioni da dedicare all'allattamento.
Sempre partendo da un'alimentazione sana, durante l'allattamento serve un apporto calorico maggiore rispetto al normale, proprio perché produrre il latte è un vero e proprio lavoro per il nostro corpo. Non servirà mangiare esageratamente di più del solito, basta mangiare un po' di più seguendo la propria fame. E' ovvio che se si ingrassa, si sta mangiando troppo e quindi bisogna calare leggermente le dosi.
Da un lato purtroppo e dall'altro per fortuna, dopo la gravidanza restano dei chili da smaltire. Questi chili non sono messi lì a caso da Madre Natura. Servono proprio per la produzione di latte. Quindi anche se con strane analisi si riuscisse a stabilire che la Signora Rossi ha bisogno di 657 kcal al giorno in più per produrre il latte necessario per il suo bambino, questa signora non dovrà mangiare 657 kcal più del solito. Ne mangerà un pochino più del solito, le altre verranno prese proprio dalle scorte della "ciccia" che ha accumulato in gravidanza. Avete presente quando gli orsi vanno in letargo e ingrassano molto per fare scorte per l'inverno? A primavera sono di nuovo in forma smagliante!
In alcune mamme l'effetto dimagrante dell'allattamento è molto evidente, in altre meno. E' logico se con la "scusa" dell'allattamento una mamma mangia il doppio rispetto al solito, sarà decisamente improbabile smaltire i chili rimasti dalla gravidanza...
Ora abbiamo visto "quanto" mangiare. Sul "cosa" si sprecano mille consigli e falsi miti.
Una piccola premessa: è stato riscontrato che l'alimentazione materna tutto sommato influisce poco sulla produzione e sulla qualità del latte, o comunque meno di quanto si creda. Solo la quantità e qualità di grassi nel latte materno dipende dalla quantità e qualità di grassi mangiati dalla madre, ma si è pure visto che anche se la madre ha una dieta troppo povera di grassi, i grassi del latte materno non diminuiscono mai sotto a una certa soglia. Ciò significa che anche una madre malnutrita produrrà un latte adeguato per quantità e qualità.
Questo è uno dei tanti meccanismi intelligenti di Madre Natura: pensiamo alle nostre antenate. Attraversavano carestie e periodi dell'anno in cui l'approvvigionamento di cibo era scarso e monotono, eppure i neonati crescevano comunque e il latte delle mamme andava sempre bene. Semmai i bambini avevano problemi di malnutrizione quando non erano più allattati. E lo stesso succede oggi in molti paesi poveri: i bambini allattati stanno benone, i fratellini più grandi non più allattati sono chiaramente denutriti.
Il latte in un certo senso viene prodotto a spese della madre, perché la natura protegge il più debole che in questo caso è il bambino.
Quindi una madre che allatta deve curare l'alimentazione sostanzialmente per sé stessa. Così come dovrebbero fare tutti!
Infatti anche le madri sottopeso o anemiche possono allattare (e però, nel loro personale interesse, se ne hanno la possibilità dovranno curarsi).
Solo i casi di denutrizione gravissima come l'anoressia causano problemi all'allattamento, e non solo a quello logicamente.
Vanno di moda gli integratori multivitaminici in pillole o in polvere studiati per la mamma che allatta e molte mamme li prendono nella speranza di avere un latte "migliore". La maggior parte delle vitamine e dei minerali invece ha una concentrazione nel latte materno che non dipende da quello che mangia la madre. Ad esempio, potete prendere tutti gli integratori di ferro che volete, ma il ferro nel vostro latte sarà sempre lo stesso.
In alcuni casi effettivamente la dieta materna fa variare il contenuto di certe vitamine e minerali nel latte, ma bisogna porsi il problema solo se la madre ha una carenza già di suo, altrimenti pillole e polverine sono soldi buttati.
Esiste un unico caso da considerare, probabilmente anche poco conosciuto: lo iodio.
Lo iodio è un minerale molto importante per il nostro organismo e una carenza di iodio è all'origine di diverse malattie che a volte danno sintomi poco evidenti e quindi non sono diagnosticate. Per svariate ragioni, difficilmente con la sola alimentazione è possibile soddisfare il fabbisogno quotidiano di iodio, inoltre in alcune regioni la carenza di iodio nella popolazione è ancor più significativa.
Per questa ragione numerose campagne di sensibilizzazione invitano tutti a utilizzare il sale iodato. Durante la gravidanza e la primissima infanzia il fabbisogno di iodio aumenta, e nemmeno l'uso del sale iodato è sufficiente a garantire la quantità necessaria all'organismo. Questo è l'unico caso in cui, dopo aver consultato il vostro medico, è opportuno assumere un integratore, sia in gravidanza che in allattamento.
Detto questo, tutto il resto sono chiacchiere.
Facciamo una rapida rassegna:
- Acqua: come detto in articoli precedenti, se bevete più acqua non avrete più latte. Siccome allattate allora avete più sete, quindi bevete di più. Tutto qua. Forzarsi a bere acqua se non si ha sete non serve, e anzi, bere quantità esagerate di liquidi è addirittura pericoloso (sento di mamme che si forzano a bere cinque litri al giorno di miracolose tisane... vi prego, non fatelo a meno che abbiate effettivamente sete!).
- Latte vaccino: ricordo pure io che in gravidanza avevo letto che avrei dovuto bere almeno un litro di latte al giorno per poter allattare. E' una fandonia, il latte non fa latte! Per quale misterioso meccanismo il latte vaccino dovrebbe trasformarsi in latte materno? Alcuni lo consigliano per il contenuto di calcio. Anche assumendo integrazioni di calcio, durante l'allattamento il fisico della madre si impoverisce naturalmente di calcio, ma altrettanto naturalmente nei mesi successivi (anche se si sta ancora allattando) il calcio si rideposita nelle ossa e anzi, si rideposita con una struttura più "robusta" di modo che a lungo termine le donne che hanno allattato avranno minori problemi di osteoporosi, contrariamente a quanto molti credono. Quindi durante l'allattamento non serve assumere più calcio del normale.
- Birra e alcolici: la tradizione popolare consiglia di bere birra per fare latte, e magari ogni tanto un bel bicchiere di rosso perché "fa sangue"e tira su la madre. Uno studio ha dimostrato che effettivamente alcune sostanze contenute nella birra aumentano i livelli di prolattina, ma alti livelli di prolattina senza un bimbo che poppa di più non sono molto utili. Quindi se berrete più birra non avrete più latte!
L'alcool contenuto in birra, vino e altre bevande passa nel latte materno. E' anche vero che, rispetto all'alcolico bevuto dalla madre, la concentrazione presente nel latte materno è attenuata. Quindi, tenendo conto che non è "necessario" consumare alcolici, un consumo saltuario di alcool in quantità moderata (due bicchieri al massimo al giorno) è accettabile, ancora meglio sarebbe bere a stomaco pieno e dopo la poppata, di modo che passi più tempo possibile prima della poppata successiva. In questo modo l'alcool viene smaltito dalla mamma e quindi dal latte.
Infatti l'alcool non si accumula nel latte ma viene eliminato con il passare delle ore così come avviene per l'alcool che ha in corpo la mamma. Inutile dire che un consumo moderato di alcool non dovrebbe essere nulla di nuovo, dato che anche questo rientra nei principi della sana alimentazione!
- Cibi saporiti: ogni cultura e regione ha una lunga lista di cibi che darebbero un sapore cattivo al latte e quindi la madre che allatta dovrebbe tassativamente evitare. Di solito si parla di aglio, cipolla, cavoli, spezie, asparagi. Sono sicura che a voi ne hanno sconsigliati anche degli altri.
E' vero che il sapore del latte cambia in base alla dieta materna (e questo è un bene), ma chi lo ha detto che quei gusti non siano graditi al vostro bambino? Vi assicuro che i bambini, se li si lascia fare, hanno un palato molto più raffinato del nostro e quindi apprezzano gusti apparentemente impensabili.
Senza dubbio può succedere che un bambino dimostri insofferenza a una poppata tutte le volte che mangiate un certo cibo. Se riuscite a capire qual è il cibo incriminato ne limiterete il consumo, ma non potete dire a priori quale sarà questo cibo sgradito!
- Cibi che fanno "aria": subito dopo i cibi che danno sapore al latte vi sconsiglieranno i cibi che (agli adulti!!!) possono dare aerofagia, "aria in pancia". E quindi vengono banditi fagioli e legumi in genere, assieme ai cavoli e tutti i suoi parenti. Il timore ovviamente è che questi cibi scatenino le terribili coliche del lattante. Una cosa certa che si sa sulle misteriose coliche è che non sono causate dall'aria nella pancia. Anche se fosse questa la causa, l'aria in pancia causata alla mamma da fagioli e cavoli è dovuta al fatto che, chi più chi meno, non riusciamo a digerire (cioè assorbire) alcune sostanze in essi contenuti. Per questo ragione fermentano e sviluppano gas. I gas di certo non passano nel latte materno (altrimenti avremmo il latte frizzante...), e le sostanze che provocano i gas non passano nel latte proprio perché la mamma non le assorbe.
- Cibi che causano allergie: qualcuno vi avrà proibito di mangiare i cibi tradizionalmente considerati allergizzanti, come pesce, uova, latte e latticini, frutta secca, crostacei eccetera. Innanzitutto eventuali restrizioni su questi cibi hanno senso solo se c'è un elevato rischio, dedotto dalla storia familiare, che il bambino sia allergico. Inoltre in genere si tratta di tentativi.
Non ci sono studi chiari e univoci che dimostrino l'utilità di eliminare determinati cibi allergizzanti dalla dieta. Se si notano disturbi nel bambino e si sospetta che siano riconducibili a un'allergia a qualche cibo assunto dalla madre, per qualche settimana la madre eviterà scrupolosamente quel cibo e si osserverà se questo porta a qualcosa oppure no.
Evitare questi cibi a priori, così come nei casi precedenti, non ha molto senso e serve solo a complicare la vita alla mamma!
A questo punto è evidente che se doveste seguire tutte le "proibizioni" che vi vengono consigliate dovreste mangiare solo riso in bianco.
Mangiate in maniera sana e variata: se eventualmente se noterete reazioni strane del vostro bambino, correggerete il tiro!
Sara Cosano

domenica 21 febbraio 2010

Pelle arrossata nel bebè

Dopo ore e ore a stretto contatto con il pannolino la sensibile e delicata pelle dei piccoli si può infiammare provocando prurito, fastidio fino ad arrivare a vero e proprio dolore.

L'irritazione si riconosce da un'ampia area arrossata che interessa la delicata cute dei genitali, delle natiche e della zona inguinale. A volte si possono formare delle vescichette, con o senza pus. In questo caso l'irritazione è già ad uno stadio piuttosto avanzato ed è necessario agire immediatamente per non aggravare ulteriormente la situazione.
L'eritema è causato dal contatto prolungato con urine e feci acide, dall'elevata umidità del pannolino sporco e dal fatto che esso non permette una sufficiente traspirazione della sottile cute del bambino.
Le cose che si devono fare per curare l'eritema già in corso sono molto semplici, ma davvero efficaci.
Per pulire il sederino evitiamo di usare le salviette umidificate: sono imbevute di sostanze poco raccomandate (derivati del petrolio, cloro, profumo, alcool, ammoniaca,...) che aggravano ulteriormente l'irritazione e a contatto con la pelle arrossata provocano bruciore.
Utilizziamo invece dei semplici (e più economici!) dischetti in cotone (per intenderci, quelli che noi donne usiamo per struccarci il viso) precedentemente immersi in una ciotola di acqua tiepida-calda a cui è stata aggiunta una decina di gocce di tintura madre di calendula che, grazie alla sua azione disinfiammante, cicatrizzante ed ammorbidente, aiuterà la pelle a guarire.
La tintura madre di calendula (Calendula officinalis) è facilmente reperibile nelle erboristerie e nelle farmacie (ma è anche molto semplice prepararsela da soli!) ed è utilissima in molti casi... Sarebbe opportuno tenerla sempre nell'armadietto di casa!
Dopo il lavaggio con acqua e tintura madre di calendula, assicuriamoci che la zona interessata sia completamente asciutta prima di mettere il nuovo pannolino. Per velocizzare l'asciugatura della pelle aiutiamoci con pochi minuti di phon (ovviamente tenuto a debita distanza): l'aria calda asciugherà la zona irritata e al bambino donerà un caldo senso di benessere!
Nei casi di sederini maschili teniamo il phon a prova di getto di pipì...non si sa mai che faccia da filo conduttore con l'elettrodomestico creando seri incidenti.
Una volta asciugato il sederino arrossato, spalmiamo su tutta la zona una crema a base di calendula che può accelerare notevolmente la guarigione della pelle. Assicuriamoci sulla sua provenienza e che non contenga alcool o altre sostanze chimiche.
In commercio ci sono svariati prodotti naturali creati con l'utilizzo di materie prime certificate e sicure.
Non utilizziamo olio al posto della crema perché la zona irritata deve rimanere il più asciutta possibile e l'olio, anche se prodotto con buoni ingredienti, impedisce alla pelle di traspirare e il rossore potrebbe ritardare ad andarsene.
Soprattutto nei periodi dell'eritema sono da preferire i pannolini lavabili a quelli usa e getta cercando di cambiarli spesso in modo che il sederino del piccolo non resti troppe ore a contatto con le urine e le feci acide. Nel caso in cui non sia possibile usare i pannolini lavabili, cerchiamo di preferire i pannolini usa e getta ecologici che risultano più delicati sulla pelle perché non sbiancati e non trattati chimicamente.
Diamo la possibilità alla pelle del sederino di "respirare" ed asciugarsi all'aria aperta. Nei caldi mesi estivi sarà sicuramente più semplice, ma in inverno (periodo in cui ci sono maggiori irritazioni) basterà vestire il bimbo con una mutandina in cotone e un pantalone della tuta in modo che, anche se dovesse bagnarsi, risulterà veloce e semplice cambiarlo.
Voglio concludere con una riflessione: oggigiorno radio e televisione promuovono prodotti fatti su misura per il bambino: quella crema per quel problema, quel sapone per quel tipo di pelle, quello shampoo per quel tipo di capelli,... Ma la maggior parte di questi prodotti contengono ingredienti davvero nocivi per la pelle, per la salute e per l'ambiente.
Per pulire i sederini (e non solo quelli) dei bimbi è più che sufficiente dell'acqua di rubinetto, dei fazzolettini di carta o del cotone, dell'olio di mandorle dolci o di sesamo e, se proprio vogliamo, un po' di sapore neutro.
La scelta di utilizzare queste poche e semplici cose è una scelta economica, etica, rispettosa dell'ambiente, ma soprattutto sana.
Federica Scropetta